ARTURO GRAF.
.
MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI DEL MEDIO EVO.
.
Parte 4.
.
1892. Ermanno Loescher Editore, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", Associazione "Liber Liber" - www.liberliber.it
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
.
La leggenda di un filosofo. Note. Appendice.
.
Art nell'Etna. Note.
Appendice 1. Accenni a personaggi e leggende brettoni nei poeti italiani delle origini.
Appendice 2. Di alcun rimessiticcio italiano di leggenda brettone.
.
Un mito geografico. Il monte della calamita. Note. Appendice.
.
Note al testo.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...

LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO. MICHELE SCOTTO.
...
.
...
Nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Virgilio, redento ormai dalla dubbia fama di mago che per secoli ne aveva infoscato e snaturato il carattere, addita e nomina a Dante gl'indovini ed i maghi che quivi son puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi, Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che dei loro fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo sopra un moderno:

Quell'altro che ne' fianchi  cos poco,
Michele Scotto fu, che veramente
Delle magiche frode seppe il gioco(432);

poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza pi far nomi, accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle

triste che lasciaron l'ago,
La spola e il fuso e fecersi indovine;
Fecer malie con erbe e con imago.

Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la Commedia, si pu tener per sicuro che Michele Scotto non sarebbe pi posto da lui in quella bolgia, tra quei dannati, quando pure il poeta rinascesse cos buon cattolico quale gi fu, e cos inclinato a certe credenze come un cattolico non pu quasi, non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta visse e fu composto il poema; data la celebrit grande di cui Michele Scotto ebbe a godere in quel tempo, e le ragioni e l'indole di tal celebrit, era assai difficile, per non dire impossibile, che il poeta non ponesse il filosofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bens non parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio ch'egli avrebbe pensato sarebbe stato in sostanza quel medesimo ch'espresse parlando. E se noi porgiamo orecchio alle voci insistenti della leggenda e della tradizione, intenderemo chiaramente il perch(433).
...
.
...
1.
...
.
...
Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto sono molto scarse e molto incerte, e il nome stesso di lui d luogo a dispareri e a dubbiezze. Vuole taluno che Scotto sia forma italiana del cognome Scott, frequente in Iscozia; vogliamo altri che Scotto sia nome, non di famiglia, ma di nazione, e che perci s'abbia a dire e scrivere Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, Clemente Scoto, Ugo Scoto, ecc(434). Se non che  da notare che nel medio evo il nome etnico si scrisse indifferentemente Scotus e Scottus, Scoto e Scotto; ed io, seguendo l'uso degli antichi nostri, scriver Scotto, senza impacciarmi in questioni, che nel caso nostro, non importan gran fatto.
Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati promossi, almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa la patria. Secondo Jacopo della Lana, Michele sarebbe stato spagnuolo(435); ma gli altri commentatori di Dante lo dissero, per la pi parte, scozzese(436); e v' un anonimo il quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere egli s fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, che anche non fanno passo che arte magica non seguiscano, e avere per giunta insegnato loro portare calze bianche e gonnelle con maniche cuscite insieme(437). Dei biografi, alcuni lo vollero scozzese, altri inglese, e la opinion dei secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe la opinion dei primi(438). Che Michele Scotto nascesse italiano, e pi propriamente salernitano, fu, credo, opinione particolarissima di un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata per buona da Nicola Toppi(439); ma non meritevole di nessun riguardo. La opinion pi plausibile  insomma quella che fa Michele scozzese, confortata anche dal fatto che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva forse ci si serba tuttora.
.
Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole i non molti fatti della vita di Michele che si possono dire accertati, o che si possono considerare come certi fino a prova contraria. Michele nacque verso il 1190, in Belwearie, nella contea di Fife; studi prima in Oxford, poi in Parigi; soggiorn un tempo in Toledo, ov'era nel 1217; si rec, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto e bene accolto da Federico II, fece dimora, certamente non breve, in Italia, nella corte di quell'imperatore, e, si pu credere, in parecchie altre citt(440); si ridusse, non si sa quando, in patria; mor verso il 1250(441). Stando a tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame, nel Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose.
Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia della filosofia del medio evo, sebbene Ruggero Bacone abbia scritto di lui ch'e' fu ignaro cos delle parole come delle cose, e Alberto Magno ch'ei non conobbe la natura e non intese a dovere i libri di Aristotele. Ch'e' non abbia inteso a dovere i libri di Aristotele gli  un fatto; ma quanti furono in quella et coloro che non li frantesero? Un merito, ad ogni modo, non si pu togliere a Michele, ed  d'avere efficacissimamente cooperato a diffondere, o, come lo stesso Ruggero Bacone si esprime, a magnificar tra i Latini la filosofia dello Stagirita, e d'essere stato uno degli ajutatori di Federico II nell'opera della restaurazione del sapere da quel principe con tanto ardore promossa(442). Per Federico II egli tradusse il compendio che Avicenna aveva tratto dalla Istoria degli animali di Aristotele; per Federico II compose un Liber physionomiae ch'ebbe grandissima celebrit, fu messo a stampa ed ebbe molte edizioni, a cominciare dalla prima di data certa, che  del 1477; poi fu tradotto in italiano, e cos impresso in Venezia nel 1537(443). Volt di arabico in latino parecchi libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti, ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato di Alpetrongi sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti di Averroe, che da lui primamente, secondo avverte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini; compose trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attribuitogli certo senza ragione, sta pure a far testimonianza del gran credito in che fu tenuto il suo sapere(444). Certo  calunnia quanto asserisce il gi citato Ruggero Bacone, che Michele, al pari d'altri parecchi che s'arrogarono di tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione n delle scienze, n delle lingue; nemmeno della lingua latina; e usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea, pubblicando come sue le versioni di costui; sebbene sia vero che del sapere e dell'ajuto di questo Andrea egli ebbe a giovarsi. La corte di Federico II non era corte dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di sapiente, e perch Federico non era uomo da lasciarsi cos facilmente ingannare, e perch i molti dotti ch'egli si raccoglieva d'attorno avrebbero presto scoperto l'inganno e smascherato l'ingannatore. Per contro noi abbiam prove della riputazion grande onde Michele ebbe a godere appresso gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il celebre matematico, dedic a Michele la seconda parte del suo Abaco. In una epistola in versi che Federico d'Avranches scriveva l'anno 1236 all'imperatore, Michele  celebrato quale astrologo, indovino e nuovo Apollo, profetante felicissime sorti all'impero(445). Finalmente un papa, Gregorio IX, in una lettera scritta il 28 di aprile del 1227 all'arcivescovo di Cantorbery, chiama Michele il nostro caro figliuolo, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione del latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere(446).
.
Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, di Michele una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi un giorno in certo palazzo, Federico II chiese all'astrologo quanta distanza corresse da quello al cielo. Michele rispose come la scienza sua gl'insegnava; dopo di che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo condusse in altra parte del regno, e quivi lo trattenne pi mesi, nel qual tempo ordin ai suoi architetti, o ai suoi legnajuoli, di sbassare la sala, per modo che nessuno potesse avvedersene; e cos fu fatto. Dopo molti giorni, tornato nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo accortamente il discorso, ripet all'astrologo la domanda stessa dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, o il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora conobbe l'imperatore ch'egli era astrologo davvero(447).
Avviene della buona e della rea fama degli uomini come delle valanghe: queste ingrossano della neve e dei sassi che incontrano gi per la china del monte; quelle, gi per la china del tempo, ingrossano d'infinite opinioni, d'infiniti errori e d'infinite novelle. Cos, in bene e in male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica storica scompone e riduce a' suoi elementi; cos, in parte, fuori dalla consueta mezzanit umana, si levano gli eroi, i santi, i mostri tipici.
.
Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione, agli uomini del suo tempo: agli uomini de' tempi che seguirono, per lungo tratto, esso parve sempre pi grande. Di tale fama crescente noi troviamo le testimonianze in tutti, o quasi tutti, gli scrittori che parlarono di lui; e nei pi moderni dura ancora il suono delle lodi con cui era stato celebrato il suo nome, dura l'ammirazion d'un sapere fatto oramai universale: Michele, oltre la lingua sua propria e qualche altro linguaggio volgare, oltre il latino, ebbe familiari il greco, l'ebraico, il caldaico, l'arabico; Michele fu matematico insigne, teologo egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso, conoscitore profondo di tutti i segreti della natura. Pico della Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di Ruggero Bacone, lo giudicher, gli  vero, scrittore di nessun peso, e di molta superstizione(448); ma l'opinion di quelli e sua rimarr opinion di pochissimi.
...
.
...
2.
...
.
...
Come mai, di filosofo ch'egli fu, Michele si tramut in profeta ed in mago? Come nacque la leggenda che per secoli fronteggi intorno al suo nome, e che forse conserva ancora, mentr'io ne ragiono, alcuno sarmento vivo e alcuna foglia verde? Quel tramutamento segu ne' modi consueti; la leggenda nacque come molt'altre cos fatte nacquero.
Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele non ve n'ha nessuna che tratti di magia; ma notiam pure che non v'era punto bisogno d'un tal documento per dar l'aire alle fantasie, sebbene poi la leggenda sel produca da s. Nel caso presente sono da distinguere una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion generale  questa, che in secoli di comune ignoranza la fama di dotto basta di per se stessa a produr la fama di mago; onde noi vediamo dalle fantasie degli uomini del medio evo trasformati in maghi i sapienti cos degli antichi come de' nuovi tempi, e ci con un procedimento uniforme e sommario che mette tutti in un fascio filosofi e poeti e matematici e pontefici e santi e persino uomini cos poco necromantici come fu messer Giovanni Boccacci. Libri di magia furono attribuiti anche a San Tommaso d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, cos sprezzanti, come s' veduto, di Michele Scotto, furono ascritti con lui alla stessa famiglia di maghi, ispirarono lo stesso rispetto pauroso, ebbero la stessa celebrit. Sarebbe in tutto superfluo moltiplicar le prove e gli esempii di cosa ormai molte volte discorsa e notissima: gi ebbe a dire Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospettavano di magia tutti i filosofi.
Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le ragioni particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari, le abbiamo presumibilmente nella dimora che Michele fece in Toledo negli anni della sua giovinezza, e, per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli ebbe con Federico II.
Durante tutto il medio evo la citt di Toledo godette, in materia di scienze occulte, grandissima riputazione: ivi fiorivano l'arti magiche; ivi fioriva una scuola di magia celebre fra quante ne fossero in terra di Saraceni o di cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu detta per antonomasia talvolta scentia toletana. Virgilio v'aveva studiato; persuaso dal diavolo, vi studi Sant'Egidio prima della sua conversione(449); e cos vi studiarono molti altri. Il monaco Elinando afferma nella sua Cronica che i chierici andavano "a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in nessun posto i buoni costumi"(450). Nei romanzi di cavalleria Toledo e la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi Pulci, ricordandosi di quanto altri assai avevano detto prima di lui, scrisse nel Morgante (XXV, 259):

Questa citt di Tolleto solea
Tenere studio di negromanzia;
Quivi di magic'arte si leggea
Pubblicamente e di piromanzia;
E molti geomanti sempre avea,
E sperimenti assai d'idromanzia,
E d'altre false opinion di sciocchi,
Come  fatture o spesso batter gli occhi.

Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello studio come celebre e detestabile. Michele doveva essere stato condotto a Toledo dal desiderio di apprendervi l'arte magica.
Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie tradizioni, delle quali, l'una si diffuse pi largamente e prevalse in Germania, l'altra si diffuse pi largamente e prevalse in Italia; la prima ghibellina ed a lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole. Di quella non abbiamo ora a curarci: di questa baster notare che per essa Federico II fu spogliato di ogni virt, gravato di ogni nequizia, dipinto quale uomo diabolico, identificato persino con l'Anticristo. Del carattere che cos la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra s'aveva a stendere su tutto ci che gli stava d'intorno; e ch'egli e i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva parere presunzione, pi che ragionevole, necessaria. Strani uomini si vedevano in quella corte; strane cose vi si facevano; di pi miracoli dell'arti occulte (cos dicevasi) vi si dava saggio e spettacolo. Quivi Saraceni in gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e serventi del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti recavano meraviglie non pi vedute; quivi giocolieri d'ogni nazione e maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi prodigi(451). Federico II traeva a s gli uomini singolari come la calamita di ferro. Nell'anno 1231, essendo egli alla dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (cos narra il cronista Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava per iscudiero di Olivieri, del paladino morto da quattro secoli, e asseriva d'essere stato altra volta in Ravenna insieme col suo signore, con Carlo Magno e con Orlando. Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali da gran tempo interrate, e scovare sul davanzale di una finestra altissima certi sproni rugginosi, dimenticativi da un gigantesco cavaliere di Carlo(452). Dei miracoli d'arte che i suoi maestri sapevano oprare diede un saggio Federico quando, volendo ricambiare il soldano di certi ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mand, oltre a cento stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento palafreni da sollazzo, "uno albero tutto pieno d'uccegli, e tutti erano d'argento; e quando traeva alcuno vento, tutti cantavano e dirizzavansi e chinavansi, ed erano a vedere una grande meraviglia: e questo albero si commetteva tutto insieme".(453)
.
Chi sa mai quant'altre cos fatte novelle dovettero narrarsi di Federico II, le quali non sono venute sino a noi, ma che tutte dovevano riuscire a questo effetto, di sollevare e di stendere intorno a lui e alla sua corte come una caligine di meraviglioso, attissima a mutar volto e colore alle persone che ci si movevano dentro, e che gi per altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento. Fra Salimbene ebbe certo a udirne di molte, che a noi rincresce sieno state passate da lui sotto silenzio, dicendo egli in due luoghi della sua Cronica: Di Federico io so molt'altre superstizioni e curiosit e maledizioni e perversit e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra mia cronica, e di cui taccio ora per amor di brevit, e perch mi rincresce riferire tante sue fatuit(454). Sebbene di Michele Scotto non sia mai ricordo nei Regesti di Federico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle sue versioni; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fiorentino che lo crea senz'altro maestro dell'imperatore(455); pur nondimeno non  da dubitare ch'ei non fosse uno de' familiari suoi, un frequentatore della sua corte, e forse uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva d'attorno. Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da quella familiarit e da quella frequentazione doveva venire nuovo argomento e nuovo stimolo alla leggenda magica che gi, per altre ragioni, era per formarsi intorno al suo nome.
...
.
...
3.
...
.
...
La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte le altre leggende, non nacque certo gi bella e formata, ma si venne formando a poco a poco, in virt di svolgimenti e di aggregazioni successive. In essa si possono distinguere due parti principali: l'una, che narra di lui come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra di lui come mago; ma dire qual delle due preceda in ordine di tempo, o se entrambe non sorgano congiuntamente,  cosa impossibile ora. Gli  vero che Salimbene ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice dell'arte magica pi propriamente detta; ma ci non significa punto che l'altra parte della leggenda non fosse gi nata, se non cresciuta; o che Salimbene dovesse ignorarla; mentre vediamo che Pietro Alighieri, fatto di questa consapevole, se non da altro, dai versi stessi del poema paterno che commentava, dice dell'indovino, o, com'egli latinamente lo chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago(456).
.
Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli indovini ed i maghi; e altro de' commentatori suoi, quello che chiaman l'Ottimo, giunto ai versi ov' fatta menzione di Michele Scotto, nota: "Qui descrive l'autore di un'altra specie d'indovini, li quali usano arte magica"(457). Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, pi che diversit, c'era, a rigor di dottrina, opposizione e contrasto; dappoich, se l'arte magica non si poteva esercitare senza la cooperazion dei demonii, la divinazione escludeva ogni loro concorso, essendo opinione universalmente professata che i demonii non conoscessero il futuro. Di solito, questi indovini andavano debitori di quella molta o poca cognizione dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza astrologica; ma tal cognizione poteva, alle volte, avere altra origine, essere di natura divina, confondersi col dono di profezia; e tale essendo, poteva, (la qual cosa parr, ed  forse, un po' strana) accompagnarsi con l'esercizio dell'arte magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio, quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c' il profeta di Cristo e c' il mago; Merlino  profeta e mago ad un tempo; e profeta e mago in uno dovette sembrare a molti Michele Scotto. Graziolo de' Bambagioli, o come altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio a scienza astrologica, l dove dice: "Jste Michael Scottus fuit valde peritus in magicis artibus et scientia auguri, qui temporibus suis potissime stetit in curia Federici Jmperatoris"(458); ma Salimbene parla propriamente di profezie, e cos pure Fazio degli Uberti, nel cui Dittamondo si legge:
 
In questo tempo che m'odi contare,
Michele Scotto fu, che per sua arte
Sapeva Simon mago contraffare.
E se tu leggerai nelle sue carte,
Le profezie ch'ei fece troverai
Vere venire dove sono sparte(459).

Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma se Dante non pose nella quarta bolgia, insieme con gli altri indovini, anche Merlino, quel Merlino che assai pi di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta, di Manto, di Euripilo, era allora noto all'universale, la ragione del non averlo posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri molti, credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da ultimo il credito e la riputazione. Comunque sia, e' si vuole avvertire che noi ci troviamo qui in presenza di cose, di concetti, di credenze, i cui caratteri, la cui significazione, i cui confini, sono per le condizioni stesse del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili, con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni infinite, e che in tanta mobilit e promiscuit non pu esser luogo a definizioni troppo rigorose, a distinzioni fisse e perspicue.
E la unione del profeta col mago in persona di Michele Scotto era agevolata dalla qualit di mago buono ch'egli ebbe insieme con altri parecchi. Qui ci si para dinanzi un fatto che nell'argomento nostro  di capitale importanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima, e serbata durante tutto il medio evo,  la distinzione tra la magia divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola magia un pi ristretto significato, tra la teurgia, che moveva da Dio, e la magia, che moveva dal Diavolo(460). Ma anche questa distinzione non  cos costante e sicura come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia apparteneva ai santi; ma la magia non apparteneva di necessit ad uomini malvagi e diabolici; giacch c'erano maghi buoni e maghi rei, e alcuna volta  assai difficile distinguere il santo dal mago buono. E in vero, non solo operavano entrambi, su per gi, gli stessi prodigi, ma gli operavano ancora con lo stesso animo e con gli stessi intendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano(461), sarebbe diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo pianse sulla sua tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la prova ch'egli era salvo. Alberto Magno, di cui si disse che esercitasse la magia in beneficio della fede e con licenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione la vita, fu canonizzato davvero(462). Ruggero Bacone fu cos buon cristiano che una volta pun certo suo servitore perch non digiunava quand'era prescritto; un'altra volta riscatt un gentiluomo che per quattrini s'era obbligato al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli, bruci tutti i suoi libri di magia, e si rinserr in una cella, donde pi non usc, e dove fin di vivere in capo di due anni, tutti consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago buono tra i musulmani. Mago buono  il Malagigi dei romanzi cavallereschi; ottimo il Prospero della Tempesta dello Shakespeare. Di questi e di altri maghi, storici o immaginarii, si pu dire ci che di Cipriano dice uno de' famuli suoi nel dramma Calderon:

Yo solamente resuelvo
Que, si el es mgico, ha sido
El mgico de los cielos(463).

Come immagin i demonii servizievoli e amici dell'uomo, cos immagin la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli tali anche quando ricorressero ad arti prave ed illecite. La massima che il fine giustifica i mezzi  massima, in secreto o in palese, professata universalmente; non sempre cos malvagia come molti la dicono; e non tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori ed osservatori i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol farsene colpa. Oltre di ci, la opinione che col cielo si possa tergiversare, venire a patti ed a transazioni,  ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi lo vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura, come principio regolativo della vita, in pi di una religione pratica, ci non vuol dir altro se non che le religioni, in pratica, prendono sempre forma dalla coscienza comune.
C', del resto, un criterio, per cui si pu abbastanza sicuramente conoscere il mago buono dal mago reo. Il reo stringe col diavolo un patto, in forza del quale ei si impegna di dargli l'anima in pagamento dell'ajuto che da esso avr. Il buono non si obbliga con patto alcuno, ma riman libero, ed esercita l'arte, bens con la cooperazione del diavolo, ma in virt di un alto potere ch'egli s' procacciato. Il primo esercita l'arte da mercante, e, in realt, serve al diavolo, cui par che comandi: il secondo esercita l'arte da gran signore, e comanda al diavolo, cui pu chiedere tutto senza concedere nulla. Cos  che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti; e dicono i maomettani che chi avesse l'anello di Salomone potrebbe comandare ai diavoli ogni cosa che gli fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere nei libri magici poteva fare altrettanto(464). Certo, questi commerci e queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano senza peccato; ma il pericolo non era poi troppo terribile, e il peccato, a giudizio almeno di chi non fosse teologo di professione, non era grandissimo. Il Talmud permette d'interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio ed ajuto: i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva comodo, se le prendevan da s.
Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale comand ai diavoli per iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi loro n in vita n in morte. Non fu, da quanto mostra la sua leggenda, cos largo benefattore degli uomini come l'unico Virgilio, ma non abus dell'arte sua, e dovette essere servizievole uomo e liberale, se a due suoi discepoli, che lasci in Firenze, impose (come attesta il Boccaccio) fossero sempre presti ad ogni piacere di certi gentili signori che l'avevano onorato, e se quelli, obbedienti al precetto, "servivano i predetti gentili uomini di certi loro innamoramenti o d'altre cosette liberamente". Di sua bont vedremo qualche altra prova pi innanzi. Anche fu dabbene cristiano, tuttoch si lasciasse vincere in questa parte da altri, e Alberto Magno accusi in certo qual modo di empiet un suo libro intitolato Quaestiones Nicolai Peripatetici, e parecchi notino ch'egli non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte.
E ora, senza, pi oltre indugiarci, prendiamo in esame le predizioni dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta, e i prodigi del mago: e cominciam dalle predizioni.
...
.
...
4.
...
.
...
Varia e copiosa fior in Italia, nei tre secoli XII, XIII e XIV, la letteratura profetica, e due furono le ragioni principali del suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento religioso; la passione politica. Il sentimento religioso naturalmente inclina l'uomo a ideare un avvenire conforme a certi dati della fede, o a certi postulati della coscienza, e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo(465). La passione politica lo inclina a cercar nella predizione un concetto che lo sorregga e diriga, un'arme di combattimento, un principio di giustificazione. Nascono per tal modo due maniere di profezie, l'una pi propriamente ascetica, l'altra pi propriamente politica; sebbene tra le due non sia divario di specie a specie, ma solo di variet a variet; e sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel riguardo della politica  in pi particolar modo da distinguere la profezia che dir suggestiva, la quale s'adopera a drizzar gli eventi piuttosto per una che per altra via; e la profezia retroattiva, la quale, descrivendo o narrando ci che assume di predire, giustifica e sancisce, post eventum, un dato ordine di fatti.
Da Gioachino di Fiora, il quale fu

Di spirito profetico dotato,

a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia(466); e quasich i nostrani non bastassero, furono tratti a questa volta e forzati a immischiarsi nelle cose nostre anche i forastieri. Di ci nessun altro esempio pi calzante per noi, e che pi, faccia al caso, di quello di Merlino, profeta e mago.
Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione latina che ne fece Goffredo di Monmouth, si diffusero rapidamente e largamente per l'Europa, acquistando fra disparatissime genti meravigliosa e durevole celebrit. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio; furono commentate e interpretate da uomini di grande dottrina ed autorit, qual fu uno Alano de Insulis, che consacr loro un'opera divisa in sette libri. Esse ebbero ad influire pi d'una sugli avvenimenti e si serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare, finch non sopraggiunse, come s' notato, il Concilio di Trento, che le dichiar false e le proib(467). In grazia di quella tanta sua riputazione, Merlino non fu pi soltanto il profeta dei Brettoni, ma divent un profeta universale, a cui si attribuirono a mano a mano altri vaticinii, riguardanti, quando le sorti di una particolare nazione, quando eventi di carattere pi generate, cos fu ch'ei divenne profeta anche per l'Italia, dove, gi nella prima met del secolo XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose in francese, a richiesta di Federico II (si noti questo particolare), e spacciandola per autentica, una nuova raccolta di profezie di Merlino, tutte molto favorevoli all'imperatore e altrettanto avverse alla curia romana(468). Non so se ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del gi citato Fioretto di croniche degli imperadori, in un luogo dove, parlando appunto di Federico Secondo, l'autore, che gli si addimostra assai favorevole, nota: "E se Merlino o vero la savia Sibilla dicono veritade, in questo Imperadore Federigo fin la dignitade"(469). Col titolo di Versus Merlini il Muratori pubblic in calce al Memoriale potestatum Regiensium sessanta versi leonini, assai rozzi, nei quali si accenna confusamente ai casi di molte citt e province d'Italia(470).
.
Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, come profeta, Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle recate potranno bastare.
Certo, Michele Scotto non ebbe, n poteva avere, per questa parte, fama eguale a quella di Merlino, il cui nome era cognito a quanto (ed erano innumerevoli) avessero qualche dimestichezza con le leggende vaghissime, ambages pulcherrimae, come Dante le chiama, del ciclo arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un romanzo famoso, il Merlin di Roberta di Borron, notissimo, come gli altri del ciclo, in Italia, e tradotto nel volgare nostro l'anno 1375. N pure ebb'egli celebrit meravigliosa onde fru pi tardi Michele Nostradamus; ma ebbe, ci nondimeno, come profeta, non piccolo nome. Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie di Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello Scotto, in versi contenente Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et aliarum partium, e nota in proposito: Quanto sieno state vere queste predizioni, fu da molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo intesi; e la mente mia contempl assai cose sapientemente, e fui ammaestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono vere(471). Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale fior nella prima met del secolo XIV, ricorda che lo Scotto diede fuori certi versi (probabilmente quegli stessi che Salimbene riporta) ov'era predetta la rovina di parecchie citt d'Italia, con altri avvenimenti(472); e Benvenuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro filosofo si avverarono(473).
.
Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera di Michele Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite per acquistar loro il credito e la celebrit onde quegli godeva, cos come s'era fatto gi, o tuttavia si veniva facendo, con Merlino? Che Michele s'arrogasse l'officio di profeta  provato da quanto dice in proposito Enrico d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui attribuite sieno proprio di lui non si pu provare, e che quella riferita da Salimbene non sia si pu affermare sicuramente, quando si consideri che essa , in sostanza, non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque sia, ci che pi importa a noi si  che dalla comune credenza e dalla leggenda ei fu tenuto profeta.
E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba Malaspina (sec. XIII), avvertito come Federico II desse molta fede ad astrologi e negromanti, e si governasse con loro parole, soggiunge che essendogli stato predetto da certi aruspici che morrebbe sub flore desideroso di vivere immortale, evit con ogni studio d'entrare cos in Firenze, come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter fuggire alla sorte che l'aspettava(474). Chi quegli aruspici fossero Saba non dice. Giovanni Villani narra: "Lo Imperadore venuto in Toscana non volle entrare in Firenze, n mai non v'era intrato, per che se ne guardava, trovando per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio, ovvero profezia; come doveva morire in Firenze, onde forte ne temea"; e alquanto pi oltre, narrando come Federico morisse in Firenzuola, soggiunge: "ma male seppe interpretare le parole mendaci, che 'l demonio li avea dette"(475). Giovanni non sa donde propriamente venisse, di che natura fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a crederlo avvertito ingannevole di demonio. Altri, e sono il maggior numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele Scotto. Benvenuto da Imola, notato come Michele mescolasse la negromanzia con l'astrologia, e come delle predizione ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice che male per altro s'appose quando annunzi a Federico che morrebbe in Firenze, mentre mor in Fiorenzuola di Puglia (sic). L'autore del Fioretto delle croniche degli imperadori nomina Michele Scotto, ma non accenna a errore o equivocazion di nome: "E andando per lo cammino (lo imperadore) giunse in Campania a una terra che si chiama Fiorentino, e quivi mor. E tutto ci gli disse di sua morte Maestro Michele Scotto negli anni domini MCCL:": e avverte poi che Merlino parl di Federico II, e profet che vivrebbe settantasette anni. Sant'Antonino ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto non parla(476); mentre alcuni fra i commentatori meno antichi di Dante, come il Landino, il Vellutello, il Daniello, ne fanno espresso ricordo. Taluno d'essi parla, non di Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com' noto, Federico mor veramente in Fiorentino di Puglia.
Non ispender parole intorno all'indole di questa profezia la quale arieggia certi responsi ambigui degli oracoli antichi: mi baster notare ch'essa ha numerosi riscontri(477).
A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, furono, come a Michele Scotto, attribuite parecchie profezie, ricordate da Giovanni Villani e da altri(478).
...
.
...
5.
...
.
...
Se celebre come profeta, assai pi celebre fu Michele Scotto come mago.
Abbiamo gi udito il Landino affermare essere stata opinione universale che Michele "fusse ottimo astrologo et gran mago"; e l'Anonimo Fiorentino ch'ei "fu grande nigromante". Il Boccaccio lo fa dire da Bruno "gran maestro in nigromanzia", e Guiniforto delli Bargigi lo vanta "grande incantatore nella corte di Federico II"(479). Nel Paradiso degli Alberti, Maestro Luigi Marsilii, facendosi a narrare una novella che vedremo or ora, dice di voler narrare "un caso assai famoso e noto pubblicamente fatto da tale, che secondo si crede, non fu in Italia gi moltissimi secoli pi dotto e famoso mago". Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare che Michele seppe veramente quel gioco, e Fazio degli Uberti ch'ei seppe contraffare Simon Mago, maestro e principe di tutti i maghi. In sul finire del secolo XV e in sul principiar del seguente questa celebrit di Michele Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella maccheronea XVIII ce ne fa testimonianza.
.
La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere per certo cos copiosa e compaginata come fu quella di Virgilio; ma certo fu pi compaginata e copiosa di quanto ora appaja a noi, che non siam pi in grado di conoscerla tutta. Di ci le prove non mancano. Benvenuto da Imola ricorda avere udito narrar di Michele, de quo jam toties dictum est et dicetur, assai cose, che pajon a lui piuttosto immaginate che vere(480); e l'Anonimo Fiorentino: "Dicesi di lui molte cose meravigliose in quell'arte". Pi secoli dopo il Dempster nota che ancora a' suoi tempi si narravan di lui innumerevoli fiabe, innumerabiles... aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica di Michele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo in cui cominciava ad appalesarsi in modo pi risentito il triste vaneggiamento superstizioso che tante sciagure procacci di poi; quando contro gli stregoni e le streghe s'instruivano i primi processi e s'accendevano i primi roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi date al filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro l'arte dannata e contro i rei che osavan di professarla. Nasceva la leggenda e prendeva vigore in un tempo assai favorevole al suo nascere ed al suo crescere.
I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si possono spartire in due gruppi: l'uno, di quelli nati in Italia, o, per lo meno, riferiti da autori italiani; l'altro, di quelli nati fuori d'Italia, e pi propriamente nella patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due gruppi non  diversit quanto al concetto che li informa e sorregge; ma non  nemmeno continuit: li tiene congiunti insieme il nome di colui che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci primamente al primo.
.
Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino, Cristoforo Landino, Alessandro Vellutello, narrano, quale pi in breve, quale pi in disteso, e con particolarit che variano dall'uno all'altro, come, essendo in Bologna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini della citt, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco accendere il fuoco in cucina, e come, essendo i convitati, seduti intorno alle mense, cominciassero a venir per l'aria serviti di molte vivande, e Michele dicesse loro: questo viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro dalla cucina del re d'Inghilterra, e cos di sguito; e il tutto avveniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele(481).
Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'essere stato al mondo solo operatore di tanto prodigio, ch altri l'operarono, prima e altri dopo di lui. Di Pasete, il quale super tutti gli uomini nell'arte magica, ricorda Suida come facessero apparire sontuosi banchetti, e donzelli che li servivano, e il tutto novamente sparire(482); e miracoli simili narra Origene dei maghi d'Egitto(483). Numa Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei Bramani, Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Fausto, un rabbino per nome Lw, conobbero tutti quest'arte, e la praticarono con ottimo successo(484). Il diavolo Astarotte imband a Rinaldo e a Ricciardetto un banchetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato
 
onde l'oste abbia avute
Queste vivande che son lor venute;

Rispose il diavol: Questa colezione,
E le vivande che mangiato avete,
Apparecchiava il re Marsilione;
E giunti in Roncisvalle lo saprete,
Che i servi insieme ne fecion quistione;
E se del vostro imperador volete
Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto.
Comanda pur, ch ci sar tantosto(485).

N potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il solo che sapeva operare il miracolo, riferito dall'Anonimo Fiorentino, di far comparire "essendo di gennaio, viti piene di pampani et con molte uve mature", le quali sparvero subito che i presenti si furono accinti a tagliare i grappoli co' coltelli; perch un miracolo in tutto simile a questo seppe operare anche Fausto(486), e altri incantatori seppero, di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi e fioriti. Cos l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel Paradiso degli Alberti, che l'anno 876 fece sorgere, in presenza dell'imperator Lodovico, uno stupendo giardino, tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto d'infiniti uccelli; cos Alberto Magno, che in un giardino miracoloso imband un miracoloso banchetto, cos Cecco d'Ascoli, di cui si racconta che "in un convito di dame, a tempo d'inverno, fece apparir pergolati, e fiori e frutta, come di primavera e autunno"(487). Ma il prodigio pi pomposo e mirabile fu quello operato dal secondo. Nel cuor del verno, Alberto Magno preg una volta l'imperatore Guglielmo di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V'and l'imperatore, e il buon mago lo men, insieme col sguito, in un giardino, dove, tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno strano scherzo quello dell'ospite che li aveva condotti a intirizzir di freddo; ma come l'imperatore si fu seduto a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che i convitati cominciarono a togliersi i panni di dosso, e, mezzo ignudi, ripararono all'ombra degli alberi. Fornito il mangiare i numerosi e leggiadri valletti, che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito il cielo si rabbuj, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo ravvolse novamente ogni cosa, con s acerba freddura che gli ospiti, tremando, corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco(488).
.
Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era un barletto portentoso, che mai non si votava. Si racconta nelle chiose sopra Dante alle quali si d il titolo di Falso Boccaccio, che nel campo e nel padiglione dell'imperator Federico, il giorno in cui questi fu sconfitto da' Parmigiani assediati, un povero ciabattino, andatovi con altri infiniti a far preda, trov un barletto pien di vino squisitissimo, e sel port a casa. Egli e la donna sua ogni d ne spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano vederne la fine: onde il pover uomo, meravigliato, volle vedere che mai ci fosse dentro, e ruppe il barletto, e vi trov una piccola figurina di un angelo d'argento, il quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva, similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo vino. Cos appag egli la sua curiosit; ma tosto se n'ebbe a pentire, perch dal barletto non usc pi nemmeno un gocciolo; e il barletto "era fatto per arte magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo Michele Scotto, per la sua scienza e virt"(489). L'autore di queste chiose  il solo che affibbii a Michele il nome di Tales (Talete?), n so dire perch sel faccia. Di un altro botticino che non si votava mai, ma che avrebbe perduta la virt il giorno in cui alcuno avesse voluto guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente Aliprando(490).
.
Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il carattere. Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la fantasia vagheggi nell'arte magica un mezzo sbrigativo e sicuro di sovvenire alla fame e al bisogno. Di qui s fatte ed altre simili finzioni, le quali perpetuamente rinascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile di Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i denari spesi facevano ritorno da s, fedelmente; l'antico Pasete, gi ricordato, aveva un mezzo obolo che sempre gli rivolava in tasca, e che diede argomento a un proverbio.
Di tutt'altro carattere, e pi romanzesco, men comune,  un altro prodigio che del nostro mago si narra.
Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, la elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa maggiore, essendo chiarissimo il cielo, e gi seduti intorno alle mense i convitati, e cominciato a dar l'acqua alle mani, si present all'imperatore Michele Scotto, insieme con un suo compagno, entrambi in abito di Caldei, e ricordato come da un mese circa non fosse pi stato in corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo preg di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, l'aria, ch'era caldissima. Obbed il mago, e tosto, rannuvolatosi il cielo, impervers una furiosa procella, la quale si chet prontamente, come appena l'imperatore n'ebbe espresso il desiderio. Ammirato e lieto di tal meraviglia, l'imperatore invit i savii a chiedergli quale grazia pi loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla e Michele li preg di voler dar loro uno de' suoi baroni, perch fosse loro campione, e li ajutasse ad aver ragione di certi nemici, co' quali erano in guerra. Acconsent Federico, e li invit a scegliere tra' cavalieri presenti quello che loro fosse pi in grado, ed essi scelsero un cavaliere tedesco, per nome Ulfo, e subito, con esso lui (cos parve al cavaliere) si posero in viaggio, sopra due grandi e magnifiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia. Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale d'Italia, ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna, valicarono lo stretto di Gibilterra, e giunsero "a liti assai domestici e piacevoli", dove si fe' loro incontro molto popolo festante, ed ebbero, come signori di quel paese, meravigliose accoglienze; e di l passarono a un luogo, ov'era accompagnato un grandissimo esercito, pronto a muovere contro il nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato capitano. Comincia all'ora una micidialissima guerra. Si combattono due grandi battaglie campali, a cui tien dietro la espugnazione d'una citt. Ulfo uccide di sua mano il re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e riman d'ogni cosa, per volont di Michele, solo ed assoluto signore. Michele e il compagno chiedono allora licenza e si partono, e Ulfo vive lietissimo in compagnia della moglie, che adora, e ha da lei pi figliuoli, cos maschi come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il compagno tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con loro in Sicilia, alla corte dell'Imperatore. Ulfo, bench di mala voglia si parta dalla famiglia e dal regno, cede alla loro preghiera, si pone con essi in viaggio, giunge con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua stupefazione grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in quella condizione medesima in cui le aveva lasciate, che dai donzelli non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli che ad Ulfo erano, per illusion di magia, sembrati molt'anni, non erano stati se non pochi istanti; e la novella soggiunge che il povero cavaliere non pot racconsolarsi mai pi della felicit che credeva di aver goduta e perduta. In quel punto medesimo Michele e il compagno sparirono, e per quanto Federico, doglioso della tristezza del suo cavaliere, li facesse cercare, non fu pi possibile di trovarli.
La novella di cui io ho qui dato un sunto,  narrata molto per disteso nel Paradiso degli Alberti(491); ma, assai prima che in questo romanzo, fu introdotta nel Novellino, salvo che qui  narrata, come le altre del libro, in forma assai compendiosa, e che il luogo di Michele Scotto e del suo compagno vi  tenuto da "tre maestri di nigromanzia ", di nessun de' quali si dice il nome, e un conte di San Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo(492). L'avventura, o, a meglio dire, l'incantesimo che le porge argomento, riappare, variato pi o meno, in numerosi racconti(493).
.
Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e dei prodigi operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. Nella maccheronea XVIII del Baldo, Teofilo Folengo enumerando le varie figure di maghi ond'era adorno il libro di Muselina, non dimentica Michele, e fa cenno de' suoi incantementi: immagini diaboliche; filtri amatorii; un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il portava dovunque gli piacesse d'andare; certa nave disegnata sulla riva, che si mut in vera e propria nave trasvolante pel mari; una cappa che faceva invisibile chi la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se quegli, incauto, si fosse esposto al sole(494). Non so se, altri, prima del Folengo, avesse attribuiti a Michele s fatti prodigi, che dagli autori pi antichi non si vedono ricordati; ma quanto ai prodigi stessi, l'invenzione non  del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da lui descritto ci si parer dinanzi a momenti: il miracolo della nave si racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro Barliario, di altri(495): delle immagini, dei filtri, della cappa che rende l'uomo invisibile, nulla  da dire, tanto sono comuni. In principio del secolo XVII, Antonio Maria Spelta ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti magici di Michele Scotto(496).
Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la tradizione italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche una tradizione scozzese, dir di entrambe congiuntamente pi oltre.
...
.
...
6.
...
.
...
I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere in Iscozia, e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam veduto il Dempster accennare a favole innumerevoli: Gualtiero Scott, alla cui diligenza dobbiamo le poche di cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune delle molte che a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che seguono(497).
Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di certi sudditi del re di Scozia, commesso non so che atti di pirateria. Il re di Scozia preg Michele d'andarne a chiedere soddisfazione e risarcimento, e Michele accett l'ufficio; ma, anzich provvedersi di sontuoso equipaggio, come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si ritrasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evoc un demonio in figura di un gran cavallo nero, gli mont addosso, e lo forz a volare per l'aria alla volta di Francia. Mentre cos volavano sopra il mare, il demonio chiese insidiosamente al suo cavaliere che cosa mai borbottassero le vecchie donniciuole di Scozia in sul punto di mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe, risposto: il Pater noster; e subito il nemico se lo sarebbe scosso dal dorso e l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Michele severamente rispose: Di ci che t'importa? Sali, diavolo, e vola! Giunto in Parigi, leg il cavallo alla porta del palazzo, si present al re, espose arditamente il suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore che si mostrava in cos povero arnese, e stava per rispondergli con un superbo rifiuto, quando Michele il preg di voler soprassedere ad ogni risoluzione fino a che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra. Alla prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, sonarono tutte le campane; alla seconda tre torri del palazzo rovinarono; e l'infernal palafreno stava per picchiare la terza, quando il re, prima di vederne gli effetti, concesse a Michele tutto quanto gli aveva domandato.
.
Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto di un diavolo, in brevissimo tempo,  tema di racconto assai comune(498); e comune la finzione del cavallo diabolico(499), e l'accorgimento o il precetto di non far atto, o profferir parola, che abbia carattere religioso. Le streghe, che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone, si recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano precipitate a terra se facevano il segno della croce, se invocavano Dio o i santi.
Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di Oakwood, sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, ud parlare di una strega, detta la strega di Falsehope, la quale aveva sua stanza sull'altra sponda del fiume. Una mattina egli si rec da lei, per metterla alla prova; ma fu deluso, poich quella neg d'avere qualsiasi cognizione dell'arte magica. Discorrendo, Michele pos sbadatamente la verga sopra una tavola, e la strega, datole subitamente di piglio, lo percosse con quella e lo trasform in lepre. Egli, cos mutato, sguizz fuori; ma si imbatt nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi cani, i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero serrato cos da vicino, che egli, per avere un momento di respiro e poter disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo faticosissima fuga, in una cloaca. Desideroso di vendicarsi, Michele, una bella mattina, nel tempo del raccolto, and, co' suoi cani, sopra di un colle, e mand il servo dalla strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruendolo di quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto. La strega ricus con parole ingiuriose, e il servo attacc all'uscio un breve, datogli dal padrone, ove, insieme con pi parole cabalistiche, si potevan leggere questi due versi:
.
Il servitore di Michele Scotto, Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto(500).
.
Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion sua, ch'era di cuocere il pane pei mietitori, prese a ballare intorno al fuoco, ripetendo que' versi. Giunta l'ora del desinare, il marito di lei, non vedendo venire le provvigioni, mand l'uno dopo l'altro i suoi uomini a vedere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono colti dalla stessa malia, e tutti, senza pi pensare a tornarsene indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si mosse anche il marito, ma veduto Michele sul colle, sapendo del brutto scherzo fattogli dalla donna, fu pi cauto degli altri, e non entr in casa, ma guard dalla finestra, e vide i suoi mietitori, i quali trescando senza volere, trascinavano la moglie sua, oramai pi morta che viva, quando intorno, e quando attraverso il fuoco, che, secondo l'uso, ardeva nel bel mezzo della stanza. Non cerc altro, ma sellato un cavallo, corse sul colle, si umili dinnanzi a Michele, e lo preg di far cessare l'incanto, grazia che il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare in casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il breve dall'uscio. Cos fece il buon uomo e l'incanto cess.
Ci sono due cose in questo racconto che richiamano pi particolarmente la nostra attenzione: la metamorfosi del mago in lepre; la danza magica forzata.
 credenza antichissima, e comune a tutte le razze umane, che, per virt di magia, l'uomo possa mutarsi, o essere mutato in bruto e che una simile mutazione possa anche operare il volere di un nume(501). La mitologia classica abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno riscontro molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il medio evo conserva s fatta credenza, se pur non l'accrebbe, e per secoli nessuno dubit della realt della licantropia(502), nessuno neg che gli stregoni e le streghe potessero prendere la forma di quell'animale che pi fosse loro piaciuto, o farla prendere altrui(503). La trasformazione era del corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel corpo mutato, serbavasi inalterata; ma anche in questa, come in tante altre opinioni del tempo,  difetto di precisione e di certezza. Pi e pi cronisti narrano il caso del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di un topo, fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, passare un ruscello, entrare nel cavo di un monte, scoprirvi un tesoro, e rientrar poi d'ond'era uscita; e molte e molte leggende ascetiche narran di anime vaganti in forma d'uno o d'altro animale, il pi sovente di uccelli. Gli  assai difficile dire dove, secondo le idee medievali, cessi il bruto e l'uomo incominci, tanto quello  fatto prossimo a questo. Sono senza numero le pie leggende in cui si vedono i leoni e le tigri rispettare i martiri; i santi anacoreti vivere familiarmente con le fiere del deserto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi del cielo, ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se non altro, osservare le feste(504). Perci, come non  a meravigliare dell'uso che il medio evo fece degli animali in servigio della esemplificazione e del simbolo, cos non  da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze, delle maledizioni e delle scomuniche cui, pi d'una volta, essi porsero occasione e argomento. Perci San Francesco aveva ragione di predicare agli animali e di farli assistere alla santa messa; aveva ragione di chiamarli fratelli; e non ebbe torto il giorno in cui maledisse una troja che aveva ammazzato un agnello, e che per la forza di quella maledizione mor in capo di tre giorni(505). Dopo la morte, l'uomo ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno, secondo la popolare credenza, in paradiso.
Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii,: in croniche, in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di burla maligna o di castigo, e chi le promuove pu essere cos un mago come un sant'uomo. Ruggero Bacone forz tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti son i racconti ove si vedono colte successivamente alla stessa malia molte persone, delle quali quelle che giungon dopo vengono col proposito di vedere che cosa sia occorso alle altre, giunte prima, o con quello di liberarle. Il caso di Michele e della strega porge inoltre esempio di quelle gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare da quello celebre di Mos e dei maghi d'Egitto.
Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzod della Scozia, ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva opera del vecchio Michele, o di Sir Guglielmo Wallace, o del diavolo. Ben s'intende che il vecchio Michele, come ogni altro mago, s'era in ci giovato della forza e della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno di questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, e non voleva mai starsi con le mani in mano, ma lo importunava senza fine perch volesse dargli faccenda. Michele gli ordin di costruire una diga attraverso il fiume Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e in un'altra notte il colle fu spartito. Finalmente Michele gl'impose d'intrecciar corde d'arena, e a questa disperata bisogna il buon diavolo attende tuttora. Notisi che evocare i diavoli, e non occuparli subito in qualche cosa, poteva portar pericolo. Il famulus di Virgilio, avendone evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi, ordin che lastricassero la strada da Roma a Napoli, e cos fecero. I ponti, i muri, gli acquedotti, i palazzi fabbricati dai diavoli sono innumerevoli: tra le opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e pi di un convento.
La morte di Michele Scotto  narrata in modi affatto diversi dalla tradizione italiana e dalla tradizione scozzese.
Francesco Pipino, gi ricordato, racconta: Dicesi che Michele Scotto, avendo trovato d'avere a morire della percossa di un sassolino di peso determinato, immagin una nuova armatura del capo, detta cervelliera, e di quella andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa, nel momento della ostensione o elevazione del corpo di Cristo, egli, per consueta reverenza, si nud il capo, e in quella appunto il fatal sassolino, cadendo dall'alto, il percosse, e lievemente il piag. Postolo in una bilancia, e trovatolo del peso che avea preveduto, intese esser giunta la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella ferita indi a poco mor(506).
Con leggiere varianti questa novella  narrata pure da Benvenuto da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo, dal Daniello, dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi, senza dubbio, ad essa, parecchi cronisti dicono, come il Pipino, Michele inventore della cervelliera(507). Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di Virgilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il capo, mor d'insolazione.
Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto mor per la malvagit di una donna, sua moglie, o concubina. Costei riusc a farsi palesare da lui ci che, insino allora, egli aveva tenuto a tutti celato; cio che con l'arte sua egli poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo che dalla velenosa virt di un brodo fatto con la carne di una troja furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, e il povero mago se ne and all'altro mondo; non cos presto tuttavia, che non gli rimanesse tempo di punir con la morte la traditrice.
Per questo racconto Michele entra a far parte della numerosa famiglia degli ingannati dalle donne, famiglia cos spesso ricordata da poeti e romanzatori del medio evo, e nella quale figurano Adamo, Salomone, Sansone, Aristotele, Virgilio, Merlino, Art e parecchi altri.
Dei libri magici di Michele Scotto dur lungo il ricordo in Iscozia. A' tempi del Dempster si credeva che essi esistessero ancora, ma non si potessero aprire senza spavento, a cagione de' prestigi diabolici che tosto si offerivano a chi li aprisse(508). Del pericolo che gl'inesperti potevan correre in aprire i libri magici son molti esempi: due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri di Michele, dicevasi erano stati sepolti con lui, o si conservavano nel convento ov'egli era morto, o in un castello, appesi ad arpioni di ferro. Del libro magico di Cecco d'Ascoli si disse in Italia che fosse conservato nella Laurenziana, o sopra le volte di San Lorenzo, assicurato con catene. Nel canto II del suo Lay of the last Minstrel, Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome Guglielmo Deloraine, il quale con l'ajuto di un vecchio monaco, che gi aveva conosciuto Michele Scotto, apre la tomba del mago, e ne toglie il libro magico. In mezzo a una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto, col libro del comando nella mano sinistra, una croce d'argento nella destra, e quasi co' segni della eterna salute nel volto(509). Tutto ci  invenzion del poeta.
...
.
...
7.
...
.
...
De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, non pochi, come abbiam veduto, si narrano di altri maghi; e in generale pu dirsi che le numerose leggende di maghi pervenute, in tutto o in parte, sino a noi, presentano, insieme con alcune picciole parti divariate e proprie, una parte di molto maggiore, uniforme, e comune. Di questa uniformit e comunanza son due ragioni: la prima, che i temi principali della finzione sono naturalmente di numero assai ristretto, e, in condizioni simili di coltura e di vita, rinascono e si ripetono simili; la seconda, che i temi passano d'una in altra leggenda, di modo che i maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arrichiscono a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso speciale di quel generale procedimento di attrazione e di accumulazione per cui tutte le leggende crescono, e di cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e mirabili degli eroi epici, dei santi, ecc. Cos fu che la leggenda di Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende di altri maghi; cos fu che crebbe la leggenda di Fausto.
.
Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d'Ascoli, Fausto, diedero materia a storie popolari, nelle quali si pens d'avere raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano, narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare, non pi la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicit, da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui veduta(510).
.
Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto cominci a trovar molti increduli e fu risolutamente negata, dopo che la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il Pits, il Dempster, il Leland, il Naud, altri, schifano la leggenda, esaltano, come s' veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per difendere Michele Scotto dalla imputazione di veneficio(511). Per veneficio l'autore intese probabilmente, come dai Latini molte volte s'intese, maleficio, sortilegio: a me non fu dato di veder quest'opuscolo.
.
In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d'Ascoli son vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosit popolare; ma quella di Michele Scotto  spenta gi da gran tempo(512). In Iscozia, la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell'autore d'Ivanhoe,  forse viva anche ora; ma non andr molto che e questa, e quelle, ed altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno ricetto e riposo.
...
.
...
APPENDICE.
...
.
...
ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI MICHELE SCOTTO.
...
.
...
1.

Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et aliarum partium per magistrum Michaelem Scothum declarata (Chronica FR. SALIMBENE Parmensis ordinis minorum ex codice Bibliothecae Vaticanae nunc primum edita, Parma, 1857, pp. 176-7). Li riproduco tali e quali

Regia vexilla timens, fugiet velamina Brixa
Et suos non poterit filios propriosque tueri.
Brixia stans fortis, secundi certamine Regis.
Post Mediolani sternentur moenia griphi.
Mediolanum territum cruore fervido necis,
Resuscitabit viso cruore mortis.
In numeris errantes erunt atque sylvestres.
Deinde Vercellus veniunt, Novaria, Laudum.
Affuerint dies, quod aegra Papia erit.
Vastata curabitur, moesta dolore flendo.
Munera quae meruit diu parata vicinis.
Pavida mandatis parebit Placentia Regis.
Oppressa resiliet, passa damnosa strage.
Cum fuerit unita, in firmitate manebit,
Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum.
Parma parens viret. totisque frondibus uret.
Serpens in obliquo, tumida exitque draconi.
Parma Regi parens, tumida percutiet illum.
Vipera draconem. Florumque virescet amoenum
Tu ipsa Cremona patieris flammae dolorem.
In fine praedito, conscia tanti mali,
Et Regis partes insimul mala verba tenebunt.
Paduae magnatum plorabunt flli necem.
Duram et horrendam, datam catuloque Veronae.
Marchia succumbet, gravi servitute coacta,
Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt,
Languida resurget, catulo moriente, Verona.
Mantua, vae tibi tanto dolore piena,
Cur ne vacillas, nam tui pars ruet?
Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest
Subire te cunctis, cum tua facta ruent
Peregre missura, quos tua mala parant.
Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem.
Corruet in pestem, ducto velamine pacis.
Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa,
Sed dabit immensum, purgato agmine, censum.
Mutina fremescet, sibi certando sub lima,
Quae, dico, tepescet, tandem trahetur ad ima.
Pergami deorsum excelsa moenia cadent.
Rursus et amoris ascendet stimulus arcem.
Trivisii duae partes offerent non signa salutis.
Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae.
Roma diu titubans, longis terroribus acta,
Corruet, et mundi desinet esse caput.
Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus,
Quod Fridericus malleus orbis erit.
Vivet draco magnus cura immenso turbino mundi.
Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus,
Quod Petri navis desinet esse caput.
Reviviscet mater: malleabit caput draconis.
Non diu stolida florebit Florentia florum;
Corruet in feudum, dissimulando vivet.
Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem.
Infra millenos, ducenos, sexque decennos
Erunt sedata immensa turbina mundi.
Morietur gripho, aufugient undique pennae.


2.

ENRICO D'AVRANCHES. Ad imperatorem Fr[ethericum], cujus commendat prudenciam (Forschungen zur deutschen Geschichte, vol. XVIII (1878), p. 486).

A Michaele Scoto me percepisse recordor,
Qui fuit astrorum scrutator, qui fuit augur,
Qui fuit ariolus, et qui fuit alter Apollo.
Hunc super imperio cum multi multa rogarent:
Esse sibi, dixit, certa ratione probatum,
Quod status imperii, te supportante, resurget.
Prelatis adhibere fidem nolentibus illi,
Addidit hiis verbis formalem pandere causam:
'Hac princeps, et non alia, ratione regendis
Preficitur populis, ipsius ut una voluntas
Unanimes faciat populos, sua jussa sequentes.
Sic opus est; nec enim poterit consistere regnum
In se divisum, sed desolabitur. Hoc est
Ergo: quod imperii rupisse videtur habenas
Principis ad nutum plebs dedignata moveri.
Sed sic est - celum si non mentitur, et astra
Si non delirant, et mobilitate perhenni
Corpora si sequitur supracelestia mundus -:
Excellens alias prudencia principis hujus
Cisma voluntatum dirimet, populosque rebelles
Conteret et legum dabit irresecabile frenun.
Nec tamen arma feret spontanea, sed spoliatus
In spoliatores, quos talio puniet equa:
Omnia dat qui justiciam negat arma tenenti'.
Veridicus vates Michael, hae pauca locutus,
Plura locuturus, obmutuit, et sua mundo
Non paciens archana plebescere, jussit
Ejus ut in tenues prodiret hanelitus auras.
Sic acusator fatorum fata subivit.
Neve fide careant tanti presagia vatis:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Sguita, dando a Federico suggerimenti conformi alle sentenze e allo predizioni di Michele.


3.

SALIMBENE, Chronica, Parma, 1857, pp. 169-70.

Septima et ultima curiositas ejus (sc. Friderici) et superstitio fuit, sicut etiam in alia chronica posui, quia, cum quadam die in quodam palatio existens interrogasset Michaelem Scothum astrologum suum quantum distabat a coelo, et ille quod sibi fuerat, respondisset, duxit eum ad alia loca regni, quasi sub occasione spatiandi, et per plures menses detinuit, pracipiens architectis, sive fabris lignariis, ut salam palatii ita deprimerent quod nullus posset advertere: factumque est ita. Cumque post multos dies, in eodem palatio cum praedicto astrologo consisteret Imperator, quasi aliunde incipiens, quaesivit ab eo, utrum tantum distaret a coelo, quantum alia vice jam dixerat; qui computata ratione sua, dixit, quod aut coelum erat elevatum, aut certe terra depressa: et tunc cognovit Imperator quod vere esset astrologus.


4.

FRANCESCO PIPINO, Chronicon, cap. I,, De Michale Scotto Astronomo (MURATORI, Rerum italicarum scriptores. t. IX, col. 670).

Michal Scottus Astronomiae peritus hoc tempore agnoscitur, imperante juniore scilicet Friderico. Hic, ut fertur, quum comperisset se moriturum lapillo certi ponderis parvi, escogitavit novam capitis armaturam, quae vulgo cerebrerium sivi cerobotarium appellatur, qua jugiter caput munitum habebat. Quadam autem die dum in Ecclesia hora sacrificii in ostensione videlicet sive elevatione Dominici Corporis caput ea munitione pro reverentia solita exuisset, lapillus fatalis in caput ejus decidit, atque illud sauciauit pusillum. Quo bilance pensato, et tanti ponderis invento, quanti timebat, certus mortis disposuit rebus suis, eoque vulnere post modicum fati legem implevit. Ejus igitur occasu, modo, quo dictum est, praecognito, verificatum in eo cernitur verbum Flavii Josephi disertissimi Historiographi, qui ait: Fatum homines evitare non possunt, etiamsi praeviderint. Michal iste dictus est spiritu prophetico claruisse. Edidit enim versus, quibus quarumdam Urbium Italiae ruinam, variosque praedixit eventus.


5.

JACOPO DELLA LANA (Comedia di Dante degli Allagherii col commento di JACOPO DI GIOVANNI DALLA LANA Bolognese, Milano (1865), p. 93). Lo stesso nella edizione di Bologna, 1866, vol. I, p. 351.

Qui fa menzione di Michele Scotto il quale fu indovino dell'imperadore Federigo; ebbe molto per mano l'arte magica, s la parte delle coniurazioni come eziandio quella delle imagini; del quale si ragiona ch'essendo in Bologna, e usando con gentili uomini e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in brigata a casa l'uno dell'altro, quando venia la volta a lui d'apparecchiare, mai non facea fare alcuna cosa di cucina in casa, ma avea spiriti a suo comandamento, che li facea levare lo lesso dalla cucina dello re di Francia, lo rosto di quella del re d'Inghilterra, le tramesse di quella del re di Cicilia, lo pane d'un luogo, e '1 vino d'un altro, confetti e frutta la onde li piacea; e queste vivande dava alla sua brigata, poi dopo pasto li contava: del lesso lo re di Francia fu nostro oste, del rosto quel d'Inghilterra etc.


6.

BENVENUTI DE RAMBALDIS DE IMOLA Comentum super DANTE ALDIGHERIJ Comoediam, Firenze, 1887 segg., vol. II, pp. 88-9.

Hic fuit Michael Scottus, famosus astrologus Federici II, de quo jam toties dictum est et dicetur: cui imperatori ipse Michael fecit librum pulcrum valde, quem vidi, in quo aperte curavit dare sibi notitiam multorum naturalium, et inter alia multa dicit de istis auguriis. Et nota quod Michael Scottus admiscuit nigromantiam astrologiae; ideo creditus est multa vera. Praedixit enim quaedam de civitatibus quibusdam Italiae, quarum aliqua verificata videmus, sicut de Mantua praedicta, de qua dixit: Mantua, vae tibi, tanto dolore plaena! Male tamen praevidit mortem domini sui Federici, cui praedixerat, quod erat moriturus in Florentia; sed mortuus est in Florentiola in Apulia, et sic diabolus quasi semper fallit sub aequivoco. Michael tamen dicitur praevidisse mortem suam, quam vitare non potuit; praeviderat enim se moriturum ex ictu parvi lapilli certi ponderis casuri in caput suum: ideo providerat sibi, quod semper portabat celatam ferream sub caputeo ad evitandum talem casum. Sed semel cum intrasset in unam ecclesiam, in qua pulsabatur ad Corpus Domini, removit caputeum cum celata, ut honoraret Dominum; magis tamen, ut credo, ne notaretur a vulgo, quam amore Christi, in quo parum credebat. Et ecce statim cecidit lapillus super caput nudum, et parum laesit cutim; quo accepto et ponderato, Michael reperit, quod tanti erat ponderis, quanti praeviderat; quare de morte sua certus, disposuit rebus suis, et eo vulnere mortuus est.


7.

Commento di FRANCESCO DA BUTI sopra la Divina Commedia di DANTE ALLIGHIERI, vol. I, Pisa. 1858, p. 533.

Questo Michele fu con lo imperadore Federigo seconda, e fu ancora in Bologna per alcun tempo, e facea spesse volte conviti con li gentili uomini e non apparecchiava niente: se non che comandava a certi spiriti che avea costretti, ch'andassino per la roba, e cos recavano di diverse parti le imbandigioni, e quando era a mensa con li valenti uomini, dicea: Questo lesso fu del re di Francia, l'arrosto del re d'Inghilterra dell'altre cose; e per dice che seppe il gioco delle magiche frode; che questo non era se non inganno: imper che parea forse loro mangiare e non mangiavano, o pareano quelle vivande quel che non erano.


8.

Chiose sopra Dante (Falso Boccaccio) pubblicate a cura di Lord Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3.

Effu il primo filoxafo eastrolagho talese effuchostui altempo dello imperador federigho secondo effu nemico disanta chiesa evenne addosso apparma eassediolla efecie difuori unacittadella allaquale puose nome vittoria. Laonde veggiendosi iparmigiani istretti forti uscirono fuori tutti a romore dipopolo si eintalmodo cheglisconfissono loste delre federigho. Onde rubando iparmigiani ilcanpo unpovero huomo ciabattiere discharpette andava perghuadagnare entro nel padiglione delre enonvi trovo altro chun botticiello dunasoma pieno eportosenelo achasa eimaginando dentro vi fosse vino epostolo inchasa undi ne trasse unbicchiere etrovo chera imperfetto vino eunaltro bicchiere ne diede alladonna sua eognidi ne veniva aumodo etanto natignieva quanto bisogniava diche acierto tempo ilpovero huomo simaraviglio chelbotticino nomanchava volle sapere quelche questo volesse dire eruppe ilbotticiello nelquale dentro vaveva unagnolo dariento piccholo il quale teneva unodesuopiedi insunungrappolo duva dargiento ediquesto grappolo usciva questo perfetto vino. E questo erafatto perarte magicha edinegromanzia equesto fecie tales overo michele scotto perlasua scienzia e virtu eilpovero huomo perde ilsuo bere ellasua vignia ellasua ventura incio.


9.

ANONIMO FIORENTINO, Commento alla Divina Commedia, stampato a cura di Pietro Fanfani (Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua), Bologna, 1866-74, vol. I, pp. 452-3.

Questo Michele Scoto fu grande nigromante, et fu maestro dello imperadore Federigo secondo. Dicesi di lui molte cose maravigliose in quell'arte; et fra l'altre che, essendo giunto in Bologna, invit una mattina a mangiare seco quasi tutti i maggiori della terra, et la mattina fuoco non era acceso in sua casa. Il fante suo si maravigliava, et gli altri che 'l sapeano diceano: Come far costui? uccella egli tanta buona gente? Ultimamente, venuta la brigata in sua casa, essendo a tavola disse Michele: Venga della vivanda del re di Francia; incontanente apparirono sergenti co' taglieri in mano, et pongono innanzi costoro, et costoro mangiono.
.
Venga della vivanda del re d'Inghilterra; et cos d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro la mattina meglio che niuno signore - Delle magiche frode seppe. Per che questa arte magica si pu in due modi usare: o egli fanno con inganno apparire certi corpi d'aria che pajono veri; o elli fanno apparire cose che hanno apparenza di vere et non sono vere, et nell'uno modo et nell'altro fue Michele gran maestro. Fue questo Michele della Provincia di Scozia; et dicesi per novella che, essendo adunata molta gente a desinare, che essendo richiesto Michele che mostrasse alcuna cosa mirabile, fece apparire sopra le tavole, essendo di gennajo, viti piene pampani et con molte uve mature; et dicendo loro che ciascheduno ne prendesse un grappolo, ma ch'eglino non tagliassono, s'egli nol dicesse; et dicendo tagliate, sparvono l'uve, e ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in mano. Predisse Michele molte cose delle citt d'Italia, cominciando da Roma; et molte cose avvennono di quelle ch'egli predisse: et fra l'altre dice della citt di Firenze: Non diu solida stabit Florentia, florem Decidet in foetidum, dissimulando ruet etc.


10.

TEOFILO FOLENGO, Baldus, maccheronea XVIII (Le opere maccheroniche di MERLIN COCAI, ediz. di A. Portioli, Mantova, 1883 sgg.).

Ecce Michaelis de incantu gegula Scoti.
Qua post sex formas cereae fabrcatur imago
Daemonii Sathan, Saturni facta piombo.
Cui suffimigio per sirica rubra cremato,
Hac, licet obsistant, coguntur amare puellae.
Ecce idem Scotus, qui stando sub arboris umbra,
Ante characteribus designat millibus orbem,
Quatuor inde vocat magna cum voce diablos.
Unus ab occasu properat, venit alter ab ortu,
Meridies terzum mandat, septemtrio quartum,
Consecrare facit froenum conforme per ipsos,
Cum quo vincit equum nigrum, nulloque vedutum.
Quem, quo vult, tanquam turchesca sagitta cavalcat.
Sacrificatque comas ejusdem saepe cavalli.
En quoque depingit magus idem in littore navem.
Quae vogat totum octo remis ductu per orbem,
Humanae spinae suffimigat inde medullam.
En docet ut magicis cappam sacrare susurris,
Quam sacrando fremunt plorantque per aera turbae
Spiritum, quoniam verbis nolendo tiramur.
Hanc quicunque gerit gradiens ubicunque locorum
Aspicitur nusquam, caveat tamen ire per album
Solis splendorem, quia tunc sua cernitur umbra.


11.

SATCHELLS, History of the Right Honourable Name of Scott (citato da GUALTIERO SCOTT, nella nota 11 al canto II del Lay of the last Minstrel).

He said the book which he gave me
Was of Sir Michael Scot's historie;
Which historie was never yet read through,
Nor never will, for no man dare it do.
Young scholars have pick'd out something
From the contents, that dare not read within.
He carried me along the castle then,
And shew'd his written book hanging on an iron pin.
His writing pen did seem to me to be
Of hardened metal, like steel, or accumie;
The volume of it did seem so large to me,
As the book of Martyrs and Turks historie.
Then in the church he let me see
A stone where Mr. Michael Scott did lie;
I asked at him how that could appear,
Mr. Michael had been dead above five hundred year?
He shew'd me none durst bury under that stone,
More than he had been dead a few years agone;
For Mr. Michael's name doth terrify each one.
...
.
...
ART NELL'ETNA.
...
.
...
1.
...
.
...
Per secoli fu creduto che Art, mortalmente ferito in battaglia, non fosse mai morto, ma vivesse in luogo incantato e recondito, d'onde sarebbe, una volta o l'altra, per far ritorno e prender vendetta de' nemici del suo popolo e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza dei Brettoni vinti, ma non caduti di animo, s fatta credenza; come intimamente si legassero ad essa i ricordi loro pi dolorosi e le pi accarezzate speranze; come tutto il sentimento loro di nazione trovasse in essa una consacrazione ed un simbolo. Alano de Insulis (m. 1202) ricorda come ai tempi suoi quella credenza fosse ancora cos viva e comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato pericolo di lapidazione(513). Fra le genti d'altra stirpe la lunga e paziente aspettativa diede il tema a locuzioni proverbiali notissime; e Arturum expectare tanto venne a dire quanto aspettar ci che non pu n deve avvenire(514); e speranza brettone fu sinonimo di speranza vana ed assurda. A s fatta speranza sono frequenti accenni nei trovatori di Provenza(515), e dai trovatori di Provenza, se non da altri, avrebbero gl'Italiani potuto averne agevolmente contezza. Arrigo da Settimello, nel suo poema latino De divertiste fortunae et philosophiae consolatione, composto circa il 1192, la rammenta due volte:

Et prius Arturus veniet vetus ille Britannus,
Quam ferat adversis falsus amicus opem.

Qui cupit auferre naturam seminat herbam
Cujus in Arturi tempore fructus erit.(516)

Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico II, colta un giorno l'occasione che l'Imperatore era andato a cacciare, uscirono fuori con grande impeto, e presero e distrussero la citt di Vittoria, dai nemici edificata quasi sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta, accennando alle vane minacce dell'imperatore, dice:

Cominatur impius, dolens de iacturis,
Cum suo Britonibus Arturo Venturis.(517)

Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Galfredo di Monmouth, Morgana aveva trasportato Art ferito in quella paradisiaca isola di Avalon, altrimenti detta Insula pomorum, o Fortunata, della quale  s frequente ricordo in croniche e in poemi del medio evo(518), ma non era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse su questo punto, specie migrando fuor di patria, prendendo ad allignare fra nuove genti, incontrandosi con altre finzioni, offerendosi a esplicazioni e connettimenti nuovi. Come Orlando, fatto cittadino di altre patrie, ebbe mutato il luogo della sua nascita e il teatro delle prime sue gesta, cos Art ebbe mutato il luogo della sua miracolosa segregazione.
Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra abbia smarrito ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone la incantata dimora di Art nell'interno dell'Etna. Gervasio da Tilbury, primo fra gli scrittori di cui abbiamo notizia, la riferisce nel modo che segue: "In Sicilia  il monte Etna, ardente d'incendii sulfurei, e prossimo alla citt di Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo corpo di Sant'Agata vergine e martire, preservatrice di essa. Volgarmente quel monte dicesi Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai d nostri, fra le sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno che un palafreno del vescovo di Catania, colto, per essere troppo bene pasciuto, da un subitaneo impeto di lascivia, fugg di mano al palafreniere che lo strigliava, e, fatto libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano per dirupi e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le parole? per un sentiero angustissimo ma piano, giunse il garzone in una campagna assai spaziosa e gioconda, e piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di mirabil fattura, trov Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa il re la ragione del suo venire, subito fece menare e restituire al garzone il cavallo, perch lo tornasse al vescovo, e narr come, ferito anticamente, in una battaglia da lui combattuta contro il nipote Modred e Childerico, duce dei Sassoni, quivi stesse gi da gran tempo, rincrudendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondoch dagli indigeni mi fu detto, mand al vescovo suoi donativi, veduti da molti e ammirati per la novit favolosa del fatto"(519).
Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio lo d per genuino ed autentico, e diffuso tra i Siciliani, almeno tra quelli di Catania e della rimanente regione circostante all'Etna. Intorno a ci si potrebbe muovere un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione di Gervasio; e il sospetto non sarebbe certo irragionevole. Negli scrittori Siciliani che trattano dell'Etna e dell'altre singolarit dell'isola, non si trova cenno di cos fatta novella. Oltre di ci Gervasio fu inglese; compose per un principe inglese il suo Liber facetiarum, ancora inedito, e per un imperatore mezzo inglese, Ottone IV, i suoi Otia; cos che si pu dire ch'egli dovesse essere trascinato a narrare, in un libro tutto pieno di favole, anche qualche nuova favola di Art, e non trovandone alcuna che gi non fosse notissima, inventarla. Altri scrittori, in picciol numero, l'avrebbero, pi tardi, attinta da lui. Ma a queste considerazioni altre se ne possono opporre, che conducono a diverso giudizio. Gervasio passa per uno degli scrittori pi bugiardi del medio evo; ma tale opinione, se non vuol essere ingiuriosa ed erronea, deve ridursi in pi giusti termini. Gervasio  bugiardo perch riferisce molte cose non vere; non gi perch se le inventi: volendo parlar rettamente egli  favoloso e non bugiardo; e come scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi tempi, acquistato importanza notabile agli occhi di quanti attendono allo studio dei miti e delle leggende medievali. Gervasio viaggi pressoch tutta l'Italia(520), e negli Otia molte cose racconta imparate per lo appunto in Italia: fu in Sicilia, ai servigi di re Guglielmo, innanzi al 1190, ed ebbe agio di conoscere direttamente, o per informazioni immediate, molte particolarit di quella terra, delle quali d conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda trascritta pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni accenni a cose vere e reali, che, mentre rivelano nell'autore un testimone di veduta, o un ripetitore bene informato, confermano il carattere tradizionale di esso. Dei miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la citt di Catania dagl'incendii dell'Etna,  frequente il ricordo nelle croniche siciliane. Ci che si dice del cavallo del vescovo  pure conforme al vero; giacch sappiamo, non solo che su quelle pendici del vulcano si allevavano cavalli di molto pregio e vigore, non meno agili che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubert dei paschi, gli animali d'armento e di greggia ci venivano soverchio gagliardi e baliosi, cosicch a certi tempi dell'anno bisognava trar loro sangue dalle orecchie. Subito dopo aver narrata la leggenda siciliana, Gervasio ne narra un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Art si presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa seconda leggenda  sicuramente popolare(521). Finalmente, un po' pi oltre, ricorda come, secondo la volgare tradizione dei Brettoni, Art fosse stato trasportato nell'isola di Davalim (sic), e come quivi Morgana lo custodisse e curasse(522). Poich entrambe queste leggende appartengono notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una ragione di pi per credere che alla tradizione appartenga anche la prima.
E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto dovr dire pi innanzi, anche il fatto del trovarla narrata, in forma alquanto diversa, da uno scrittore di poco posteriore a Gervasio, e da lui indipendente; Cesario di Heisterbach, che la racconta in tal modo. "Nel tempo in cui l'imperatore Enrico soggiog la Sicilia, era nella Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io penso, tedesco. Avendo costui, un giorno, smarrito il suo palafreno, che ottimo era, mand il servo per diversi luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi incontro al servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? Rispostogli da quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse il vecchio: Io so dov'. - E dove? - Nel monte Gyber (sic), in potere del re Arturo, mio signore. Quel monte vomita fiamme come Vulcano. Stup il servo in udire tali parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che da oggi a quattordici d venga alla corte solenne di lui; e sappii che tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente. Tornato addietro, il servo espose, non senza timore, quanto aveva udito. Il decano si rise di quell'invito alla corte del re Arturo; ma, ammalatosi, mor il giorno prestabilito"(523).
Il racconto , in parte, quello stesso di Gervasio, e, in parte,  diverso. Il cavallo smarrito, il servo che ne va in traccia, la misteriosa dimora di Art, sono comuni ad entrambi, mostrano che i due hanno, quanto alla sostanza, la medesima origine; ma, da altra banda, quello di Cesario differisce tanto da quello di Gervasio che, ragionevolmente, non si pu supporre ne sia derivato. Nel Dialogus miraculorum non  neppure un indizio che Cesario abbia avuto conoscenza degli Otia. Si potrebbe, gli  vero, pensare che Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo alterasse; e foggiasse deliberatamente a quel modo, per meglio accomodarlo all'indole della distinzione XII del suo libro; ma contro questa congettura sta il fatto che Cesario , nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo scrupolo; che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo, gli altrui racconti; e che sempre, quando pu, cita i nomi di coloro da cui gli ebbe, o i libri onde li trasse(524). Oltre di ci, non si vede che di quell'alterazione egli potesse molto giovarsi per i suoi fini, dacch il racconto, quale egli lo reca, , fra quanti ne novera la distinzione XII, il pi povero di significato, quello di cui meno s'intende l'insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali accennano a fonti diverse e di pi torbida e tortuosa vena. Cesario parla di un decano di Palermo, e sembra ponga Palermo dov' Catania, alle falde dell'Etna. La forma Palernensi, usata da lui, non  n latina, n italiana, ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Palerne per Palerme (Guillaume de Palerne, ecc.). Pu ci, bastare per supporre una fonte francese? gli  poco, ma gli  pur qualche cosa. Alcuna considerazione vuol pure quel monte Gyber. Il nome di Mongibello fu fatto capricciosamente derivare da Mulcibero, da Mons Cybeles, da Monte Bello, e persino da Monte di Beel; ma esso  veramente nome composto di due nomi comuni e d'egual significato, italiano l'uno, monte, arabico l'altro, gibel, che non vuol, altro dire che monte; e trovasi non di rado scritto disgiuntamente come appunto di Cesario(525). Monte Gibero si ha in testi Italiani; perg Gyfers o Givers in testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano, il racconto di Cesario si raccosta a una intera e numerosa famiglia di racconti esemplari, di cui dir fra poco, e nei quali i vulcani hanno parte cospicua. In fondo il racconto di Cesario  quello stesso di Gervasio, ma alterato alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da un gruppo d'altri racconti, molto pi antichi, e d'indole affatto diversa. I due si accordano inoltre abbastanza quanto al tempo. Gervasio dice il fatto accaduto nostris temporibus; Cesario eo tempore quo Henricus imperator subjugavit sibi Syciliam. Nulla vieta di riferire la espressione di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui in Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa che avvenne nel 1294.
Il racconto di Cesario rivela, come diceva test, certe infiltrazioni che in quello di Gervasio non appajono. Penetra in esso un elemento pauroso e tetro, alcun che di infernale e di diabolico che certamente fu estraneo alla tradizion primitiva e pi genuina. In esso la leggenda epica non  ancor trasformata, ma tende gi a trasformarsi in leggenda ascetica: in un altro racconto, posteriore di poco a quello di Cesario, la trasformazione si vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il 1261, narra il fatto a questo modo. "Udii narrare a un frate di Puglia, per nome Giovanni, il quale diceva esser ci avvenuto dalle sue parti, che cert'uomo, andato in traccia del cavallo del suo signore su pel monte presso a Vulcano (sic), ove si crede sia il purgatorio, vicino alla citt di Catania(526), trov secondo gli parve, una citt, che aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva chiese notizia del cavallo che andava cercando. Il custode gli rispose che n'andasse sino alla corte del principe, il quale, o gliel farebbe restituire, o gliene darebbe notizia; e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di alcuna norma circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve al cercatore di vedere per le vie di essa citt tanti uomini quanti ne sono nel mondo, di ogni generazione e condizione. Passando per molte sale, giunse ad una, ove scorse il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti cibi, ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro letti, e gli dicono che l'uno d'essi  apparecchiato pel suo signore, gli altri tre per tre usurai. E gli dice il principe che al signor suo e ai tre usurai assegnava certo giorno come termine perentorio a comparire, e che mancando, sarebbero menati a forza; e gli d un nappo d'oro, con coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma lo rechi in segno della cosa, al padrone, perch questi beva della sua bevanda; e, di giunta, gli fa restituire il cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie il precetto: s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo nel mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene confessi (per timore solo, e non per penitenza(527)), il d assegnato sono rapiti sopra quattro cavalli neri"(528).
Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da Gervasio e da Cesario, ma con particolarit nuove, che mostrano un crescente infoscamento della leggenda, e la preponderanza presa dagli elementi infernali e diabolici. Secondo Gervasio, Art mand regali al padrone del cavallo, n in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un ministro di Art impose, per mezzo del servo, al padrone del cavallo di presentarsi a giorno fisso alla corte del principe: secondo Stefano, il principe assegn il giorno del comparire al padrone del cavallo e a tre usurai ad un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perch di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di Stefano, dove la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo del vulcano, e la compagnia de' tre usurai, e quei quattro letti, che non dovevano essere letti di rose, e, pi che tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano subito intendere di che cosa si tratti. Quella citt  una citt infernale: quel principe, se non  Satanasso in persona,  uno de' suoi maggiori ministri; e perci non si chiama pi Art, sebbene sia stato Art in origine. Anche quella particolarit di non dovere accettare cosa che sia offerta, si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano di Borbone compose il libro ove questo racconto si legge negli ultimi anni di sua vita, e conobbe gli Otia di Gervasio e li cita; ma alla narrazion di costui prefer, egli che andava in traccia di esempii predicabili, la narrazion pi opportuna dell'ignoto frate di Puglia.
Vedremo or ora che questa graduale alterazione della leggenda, lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in certo qual modo ragionevole e necessaria, ma devesi, innanzi a tutto, insistere sul fatto che la version primitiva non  quella di Stefano, e nemmeno quella di Cesario; ma bens quella di Gervasio; anzi una in cui l'elemento romanzesco e cavalleresco doveva essere assai pi copioso che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione dovette essere affatto serena, affatto consentanea alle forme e allo spirito dell'altre finzioni brettoni; e noi possiamo credere di rintracciarla, o di rintracciarne una che poco se ne discosti, in un vecchio poema francese intitolato Florian et Florte, e pochissimo noto(529).
Questo poema, composto gi forse nel secolo XIII, ma pi probabilmente nel successivo,  di pochissimo pregio, rileva assai poco nella storia delle finzioni brettoni, e non avrebbe anzi, rispetto ad esse, importanza alcuna, se non fosse per quella leggenda arturiana che ci si vede intessuta. Qui la leggenda non , come nei racconti di Gervasio, di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata e smarrita, ma si allaccia a un'azione epica, qual ch'essa sia, e fa corpo con altre leggende e immaginazioni del ciclo.  questa una prima ragione che il rende meritevole d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre. Nei racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte ora quello di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso ai tempi di quegli scrittori; ma fanno difetto le ragioni e i presupposti del fatto stesso. La leggenda in essi narrata rimanda necessariamente ad un'altra pi antica, nella quale doveva dirsi come e perch Art fosse capitato nell'Etna. Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella pi antica leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno in parte, nel romanzo francese, la cui azione si svolge mentre il re Art  ancora nel suo regno, a capo de' suoi cavalieri. Qui l'Etna  una specie di regno fatato, dimora consueta della sorella di Art, Morgana, e del numeroso suo sguito:  quello che nei romanzi francesi del medio evo si chiama comunemente Faerie, ossia paese o citt delle fate: c'estoit l'eur maistre chastel, dice il poeta parlando di Morgana e delle sue compagne. In esso Morgana conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus di Sicilia, il quale era stato ucciso dal traditore Maragot; e ve lo fa educare. Il luogo  assai piacente, e ci si mena vita giojosa, e non ci si pu morire. Floriant torna poi nel mondo, e incontra molte avventure; ma la buona Morgana, quando conosce ch'egli  prossimo alla sua fine, lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire anche la moglie di lui, Florte. Art, che si suppone ancora sano e fiorente, ci andr poi ancor egli a suo tempo, come annunzia la stessa Morgana (vv. 8238-40):

Li rois Artus, au defenir,
Mes freres i ert amenez
Quant il sera a mort menez.

Quando poi Art ci fu andato, s'intende che ogni occasione poteva esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche modo la sua presenza; e s'intende pure ch'egli dovesse diventare il personaggio principale di quella corte fatata, e respinger nell'ombra, se non far dimenticare, tutti gli altri. Cos la leggenda si circoscriveva e si addensava, diventando pi particolarmente la leggenda di Art nell'Etna. E in vero, nei due racconti di Gervasio e di Cesario, Morgana non  neppure nominata: in quello del primo, il monte  la curia, o, corte, di Art; in quello del secondo, Art  signore del monte. Ora io credo che la cagione prima del trasponimento della Faerie di Morgana nell'Etna, sia appunto Art, e ci per ragioni che vedremo alquanto pi oltre.
Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco, due scrittori francesi, porgere documento di una leggenda medesima, variata, dir cos, nella buccia, ma rimasta pur sempre quella nel nocciolo e nel midollo. E le testimonianze non finiscono qui, potendosi alle forastiere aggiungerne una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir vero, ma non per meno significativa. In una rozza e bizzarra poesia, appartenente, come pare, al secolo XIII, e pubblicata son pochi anni(530), due cavalieri, interrogati dell'esser loro da un misterioso personaggio che si fa chiamare Gatto Lupesco, rispondono:

Cavalieri siamo di Bretangna,
ke vengnamo de la montagna,
ke ll'omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire,
lo re Art k'avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d'Inghilterra.

Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo la quale Art sarebbe nell'Etna; ma non si afferma gi ch'ei ci sia veramente. La cosa rimane in dubbio. I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi potuti accertare del vero (e non sapemo ke sia venuto), e da tutto il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulit italiana in fatto di meraviglioso(531). Oltre che a quella credenza, vi  accennato, ma in modo indiretto, all'antica opinione che Art dovesse tornare.
Da ci che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, nei secoli XIII e XIV, di una vera e propria leggenda (non di una semplice e scioperata immaginazione individuale), la quale poneva nell'Etna la dimora di Art, e riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora in Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non  per anche esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso, e alcune particolarit che in esso si notano, richiedon ora la nostra attenzione.
...
.
...
2.
...
.
...
Come mai, e per quale ragione, ed a chi pot venire primamente in pensiero di strappare Art all'isola di Avalon per porlo nell'interno di un vulcano, in Sicilia? Dobbiam noi credere che inventori della strana finzione sieno stati que' Siciliani medesimi tra cui Gervasio, secondo attesta, la trov divulgata? Dobbiam per contrario credere che altri uomini ne sieno stati inventori? Il dubbio, credo, sar chiarito se si riesce a dimostrare: 1 che i Siciliani non avevano ragione di sorta, n quasi possibilit d'immaginarla; 2 che la finzione stessa, specie nella forma che veste in Gervasio, ha in s tutti i caratteri di una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un vero e proprio mito germanico.
Cominciamo dal primo punto.
Che i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e quasi nemmeno la possibilit d'immaginar la finzione, s'intende assai agevolmente. La finzione stessa presuppone sentimenti, credenze, fantasie, che i Siciliani non avevano e non potevano avere: un ricordevole affetto per Art; un desiderio immaginoso di raccostarsi in qualche modo all'eroe, una vaga speranza di vederlo tornare, quando che fosse, nel mondo. Chi poneva Art nell'Etna doveva sentirsi legato a lui da vincoli particolari, da vincoli di cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella storia, nelle costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e se la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della fantasia di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne vestigio in alcuna delle sue croniche, laddove non ce ne troviamo nessuno.
Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre meraviglie, e suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che anche in Sicilia, come per tanti esempii si vede essere avvenuto nella rimanente Italia, la memoria e la fantasia tornavano ostinatamente alle storie e ai miti dell'antichit classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si compiacevano. Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ciclopi, i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina, la fine di Empedocle, ecc.; e si pu credere che nella coscienza popolare questi fossero pi che semplici ricordi di tradizioni e di favole antiche, fossero, anzi, alcuni di essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione dei Ciclopi e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima di una grande eruzione dell'Etna(532). Come in antico, si credeva che il monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli altri vulcani, non escluso quello d'Islanda) fosse uno spiracolo dell'inferno; e le leggende che pi facilmente dovevano accreditarsi in Sicilia e diffondersi; erano le leggende monacali ed ascetiche, le quali appunto si conformavano a quella credenza, e narravano di anime dannate, portate a volo entro il monte dai diavoli, e d'altre meraviglie paurose. Di queste leggende  grande il numero, e qui baster ricordare quelle di Eumorfio e di Teodorico; narrate da Gregorio Magno(533), e quella del re Dagoberto, narrata dallo storico Aimoino(534). Subito dopo aver narrata la storia del decano di Palermo, Cesario racconta(535) quella di Bertoldo V, duca di Zhringen, a cui i diavoli preparano nell'Etna il meritato castigo. Secondo certo racconto riferito da Pier Damiano nella vita di Odilone, dentro l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tormentate da infiniti demonii(536). Nel nome stesso dell'Etna si trovava indicata la condizione sua. Isidoro da Siviglia dice: "Mons Aetnae ex igne et sulphure dictus, unde et Gehenna(537)". Gotofredo da Viterbo raccoglie la comune opinione:

Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur:
Hoc ibi tartareum dicitur esse caput.

In Sicilia queste credenze dovevano essere assai divulgate. Parlando della grande eruzione del 1329 Nicola Speciale dice: "Parecchi, nelle vicinanze del monte, furono portati via dai diavoli, che assumendo varii corpi, predicavano nell'aria terribili menzogne"(538). Quand'anche non si voglia far conto della trista esperienza che i Siciliani avevano della natura del loro vulcano; quand'anche s'immagini ch'essi avessero perduto il ricordo dei danni sofferti per esso, e poco o niun pensiero si dessero delle sue perpetue minacce, la opinione ch'essi ne avevano, come di una bocca spalancata dell'inferno, doveva bastar a vietar loro di fingervi dentro il regno incantato di Morgana e il soggiorno di Art; mentre a finger tali cose potevano essere tratti assai pi facilmente uomini venuti d'altronde, i quali non ben conoscessero la natura del monte, e ai quali men tetre fantasie potessero essere suggerite a primo aspetto da quella tanta feracit di campi e giocondit di aspetti, cui gi gli antichi non si erano stancati di ammirare e di celebrare(539).
Veniamo ora al secondo punto.
La leggenda di Art nell'Etna non , come s' gi notato, una leggenda nuova;  una leggenda variata; ma nella variazione sua sono alcune particolarit che meritano d'essere considerate attentamente. Art vivo, ma ferito, dimora in Avalon, la quale  veramente un'isola del fiume Bret, nella contea di Somerset, e antica sede dei druidi. La poetica fantasia abbell quest'umile isola, e ne fece un luogo di delizie da porre a riscontro delle famose Isole Fortunate. Goffredo di Monmouth dice di essa, nella Vita Merlini:

Insula pomorum quae fortunata vocatur.

Secondo la leggenda derivata, che, per comodit di espressione, seguiteremo a dir siciliana, Art dimora nell'interno dell'Etna.
Questa innovazione non incontr molto favore; e noi vediamo altri eroi, come, per esempio, Uggeri il Danese e Rainouart, andare a raggiungere il buon re Art nell'isola e non nel monte; ma non per si pu dire ch'essa fosse al tutto arbitraria e illegittima. Circa il 1139 avvenne un fatto che avrebbe potuto a dirittura tagliar le radici alla leggenda della miracolosa sopravvivenza di Art: si credette d'aver trovato, o si disse d'aver trovato, appunto nell'isola di Avalon, presso l'abbazia di San Dnustano, il corpo di Art, morto e sepolto da secoli(540). Ma tale ritrovamento, cui non fu, sembra, estranea la politica, non valse a togliere certe dubbiezze, che forse gi da gran tempo si avevano circa il vero luogo del rifugio di Art, e circa alcune altre particolarit della sua leggenda. Di tali dubbiezze abbiamo parecchi indizii, oltre a quello contenuto nei versi italiani riportati di sopra. Il trovatore Aimeric de Peguilain (1205-70) dice in un suo serventese (Totas honors):

Part totz los monz voill qu'an mon sirventes
E part totas las mars, si ja pogues
Home trobar que il saubes novas dir
Del rei Artus, e quam deu revenir.

In un codice di Helmstadt, contenente il gi citato poema De diversitate Fortunae di Arrigo da Settimello, si trova una nota ov' detto che Art, combattendo contro certa belva, perdette i suoi cavalieri, e avendo ucciso la belva, non fece pi ritorno a casa; onde i Brettoni lo aspettano ancora. Del luogo ov'egli possa essere andato non v' pi cenno(541). Ma, secondo l'autore del Lohengrin, Art  in un monte dell'India, insieme coi cavalieri del Santo Gral(542), e nel Wartburgkrieg si dice che Art dimora entro un monte, insieme con Giunone e con Felicia, figliuola di Sibilla. Da tutto ci si rileva che, fuori di Brettagna, la tradizione era alquanto vaga e malsicura, se non circa la rimozione e la vita soprannaturale di Art, almeno circa il luogo di sua dimora; e che per tempo una opinione era sorta, la quale poneva quella misteriosa dimora nell'interno di un monte.
Ora, qui, noi ci troviamo in presenza di una finzione essenzialmente germanica. L'immaginazione dell'eroe rimosso dal mondo, serbato miracolosamente in vita, e destinato a futuro ritorno,  comune a molte e svariate genti; ma la immaginazione di un s fatto eroe (o dio) chiuso nel cavo di un monte , pi specificatamente, germanica(543). Nella mitologia settentrionale ne sono parecchi esempii. Il dio Wodan abita nell'interno di un monte; in monti hanno stanza, insieme con le loro famiglie, Frau Holda e Frau Venus; in monti stanno rinchiusi, aspettando il giorno del loro riapparire nel mondo Carlo Magno, Federico II(544), Carlo V. Questi misteriosi rifugi non sono inacessibili agli uomini. Abbiam veduto, nel racconto di Gervasio, il servo del vescovo di Catania penetrare nel meraviglioso soggiorno di Art; ma, similmente, Tanhuser penetra nel monte ove alberga Frau Venus; un pastore penetra in quello ove Federico aspetta l'ora segnata, ecc. Nel racconto di Gervasio il servo riceve da Art doni pel suo signore, ed  questa un'altra particolarit che ha numerosi riscontri in miti affini germanici. Non sar fuor di luogo notare a tale proposito che Art si trova, in modo abbastanza strano, involto in un altro concetto mitico germanico, il quale ha stretta relazione con quello del trasferimento in un monte, il concetto, cio, della imprecazione (Verwnschung)(545). Leggesi nella Vita Paterni(546) che questo santo, il quale fu vescovo di Vannes, e mor circa il 448, minacciato da Art, imprec contro di lui, dicendo: "Possa la terra inghiottirlo!" le quali parole profferite, tosto la terra si aperse, e inghiott Art sino al mento, e nol lasci fino a che non si fu pentito ed ebbe chiesto perdono.
Esaminata e discussa attentamente ogni cosa, parmi sia questa la conclusione pi ragionevole: essere sommamente improbabile che i Siciliani abbiano immaginata una leggenda, la quale, per una parte, contraddice a quanto essi sapevano, o congetturavano, della natura del loro vulcano, e involge, per l'altra, un mito germanico; essere sommamente probabile che essa leggenda sia stata immaginata da uomini venuti di fuori, i quali, mentre col vulcano avevan poca pratica, potevano recar seco il ricordo di quel mito germanico, o aver conoscenza di alcuna variazione gi introdotta nella leggenda di Art.
Che uomini poteron essere quelli? non gli Arabi, certo; dunque i Normanni. Vediamo quali fatti e quali ragioni si possono addurre a sostegno di tale congettura.
...
.
...
3.
...
.
...
Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente in Italia le immaginose leggende onde s'intreccia il ciclo brettone? Quali sono tra noi le loro pi antiche vestigia? Quando si tratta delle finzioni del ciclo carolingio, rispondere a cos fatte domande riesce molto pi agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciamo pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua dall'Alpi la leggenda carolongia: Carlo Magno, campione della fede e della Chiesa, vincitore dei Saraceni infedeli, non era solamente un eroe franco, era un eroe universale cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia, fiaccata per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, cinta la corona del rinnovato impero. Oltre di ci, noi possiamo seguitar le tracce di quei giullari vaganti, di quei cantores francigenarum, e di quei pellegrini o romei, che ce la recavano in casa, la rinarravano nelle castella e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri volghi(547). Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle croniche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, ripetuta da prima in quella lingua con che era giunta fra noi, o in tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi; ripetuta poi in volgare nostro, accomodata all'indole e al sentimento di nuovi poeti e di nuovi uditori, cresciuta, variata, rimaneggiata in pi modi. Per le finzioni del ciclo brettone la cosa precede altrimenti. Non solo la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata da quelle ragioni che tanto favorivano la diffusione delle finzioni carolinge, n da altre equivalenti od affini; ma le vie stesse ed i gradi per cui quella diffusione si venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere distintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai primordii della nostra letteratura:  questo un fatto innegabile; ma quando vogliamo intendere e spiegare il fatto, ci  forza ricorrere alle congetture, appagarci degl'indizii.
Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito a far conoscere e diffondere tra di noi quelle finzioni,  cosa di cui non si pu dubitare. Nei trovatori, i personaggi e i fatti principali che occorrono in esse sono ricordati con molta frequenza, e nei loro ensenhamen esse tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare, sollecito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, la poesia dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia sommaria di quelle finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente la curiosit, suscitare il desiderio di conoscerle alquanto pi a fondo. I primi trovatori vennero in Italia, per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII, quando l'epopea brettone (chiamiamola cos) gi sorta, anzi gi famosa e divulgatissima, in Francia, stava per ricevere l'ultima mano, ed esser levata a quel pi alto grado di perfezione a cui allora potesse attingere, dal suo maggiore poeta, da Cristiano da Troyes. I pi antichi, della cui venuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano essere stati Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras(548); e nelle loro poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. Le poesie di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte in Italia fra il 1192 e il 1202. L'uso di tali accenni pass certamente dai trovatori provenzali ai trovatori italiani che rimarono in provenzale, e poscia a quelli che rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una sestina ricorda un fatto della storia di Perceval(549). Ma assai prima che ce la recassero i trovatori di Provenza, si dovette aver contezza in Italia delle finzioni onde ebbero materia, nella seconda met del XII secolo, i romanzi francesi, ch non si potrebbe intendere, senza di ci, come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajono per entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del secolo XII, e compajono in modo da lasciar credere che non sia quello il primo tempo del loro introdursi in essa(550). Molt'anni innanzi che ci venissero i trovatori, dovettero recar la materia brettone in Italia i Normanni.
Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione della materia brettone. E per ragioni geografiche, e per ragioni storiche essi diventarono i naturali promotori e propagatori di quelle immaginazioni, di quella poesia. I Brettoni del continente assai per tempo strinsero con loro legami di salda amicizia; e nel 1066, combatterono in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le vittoriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni insulari poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui vittoria diede termine all'odiato dominio anglosassone. Pi tardi, Enrico II, non solo cerc, per propria soddisfazione, le vecchie leggende di Art, ma fece ancora il poter suo perch fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero Gaimar, che primo mise in versi la Historia Britonum di Goffredo di Monmouth, fu normanno, e normanno fu quel Wace che ne imit con pi fortuna l'esempio, a tacere di altri(551). Leggende brettoni e leggende normanne s'innestarono, si fusero insieme, come pu vedersi nel Roman de Rou dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa, quale in tutta la vita loro si danno a divedere i Normanni, la storia poetica di Art doveva piacere naturalmente; e le guerre combattute con gli Anglosassoni, e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser cagione che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata quasi come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite leggende, le quali non narravano solamente, ma vaticinavano ancora, movevano da un passato glorioso e mettevan capo in un pi glorioso avvenire, essi, avidi d'avventure e di gloria, dovevano recarle con s dovunque andassero, come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle e propagarle dovunque fermassero stanza. Con s certamente le recarono essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia, e in grazia loro dovettero le leggende brettoni essere conosciute per la prima volta in Italia.
Di s fatta introduzione noi non abbiamo, gli  vero, prove dirette. Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i quali narrano le gesta dei Normanni in Italia, fa il pi lieve accenno alle leggende brettoni, o lascia intendere in qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla patria loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a diffondere le une e le altre. Ma, dopo quanto s' notato pur ora circa lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio non  da badar troppo come argomento in contrario; il valor positivo della verosimiglianza vince, in tal caso, quello tutto negativo del silenzio.
Torniamo al soggetto nostro particolare.
Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si pu credere che i Siciliani immaginassero s fatte cose nel monte; ma non parr troppo strano, che se le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella fantasia la, deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse di riconoscere alcune delle propriet di essa nella ubertosa campagna in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e recaron con s il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di Morgana e di Art.
Pongasi mente ad un altro fatto.
Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo, nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende del ciclo brettone; e ci prova che il popolo non ebbe gusto alle leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu s debole e scarso da escludere affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo(552). Una eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho gi detto che costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Art. Ora  noto che col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ci che i Francesi chiamano mirage) solito a lasciarsi vedere con maggiore frequenza e perspicuit appunto nello stretto di Messina. Quel nome designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna pi ad alcuna individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine non dovette essere cos. Si credette allora alla reale presenza della fata in quei luoghi, e il fenomeno si consider come un'opera dell'arte sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di faerie(553).
Non , n pu esser provato, ma  molto probabile che assai prima di approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda che poneva Art nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro il massimo monte dell'isola. Pu darsi ancora che, prima d'approdarvi, essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi il re Art. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia  ricordata; se di parecchi si pu ragionevolmente congetturare che sieno stati composti nell'isola(554), noi dobbiamo esserne grati, soprattutto ai Normanni; e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare.
...
.
...
APPENDICI.
...
.
...
APPENDICE 1. ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI NEI POETI ITALIANI DELLE ORIGINI.
...
.
...
Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al presunto ritorno di Art(555), allude pure alle storie ultime venute nel ciclo, alle storie cio di Tristano, in un luogo ove dice:

Quis Ille
Tristanus, qui me tristia plura tulit?(556)

Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al perduto poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in verso o in prosa,  dubbio che certamente non tenterem di risolvere, tanto pi che egli pu bene aver preso quegli accenni, passati ormai in uso proverbiale, dai trovatori, senza avere cognizione diretta dei romanzi francesi. E questo stesso dubbio pu esser mosso per ciascuno degli accenni particolari che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli, dove essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti dell'antichit classica, a propriet di animali ecc., che formavano anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'amore. Ci nondimeno non si pu non credere che a quegli accenni, presi in generale non corrispondesse una cognizione diretta dei romanzi francesi della Tavola Rotonda, che com' noto, passarono ancor essi agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia. Gli accenni in parola, del resto, non sono assai numerosi, ed io non credo di far cosa inutile riportando qui quelli che m' avvenuto di raccogliere, e a cui altri pi se ne potrebbero aggiungere facilmente.
Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che pajono avere destata in pi particolar modo l'attenzione e la sollecitudine dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferiscono ancora gli accenni pi antichi. La meravigliosa storia dei loro amori spiega una tal preferenza, della quale porge esempio del resto, anche la poesia dei trovatori. Messer lo re Giovanni, che sarebbe, secondo la opinione universalmente ammessa, Giovanni di Brienne (n. nel 1158) suocero di Federigo II, nella canzone che comincia Donna, audite como, d a dirittura nei versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano(557):

Quella c'amo pi 'n cielato
Che Tristano non facia
Isotta, com' cantato,
Ancor che le fosse zia;
Lo re Marco era 'ngannato,
Perch ['n] lui si confidia.
Ello n'era smisurato,
E Tristan se ne godia
Delo bel viso rosato
Ch'Isaotta blonda avia.

Quelle parole com' cantato (se pur non s'ha a leggere com' contato: vedi MONACI, Crestomazia italiana dei primi secoli, fasc. I, Citt di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un racconto in verso. Altri accenni sono pi compendiosi. Notar Giacomo (discordo: Dal core mi vene):

Tristano ed Isalda
Non amr s forte.

Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: La dolcie ciera piagiente):

E non credo che Tristano
Isotta tanto amasse.

Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: Del meo voler dir l'ombra)

La mia fede  pi casta
.
E pi lealt serva
Ch'en suo dir non conserva
Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta.

Dante da Majano (sonetto: Rosa e giglio e fiore aloroso)(558):

Nulla bellezza in voi  mancata;
Isotta ne passate e Blanzifiore.

Canzone anonima: (Piacente viso adorno angelicato)(559):

per te patisco doloroso affano
pi che non fe' per Isotta Tristano.

Bonaggiunta Urbiciani (canzone: Donna vostre bellezze)(560):

Innamorato son di voi assai
Pi che non fu giammai Tristan d'Isolda.

Garbino Ghiberti (canzone: Disioso cantare):

Credo lo buon Tristano
Tanto amor non portra.

Jacopo da Lentino (?) (sonetto: Fino amor di fin cor ven di valenza):

E di ci porta la testamonanza
Tristano ed Isaotta co' ragione,
Che non partir giamai di lor amanza.

Domenico da Prato (canzonetta a ballo):

Cantando un giorno d'Isotta la bionda
Mi ricordai di mia donna gioconda(561).

Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone: Mal d'amor parla chi d'amor non sente)(562):

sicch la mano fu sanza magagnia,
qual si legge d'Isotta di Brettagna.

L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza senso, ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli fabbricata da Virgilio, secondo la leggenda, e la reina Isotta(563), e Frate Tommasuccio, ricorda nella sua nota Profezia, non so con quale intenzione, Tristano(564).
Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con altri personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (Tesoretto, cap. 1):

Lancielotto e Tristano
Non valse me' di voe.

Bonaggiunta Urbiciani (discordo: Oi amadori intendete l'affanno):

E messere Ivano
E 'l dolze Tristano,
Ciascuno fue sotano
Inver me di languire.

Saviozzo da Siena (canzone: Donne leggiadre e pellegrini amanti)(565):

Io non so se giammai gli uomini erranti,
I' dico di Tristano o Lancilotto,
O quel che fu pi dotto
Da' colpi suoi sapesse or dichiararmi.

Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: Se la fortuna e 'l modo)(566):

Tristano e Lancialotto,
Ancor nel mondo la lor fama vale?
Li altri di Cammellotto
Per la fortuna fecer l'altrettale.
.
Dov' la gran bellezza
Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansalone?

In una delle canzonette a ballo inserite nel Pecorone, Ser Giovanni Fiorentino fa memoria dei molti che per amor fr di vita privati; ma non nomina se non due, Tristano ed Achille:

Lo specchio abbiam de' famosi passati,
Del bon Tristan, del valoroso Achille(567).

Gli altri personaggi sono ricordati assai pi di rado. Guitton d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: Ben aggia ormai la fede, e l'amor meo)(568):

Siccome a Lancillotto uomo simiglia
Un prode cavalier.....

Lo ricorda anche Folgore da San Gimignano (sonetto: Alla brigata nobile e cortese)(569):

Prodi e cortesi pi che Lancilotto;
Se bisognasse con le lance in mano
Fariano torneamenti a Camelotto.

Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone: La mia gran pena e lo gravoso afanno):

Ch se Morgana - fosse infra la giente,
In ver Madonna non paria neiente.

Canzone anonima: (Quando la primavera):

Tu c'avanzi Morgana.

Chiaro Davanzati (canzone: Madonna, lungamente agio portato):

E ave pi valere - e 'nsengnamento
Che non ebe Morgana ne Tisbia.

(E canzone: Di lontana riviera):

Che non credo Tisbia,
Alna n Morgana
Avesson di bielt tanto valore.

Incerto (sonetto: Lo gran valor di voi, donna sovrana):

Pi mi rilucie che stella diana
A voi sotana -  tutto valimento,
Ne Blanziflor, ne Isaotta [o] Morgana
Non eber quanto voi di piacimento.

Chiaro Davanzati (sonetto):

Ringrazio Amore de l'aventurosa
Gioja et allegreza che m' data,
Che mi don a servir la pi amorosa
Che nom fu Tisbia o Morgana la fata.

Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in quella degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (serventese: Siccome il pescie a nasso):
Se lo scritto non mente
Da femina treciera
Si fue Merlin diriso.
E Sanson malamente
Tradilo una leciera.

Sonetto anonimo: (Qual uom di donna fusse chanoscente)(570):

Merlino e Salamone e lo s[accen]te
e Aristotile ne fu inghannato.

Monte (canzone: Donna di voi si rancura):

Ch Troja and im perdizione
Mirllino e Salamone.

Lapo Saltarello (sonetto: Considerando ingegno e pregio fino)(571):

Che Salomon, Sanson o 'l buon Merlino,
David divino hai vinto per sentenza.

Paolo Zoppo da Castello (sonetto: Maestro Pietro lo vostro sermone)(572):

Davit, Merlin o ver lo buon Sansone.

In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (O pellegrina Italia) Merlino  nominato dopo Giovanni, Matteo, Daniele, Gioele, Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino(573).
Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone: Amor tant'altamente):

Se 'n atendendo alasso
Poi m'avenisse, lasso!
Che mi trovasse in fallo
Sicome Prezevallo - nom cherere.

Al ritorno di Art allude Fazio degli Uberti (sonetto: Non so chi sia, ma non fa ben colui)(574):

N Re Art, n altro tempo aspetto.

E poich siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam cos subito. Fazio allude al ritorno di Art anche nel Dittamondo(575): ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Art succedesse al padre, soggiunge:

Tanto da' suoi fu temuto ed amato,
Che lungamente dopo la sua morte
Ch'ei dovesse tornar fu aspettato.

N gli accenni finiscon qui. Nel cap. 28 egli ricorda la torre in cui Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lancilotto,

L'anno secondo che a prodezza intese,

Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel cap. 22 ricorda i casi della donzella Dorens, e come Art uccidesse Flores, e come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Elia di Sassogna, e si sofferma con particolar compiacenza sulla storia dell'ellera che usciva dalla tomba di Tristano e penetrava in quella d'Isotta, storia allora famosa. Questi passi meriterebbero d'essere riportati per intero e assoggettati a pi minuto esame; ma per far ci bisognerebbe restituirne il testo, corrotto come tutto il poema(576).

Lo stesso Fazio accenna alla leggendaria morte di Mordret nella sua Invettiva contro Carlo IV(577):

come a Mordret il sol ti passi il casso.

Nella poesia dialettale dell'Italia del settentrione non trovo accenni a personaggi o leggende brettoni, il che non vuol punto dire che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti. Il poeta anonimo (probabilmente Giacomino da Verona) che in un componimento sopra l'amore di Ges ricorda Rolando, Oliviero, Carlo Magno e Uggeri il Danese(578), conosceva anche, senza dubbio, Art e Lancilotto e Tristano: e tra le fable e ditti de buffoni, di cui parlano con tanto disprezzo lo stesso frate Giacomino e Uguccione da Lodi e l'ignoto autore di un poemetto sulla passione di Cristo, dovevano essere comprese certamente anche le favole di Brettagna(579). Tali favole dovevano avere a mente e recitare quell'Osmondo da Verona, ricordato in una poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il poeta accusa di gran folia e gran menogna quando ardiscono chiamar giglio e fiore altra donna che non sia la Vergine(580), e quelli similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi pubblicate dal Lagomaggiore(581). Una prova notabile della lor diffusione si ha nel poema tedesco di un autore italiano, il Wlsche Gast di Tommasino de' Cerchiari friulano (Thomasin von Zerclar, Zerclaere, Zirklere, ecc.)(582). Questo poema fu composto circa il 1216, come si rileva dalle parole stesse dell'autore che dice di averlo scritto 28 anni dopo che il Saladino ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i luoghi di esso in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea brettone(583), ma il pi importante  un lungo passo del primo libro, passo che comprende non meno di 38 versi(584). In esso il poeta parla della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato nei versi che immediatamente precedono di quella che si conviene alle fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le storie di Andromaca, di Enida(585), di Penelope, di Enone, di Galiana(586), di Biancofiore, di Sordamor(587). I giovani poi debbono a dirittura formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cavalieri della Tavola Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto del valore educativo di quei romanzi, o, com'egli li chiama alla tedesca, avventure (ventiure). Le avventure, egli dice, contengono sotto velo di menzogna, buone verit e utili insegnamenti(588). I giovani debbono conoscere le istorie di Galvano, di Cligs, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii del buon Galvano conformare la vita loro; debbono seguitare Art, Carlo Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il maligno Keu, il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto  diverso dall'ottimo Perceval. Tommasino ricorda come s fatti ammaestramenti avesse gi data in un suo libro Della Cortesia(589) e a far maggiormente intendere quanto avesse in pregio le storie di Brettagna, ringrazia coloro che le avevan recate in tedesco(590). Ma certamente egli era in grado d'intender gli originali francesi e li conobbe(591).
Un'altra prova, e molto importante, del favore onde godevano nel secolo XIII in Italia, tra le persone colte, le storie brettoni, l'abbiamo nel fatto che un poeta latino celebre di quei tempi, il Padovano Lovato(592), di cui fa tante lodi il Petrarca, compose un poema sugli amori di Tristano e d'Isotta. Di questo poema, probabilmente latino, non si fa ricordo da nessuno storico della nostra letteratura; ma il prof. Novati mi avverte che un'allusione ad esso si trova nell'Ecloga che al Mussato indirizz Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la contengono(593):

Ipse .... Lycidas cantaverat Isidis ignes
Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis,
Non minus eluso quam sit zelata marito,
Per silvas totiens, per pascua sola reperta,
Qua simul heroes decertavere Britanni
Lanciloth et Lamiroth et nescio quia Palamedes.

Le glosse spiegano: Isidis, Isottae. Flavis tricis diciture eo quod dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum marityum suum et Palamedem. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni confondesse le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in quel nescio si fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole romanze.
Quando avr detto che nel poema dell'Intelligenza tutta la materia della Tavola Ritonda  accennata in pochi versi(594), e ricordate le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, avr, non esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia senza prima richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore, il quale ci porge uno dei pi antichi documenti che della diffusione delle leggende brettoni si riscontrino nella nostra letteratura.  questi Gotofredo da Viterbo, nel cui Pantheon, alla particola XVIII, si narrano le storie di Uter e di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino, della duchessa Jerna (Ingerna), sino al concepimento di Art(595). Per tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza con Goffredo di Monmouth: ma presenta pure alcune lievi differenze particolari, le quali si possono spiegare, o con dire ch'egli alter cos di suo arbitrio il racconto dello storico inglese, o con supporre ch'egli abbia avuto dinanzi un libro molto affine a quello di costui, quale, secondo l'opinione dello Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per Alberico delle Tre Fontane(596). Asserire senz'altro ch'egli attinse da Goffredo di Monmouth, come fanno l'Ulmann(597), il Wattenbach(598), e il Waitz(599), non si pu. Checchessia di ci, Gotofredo da Viterbo fu assai probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in Italia parte della leggenda brettone. Egli non fin di la intorno al Pantheon se non nel 1191; ma gi nel 1186 aveva dedicato una prima redazione del libro al papa Urbano Terzo. Con questa data si risale ai tempi della venuta dei primi trovatori fra noi. Ma non solamente il Pantheon fu composto in Italia: Gotofredo fu egli stesso italiano; e questa sua qualit accresce per noi l'importanza di quella parte del storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa innanzi in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta con tutta risolutezza dal Ficker(600) e ad essa tuttavia si attiene il Wattenbach(601); ma l'opinione contraria, professata dagli istoriografi pi antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato essere la vera(602).
...
.
...
APPENDICE 2. DI ALCUN RIMESSITICCIO ITALIANO DI LEGGENDA BRETTONE.
...
.
...
Galvano Fiamma (prima met del sec. XIV) inserisce nel suo Opusculum de rebus gestis Azonis Vicecomitis il seguente racconto(603):
"Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supradictis concurrentiis Johannes Brusatus de Brixia factus est Potestas Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii..... Eodem anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante quodam vento terribili. quaedam magna arbor divinitus est evulsa radicitus, subque inventa fuit sepoltura ex marmore multae pulchritudinis: in hoc sepolcro jacebat Rei Galdanus de Turbet Rex Longobardorum, in cujus capite erat corona ex auro in qua erant tres lapides pretiosi, scilicet Carbunculus pretii mille florenorum, et unus adamans pretii II. millium florenorum, et unus achates pretii D. florenorum. In manu sinistra habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos, cum quo interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis sic erat scriptum: Cel est l'espe de Meser Tristant, un il ocist l'Amoroyt de Yrlant. In manu sinistra habe[b]at scripturam continentem hos Versiculos:
"Zesu. Saldi de Turbigez
Roy de Lombars incoronez
Soles altres Barons aprexis
Zo che vos vez emportes
Per Deo vos pri no me robez".

Questo strano racconto e riferito parola per parola nel Flos florum, cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove ad Ambrogio Bossi(604). Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi in francese e vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della spada  data nel Flos Florum cos (cod. Braidense A. G, IX, 35 f. 211, t.):

Cil est le spee de miser tristant
unde il ocisse lamorath de xilant;

e i versi della scriptura nel seguente modo:

Za qui galdi de turbigez
Roy de lombars incoronez
Soles autres barons aprisiez
Zo che vos veez ne portez
por dio vos pri ne me robez.

Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel Flos Florum,  abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facilmente. Il Zesu del primo si risolve in un Je suy; il Soles altres in Sor les altres. Il verso Zo che vos vez emports, vuol essere corretto col riscontro dell'altro testo in o que vos veez n'emportez, come richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma poi dinanzi ad un dubbio: questi versi son essi schiettamente francesi, alterati da trascrittori italiani, o non sono piuttosto franco-italiani sin dalla origine? A questa e a parecchie altre interrogazioni che spontaneamente si affacciano,  impossibile dare risposta soddisfacente. Nella iscrizione della spada si accenna a un noto personaggio e a un noto fatto delle istorie di Tristano: quell'Amoroyt  il Morhault dei racconti francesi: ma a che altra favola si alluda nei versi che vengon poi, confesso di non sapere. Seprio  ora un villaggio sulla destra dell'Olona, in provincia di Milano, comune di Gallarate. Turbigo, che certamente  da riconoscere sotto il Turbeth latino e il Turbigez francese,  un altro paesello di quella stessa provincia. Seprio ebbe nel medio evo assai pi importanza che non abbia ora, e fu capoluogo di un contado di abbastanza larghi confini, come si pu vedere dallo stesso Galvano Fiamma, che ne parla nel suo Manipulus florum(605). Ma di quel Galdanus, o Galdi (Saldi  un error di scrittura) re coronato dei Lombardi, non so in verit che mi dire. La forma Galdanus riduce alla mente Galvanus (Gauvain, Gavein ecc.), il magno eroe della Tavola Rotonda; ma Galvano non fu mai, ch'io sappia, incoronato re dei Lombardi. Galdi suggerisce Galdinus, nome frequente in Lombardia; ma con questo nome trovo bens un san Galdino, arcivescovo di Milano nel 1166, e altre persone di conto, non un re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui dinanzi ad una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una semplice finzione autogenetica e slegata. Propendo tuttavia per questa seconda opinione, giacch l'intero racconto m'ha l'aria di una di quelle storielle inventate per uno scopo pratico determinato e speciale. Si sa quale lavoro fu fatto durante tutto il medio evo attorno a certe armi famose e, direi, storiche; a quante favole di ritrovamenti inopinati diedero esse argomento; come spesso si collegarono ad esse diritti, prerogative e primazie. Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo Magno figuravano tra le insegne dell'impero(606); per le diligenze di Enrico II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Art(607). Nel racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano nella tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda indubitatamente, a mio credere, a qualche aspirazione o pretensione di carattere politico; ma a quale, propriamente, non sono in grado di dire. Giova inoltre notare che il racconto del Fiamma viene ad urtare contro un altro racconto, secondo il quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi sarebbe passata dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di Giovanni Senza Terra (1199-1216)(608). cui certo non mancavano ragioni per procacciarsi a ogni modo un'arme di tanto pregio e di tanta virt. Ma checchessia di ci, il racconto del cronista milanese ci porge un curioso esempio dell'innesto di una leggenda brettone, nelle cose nostre, e in ci sta la capitale se non unica importanza sua.
Ad esso un'altra finzione pu essere raccostata, la quale pone eroi della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si sa che uno dei codici della Historia Imperiale di Giovanni Diacono si conserva nella Capitolare di Verona(609). In calce alla Historia, dopo la epistola del Petrarca sull'officio dell'imperatore si trova una breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro di Verona, scritta, come si pu giudicare dalla forma della lettera, sul cadere del secolo XIV(610), e gi ricordata dal Tartarotti(611). Di essa ebbe a giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio(612). anche l'anonimo autore di una descrizione delle citt d'Italia, la quale, in carattere del secolo XV ex., leggesi in un altro codice di quella stessa Biblioteca Capitolare(613): l'anonimo anzi la trascrive, solo con qualche rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce allo stesso Giovanni Diacono, stranamente confondendolo, per giunta, con l'Arcidiacono Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX secolo. Ecco ora questo breve testo nella sua genuina barbarie:
"Quomodo preliaverunt lancelotus de lachu, et malgaretes regis groon filius ad invicem in civitate marmorea in antro arene. Set ut ulterius non procedam uolo declarare locum ubi isti malgaretes mundi preliaverunt ad invicem. Nam vocatus fuit arena ab antiquo. Erat enim locus iste rotundus per totum magnis sassis undique prefilatus cum cubalis multis intus, multis formis redimitus. In (?) eius (?)(614) rotunditate scales (sic) magnis saxis erant apposite, et secundum quod in altitudine veniebant tanto plus in rotunditate videntur ampliare. Nam scale iste sunt infinite, et secundum dictum pro maiori parte plus quam .l. cubitus erant in altitudine. Erant enim in circuitu a latere rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius sumitate quidam locus magnus et nobilis multis formis laboratus alabastro lapide circumquaque redimitus erat. In quo loco pomerius nobilis erat. In quo pomerio barones et nobiles solacium capiebant. Et propter diversitatem temporis plumbeo metallo undique erat cohopertus secundum rotunditatis gradum. In cuius rotunditatem in inferiori parte de suptus erat spatium magnum, in quo spacio, et angulo, magnates isti, prelium ad invicem fecerunt. Et secundum dictum nobilium, quidam nobilis princeps romanus nomine marchus metilia de metellis, fecit hoc atrium edifficare, et vocatur arena".
Cos finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente nel luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descrizione del combattimento. Mancando il meglio, essa non pu dare argomento a osservazioni di qualche rilievo. La civitas marmorea  la stessa citt di Verona, cos denominata nel medio evo dalla copia de' suoi marmorei edifizii (secondo trovasi notato), o dai marmi che si cavavano nel suo territorio. Giovanni Diacono dice in un luogo della sua Historia: "Haec civitas ab originibus prius Marmor dicta est a copia marmorum". Di qui il nome di Marmorina che, per citare un esempio, si vede usato dal Boccaccio nel Filocolo(615). Chi possa essere quel Malgaretes, figlio del re Groonz, veramente non so; ma notisi che mentre il nome di Malgaretes  dapprima usato come nome proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di appellativo comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, malgaretes mundi, quasi dicesse per figura di lode magaritae mundi. La immaginazione di quel combattimento non si pu dire in tutto scioperata, perch  un fatto che pi di una volta nell'anfiteatro di Verona si combatterono, durante il medio evo, duelli giudiziarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto di scovrirne vestigio altrove. Il Maffei dice, parlando dell'Arena nella Verona illustrata:(616) "Fole si raccontano, e in supposti documenti si leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto del Lago e dagli eroi romanzieri". Quali sieno questi supposti documenti, non so, e il Maffei non lo dice.
E poich siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accennare ad un'altra leggenda, non so veramente quanto antica, che in altro modo la connette con le finzioni brettoni. In un carme in lode della citt di Verona, carme che il Cremonese Domenico Bordigallo inser nella sua Cronica(617), si leggono questi due versi:

Condidit arte sua maga Merlinus harenam (sic)
Quem rapuit Minos fraude, dolo, miserum.

Nella Carminum exposicio rerumque sensus Verone urbis ad intelligentiam che segue, il Bordigallo, venuto ai due versi citati, narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Galvano Fiamma, l'Arena fu edificata dal mago Merlino, e che la sua immagine si vede tuttavia scolpita a cavallo, con un corno in mano, un cane e un cervo vicino e i versi O Regem stultum etc. sulle porte di S. Zenone. Come si vede, qui Merlino  sostituito nella leggenda a Teodorico. Di una tale sostituzione che cosa si deve pensare? Il Bordigallo componeva in Verona stessa il suo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di celebrare quella citt, di rammemorare tutte le glorie sue favolose o reali(618). Raccolse egli quella favola da una tradizione gi formata, o l'invent di pianta? Non  possibile risolvere con sicurezza il dubbio, ma confesso che mi sento propendere per la seconda congettura. Anzi tutto Sicardo e Galvano Fiamma, citati come testimoni, non dicon verbo di quest'opera di Merlino; poi par difficile ad ammettere che i Veronesi potessero in leggenda di tanto rilievo scartar Teodorico, s strettamente legato alla storia della loro citt, per porre in suo luogo Merlino, che con quella storia non aveva relazione di sorta; da ultimo  da notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena a Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso che il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa favola fosse antica.
...
.
...
UN MITO GEOGRAFICO. IL MONTE DELLA CALAMITA.
...
.
...
1.
...
.
...
Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle Mille e una Notte, come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo mare, e sostenuta una furiosa procella, egli ed i suoi smarrissero per s fatto modo il cammino, che nessuno sapeva pi dov'e' fossero. Un giorno, dall'alto dell'albero maestro, un marinajo, che stava in vedetta, grid che non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno che dalla parte di prua, dove appariva una gran macchia nera. A tale annunzio il nocchiero mut colore, butt il turbante sul ponte, si picchi il viso, e piangendo grid: O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato a spiegarsi, disse quella macchia nera non essere altro che il Monte della Calamita, il quale ormai traeva a s irresistibilmente le navi, per cagion dei chiodi e delle altre ferramenta ch'erano in esse, e pales a tutti ci ch'era per seguire, ci che in fatto segu. Le navi s'andarono sempre pi approssimando alla formidabil montagna, e il d seguente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono alla sua superficie, la quale d'altre infinite ferramenta vedevasi ingombra. In un sbito le navi si sfasciarono, e quanti erano in esse furon sommersi nel mare, ch'era ivi di profondit smisurata. Tutti perirono, meno il principe. Costui pot raggiungere il monte, e per una angustissima gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto una cupola, vedevasi un cavaliere di bronzo, sopra un cavallo similmente di bronzo; opera magica, da cui veniva alla rupe la sua perniciosa virt, e che doveva essere distrutta perch quel mare tornasse sgombro d'ogni pericolo ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, di ci ch'ei dovesse fare, il principe disseppell un arco e tre frecce, saett il cavaliere, e lo fece precipitare nell'onde, le quali presero a gonfiare ed a crescere, tanto che raggiunsero la cima del monte. Allora venne dal largo una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e dentr'essa il principe pot allontanassi e scampare.
 questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e composito, nel quale un tema originale, semplice e schietto, appare sformato e adulterato da sovrapposizioni pi tarde e affatto disacconce. Il tema originale (altrove leggermente variato) noi lo abbiamo in quel Monte di Calamita che trae a s e ad irreparabile perdizione le navi; le sovrapposizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo di bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso superfluo, quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita la sua propria e naturale virt, o, per contro, fa apparire superflua la calamita.
.
Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, di cui dir or ora, e in una doppia tradizione geografica e romanzesca, orientale per l'una parte, occidentale per l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir subito, che l'adulterazione di cui porge esempio il racconto delle Mille e una Notte, appare, in qualche modo, anche altrove.
La tradizione occidentale  assai antica. Plinio fa menzione di due monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno ha virt di attrarre il ferro, l'altro di respingerlo, per modo che chi abbia calzari con bullette di quel metallo non pu dall'uno staccare il piede, n fermarlo nell'altro(619). Parlando delle isole dell'India, Tolomeo ricorda le dieci Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi le quali fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi compaginare di solo legname(620). Questa favola riappare in un trattatello De Brachmanibus, composto da un Palladio, che certamente non fu Palladio da Metone, sofista fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno, secondo  pi ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli (388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visit l'India, e quivi intese narrare parecchie delle cose che riferisce(621): riappare, inoltre, in un opuscolo De moribus Brachmanorum, malamente attribuito a Sant'Ambrogio, e dipendente dal trattatello di Palladio(622), d'onde la deriva lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che va sotto tal nome(623). Costantino Africano, il celebre medico e monaco cassinense, il quale, nella seconda met del secolo XI, viaggi gran parte dell'Oriente e si spinse sino nell'India, narra, in una delle numerose sue opere, su per gi le medesime cose, ma senza far ricordo di quelle isole Maniole, e citando un libro De lapidibus di Aristotele, che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu probabilmente attribuito dagli Arabi(624). Alberto Magno parla del fatto succintamente(625). Vincenzo Bellovacense attinge, parlando della calamita, da Plinio e da Isidoro di Siviglia, e riferisce anche il passo di Costantino; ma, sostituendo al vecchio un nuovo errore, attribuisce quel libro De lapidibus, a Galeno(626). Il Mandeville, che tanti miracoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poich la relazion del suo viaggio fu una delle pi divulgate scritture del medio evo, e molto giov, senz'alcun dubbio, a diffondere vie pi la notizia che del miracolo gi s'aveva in Europa, non sar inopportuno riferire, nell'antica versione italiana, le parole con cui egli lo vien descrivendo. "Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per li sassi della calamita, della quale nel mare  tanta quantit, che  una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi ferro, di subito perirebbe; per che la calamita tira a s per natura el ferro. Per la quale cagione tirerebbe a s la nave, n pi di l si potrebbe partire"... "in quel mare (il mare che bagna il regno del Prete Gianni, in India) in molti luoghi, sono molti scogli, e assai sassi di calamita che tira a s il ferro co la sua propriet; e per questo non passa nave ove sia chiovi o bandelle di ferro. Questi sassi di calamita, per sua propriet, tirono le nave, e mai pi di l non si posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantit; e dicevono e marinai, che ci erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la calamita; e perch erono marcite, li erono cresciuti questi alberi, spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantit. Questi sassi vi sono in molti luogi in quele parte, e per non v'usano passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, e se e' non hanno buono guidatore"(627). Petro Berchorio e Felice Faber ridicono su per gi le medesime cose(628), e sul finire del secolo 16esimo, Simone Majolo ripete ancora la divulgatissima favola(629).
.
La qual favola non poteva non variarsi in pi modi; onde abbiamo udito alcuni parlare d'intere isole di calamita, altri di singoli monti, altri di scogli sparsi pel mare; n mancarono alcuni che, come Giovanni di Hese, dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano sopra, erano irresistibilmente inghiottite(630).
N far meraviglia che monti e rupi di calamita, simili a quelli che s'immaginavano in mare, s'immaginassero pure entro terra. I monti ricordati da Plinio non sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei Carpini parla di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sort l'esito sperato, perch certi monti di calamita attrassero a s tutte le armi de' suoi soldati(631).
La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai pi copiosa dell'occidentale, ma noi non la conosciamo se non in piccola parte. So Sung, scrittore cinese dell'XI secolo, parla in un suo Erbario, citando certe Memorie delle cose meravigliose che si vedono nei paesi meridionali, di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre che fermano le navi armate di lastre di ferro(632). Nel libro arabico sulle pietre attribuito ad Aristotele, e citato da Bailak Kibgiaki, si legge: "A detta d'Aristotele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se le navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta sono sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli verso il monte, senza che il legno li possa trattenere; e per tale ragione le navi che corron quel mare non hanno chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da corde fatte con le fibre dell'albero di cocco, fermate con caviglie di legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jemen legan pure le navi loro con liste staccate dalle palme. Dicesi inoltre che una simile montagna di calamita si trovi sulle coste del mare d'India, ecc."(633). Parlando dell'Africa orientale, Edrsi fa ricordo di una montagna per nome Agiud, la quale attrae a s le navi che troppo le si avvicinano(634): Abulfeda pone il Monte della Calamita in prossimit dell'Indo.
E nei mari d'India, o della Cina, lo pongono pi generalmente coloro che ne parlano; ma nel poema tedesco di Gudruna esso  trasposto agli estremi confini dell'Occidente, e Guido scrisse:

In quelle parti sotto tramontana
Sono li monti della calamita,
Che dan virtute all'a're
Di trar lo ferro(635).
...
.
...
2.
...
.
...
Che questa immaginazione del Monte della Calamita (parlo solo del monte, perch gli  quello che si trova ricordato pi spesso) sia orientale di origine, e passata d'Oriente in Occidente, non si pu, cred'io, dubitare. Ma come e quando passata la prima volta nessuno pu dire. Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella che la facesse giungere in Europa coi reduci della spedizione di Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli altri narratori delle imprese del Macedone, e descrittori dell'India, non se ne trovi cenno. Ben si pu tener per sicuro che l'antica memoria, raccolta da Plinio, fosse in varii modi, e a pi riprese, rinfrescata, oltrech da notizie di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra le genti cristiane per quelle medesime vie per cui giunsero, dal remoto Oriente, tanti altri racconti. Di ci vedremo, tra breve, alcuna prova complessa; ma non sono da trascurare, per questo rispetto, certi parallelismo e riscontri che difficilmente si posson credere casuali e spontanei.
.
Ho notato nel racconto delle Mille e una Notte sommariamente riferito in principio, la sovrapposizione di un elemento estraneo ed eterogeneo a quello che senza dubbio dovette essere il tema primitivo e genuino. Per esso, il Monte della Calamita, perduta quasi la sua virt naturale, diventa mezzo, e strumento di magico potere. Che direm noi quando, in racconti occidentali vedremo questo medesimo accoppiamento del Monte della Calamita con alcun magico artificio, ovvero il Monte fatto dimora di maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato Reinfrit von Braunschweig(636), e composto sul finire del secolo XIII, o sul principiare del seguente, si narra una strana storia di un gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della Calamita, aveva letto nelle stelle la venuta di Cristo milledugento anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era inventore. Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di gran sapere e di singolare virt, avuta notizia di questo mago e delle sue male arti, navig alla volta del Monte della Calamita, e merc l'ajuto di uno spirito, riusc ad impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. Venuto il termine prescritto, la Vergine pot dare alla luce Ges. Enrico di Mglin narra in una sua poesia(637) come Virgilio, in compagnia di molti nobili signori, partisse da Venezia sopra una nave tratta da due grifoni, giungesse al Monte della Calamita, trovasse quivi, chiuso in una fiala, un demonio, il quale, a patto d'avere la libert, gl'insegn come potesse impadronirsi di un libro di magia, ch'era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio si vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai quali comand subito di costruire una buona strada, dopo di che se ne torn tranquillamente co' suoi compagni a Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel Wartburgkrieg(638). Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte della Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel sguito dell'Huon di Bordeaux in prosa(639), ed  senza dubbio tutt'uno collo chastel d'aimant descritto in una redazione tarda dell'Ogier(640). In un romanzo francese in prosa, composto probabilmente nel secolo XV, il Monte, o piuttosto lo scoglio di Calamita  abitato da maghi e incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati attirati, bisogna, conformemente a quanto si  detto in certa iscrizione, gettar nel mare un anello, ch' in cima alla rupe(641). Non  ci singolarmente conforme a quanto si legge nel racconto del terzo calendero? S'avverta inoltre che nei lapidarii, dove molte immaginazioni si trovano venuteci dall'Oriente, la calamita  messa in istretta relazione con l'arti magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge:

Deendor magus hoc (lapide) primum dicitur usus,
Conscius in magica nihil esse potentius arte.
Post illum fertur famosa venefica Circe
Hoc in praestigiis magicis specialiter usa(642).

Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virt magiche della calamita(643).
Dopo quanto abbiam veduto non ci parr cosa troppo fuori del ragionevole che il Monte della Calamita diventasse il beato soggiorno, oltre che delle fate, anche di Art, come si vede essere avvenuto in un vecchio romanzo francese intitolato Roman de Mabrian(644), e ci sar men difficile intendere come e perch, nel poema di Gudruna, il Monte della Calamita s'identificasse col monte Gvers, o Mongibello, dove una leggenda, di cui discorro in questo stesso volume, pose per l'appunto la dimora di Art, e divenisse stanza di un popolo felice, che vive nell'abbondanza, ed abita in palazzi d'oro(645). A immaginare cos fatta stanza e cos fatto popolo, sollecitava anche, in certo qual modo, la credenza che le infinite navi tratte da ogni banda inverso il monte, vi recassero copia delle ricchezze tutte della terra.
.
Che l'idea di porre in relazione col Monte della Calamita i grifoni, facendo di questi un mezzo di scampo per alcuni naufraghi pi ingegnosi e pi arditi, sia ancor essa orientale di origine, parmi cosa, come vedremo tra breve, pi che probabile. Beniamino da Tudela parla di certe, com'egli le chiama, angustie del mar della Cina, dalle quali le navi che ci si smarrivano pi non potevano districarsi, onde, venendo a mancare le vettovaglie, conveniva che i naviganti si morissero di fame. Perci i meglio avveduti portavano con s pelli di buoi, e quando non rimaneva loro altro scampo, si avvolgevano in esse, e si lasciavan rapire da certe aquile grandi, che li portavano a terra; e cos molti se ne salvavano(646). Fra quelle angustie del mare si cela di sicuro il Monte, o si celano, per lo meno, gli scogli, o i bassifondi di calamita, e quelle aquile grandi sono i ruc o i roc delle novelle orientali, divenuti poi, in Occidente, grifoni.
In racconti occidentali il Monte della Calamita  posto spesso nel bel mezzo del Mare coagulato(647), cos nel Herzog Ernst, di cui dir or ora, nel Jngere Titurel, ecc(648). Il poema di Gudruna lo pone nel Mar tenebroso(649). Che s fatti collegamenti fossero gi prima avvenuti in Oriente, parmi probabile; ma vuolsi per altro avvertire che la fantasia doveva essere, non meno qua che laggi, naturalmente inclinata a raccogliere insieme i pericoli tutti del mare; e gli  perci che, in parecchi racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte della Calamita, vanno a tener compagnia le sirene.
...
.
...
3.
...
.
...
Come in Oriente, cos in Occidente, il Monte della Calamita non doveva figurare soltanto nelle relazioni pi e men veridiche dei viaggiatori e nei trattati dei geografi e dei naturalisti, ma, come quello che poteva dare argomento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione a strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche in racconti d'indole romanzesca, e, pi particolarmente in quelli che narravano di lontane peregrinazioni, di favolose imprese. Non era quasi possibile ch'esso non trovasse luogo in quelli che, con nome appropriato, si potrebbero dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narr i lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi, ne avesse avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe apparso probabilmente nell'Odissea, fuori dall'onde di alcun remoto ed incognito mare.
.
Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto del terzo calendero nelle Mille e una Notte gli  impossibile ora; ma si pu per contro, indicare, se non altro con sufficiente approssimazione, il tempo in cui fu composto il pi antico racconto romanzesco occidentale dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto  quello tedesco, ricordata pur ora, del Duca Ernesto, Herzog Ernst. La primitiva redazione latina di questa storia cavalleresca non s' potuta rintracciare sinora; ma, da essa deriv, tra il 1170 e il 1180, un poema basso renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza pass nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo) dal quale io trarr, ridotto in breve, il racconto che si riferisce al Monte della Calamita; in un altro poema, a torto attribuito a Enrico di Weldecke (composto tra il 1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone (prima del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto prosastico tedesco e popolare.
.
Nel pi antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede nel modo che segue(650). Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle cui falde serpeggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s'alza fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non  possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate; la morte per fame attende i naufraghi. Udito cos tristo annunzio, il duca sembra smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso, a prepararsi ad entrare, con divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, s'approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre navi, molte delle quali sono, per vetust, marcite, e con ispaventevole fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza alla rupe. Le ricchezze perdute che s'offron quivi agli sguardi dei naufraghi son tali e tante che non si possono descrivere. Ma a che giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna banda si scorge la terra. A poco a poco vengono meno le vettovaglie; l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di fame; sopraggiungono i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste pi non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue e lasciarsi rapire dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra speranza di scampo. Il consiglio  accolto con applauso e con giubilo. Vestiti di tutte l'armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li portan di l dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi, sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui letto  tutto sparso di preziosissime gemme.
.
Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli stessi pericoli, si salv nel medesimo modo; e tra il racconto che narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa parte, se non picciole differenze e di poco rilievo(651). Ugone sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perci bisogna che si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce una fonte e maturan pomi che hanno virt di ridare la giovinezza, e d'onde l'eroe non pu altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido il pericolo e la morte, incora e sorregge i suoi: Ugone piange, si dispera, sviene, e confortato dai suoi, scambia i grifoni per diavoli. Egli  di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d'Alvernia e Guerino il Meschino.
Non  chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi racconti occidentali, oltrech col racconto del terzo calendero, hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si legge per esso nelle Mille e una Notte. Anche la nave di Sindbad  tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze; anche Sindbad, solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non una prova, un indizio, che il racconto orientale , in certo punto, difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrit e sincerit primitiva. Sindbad non dice che il monte ov'ei naufrag sia il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi si possa argomentare dalle particolarit stesse della descrizione, e dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni medesime credo s'abbia ad identificare col Monte della Calamita la montagna smisurata e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso la quale  trascinata la nave di Abulfauaris nei Mille e un Giorno. A questo proposito, un riscontro curioso  notabile. Nella storia prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita sorgeva tutto corrusco dall'onde, come se fosse di fiamma viva(652).
Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero questa memorabile e gloriosa avventura. Ho gi accennato a racconti intessuti nella Gudruna, nel Reinfrit von Braunschweig, nel Jngere Titurel, in una tarda redazione dell'Ogier, ecc.: ricorder ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli del mare doveva rimanere occulto(653). La molteplicit e variate di s fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa l'antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava d'avere udito narrare quand'era ancora fanciullo.
...
.
...
APPENDICE.
...
.
...
Sguito dell'Huon de Bordeaux in versi, nel cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino, f. 360 v., col. 1a, a f. 362 v., col. 2a.

Giuda, l'apostolo traditore, dannato a perpetuo castigo in mezzo a un gran vortice del mare(654), annunzia ad Ugone la vicinanza della calamita e l'imminente naufragio.

"Tu ies perdus" ce li a dit Judas;
"Car ens u gouffre a l'aymant en bas".
Li maronniers et Hues se seigna;
Tenrement pleurent, car cascuns s'esmaia.
III jours siglerent puis c'ont laissi Judas:
Li maronniers remonte sor le mast,
Devant lui garde tant que bos veu a.

Li maronniers, quant le bos ot coisi,
Moult liement l'a dit a Huelin:
"Je voi la bos a .xx. liues de chi".
"Vrais dix", dist Hues, "je vous en rench merci!
Moult a lonc tans que jou terre ne vi.
Quant bos i a, de la terre ist il".
Atant s'en vont et ont sigl tous dis,
Tant qu'a .iij. liues li maronniers pres vint:
Dont choizi mas et grans callans gentis,
Nes et dromons et grans callans de pris.
Adont s'escrie: "He las, je suis trais!
He bons quens Hues, or nous convient morir!
C'est l'aymans que je voi devant mi:
Jamas de lui ne porrons mes partir".
"He las!" dist Hues "pour coi fui ainc nasquis
Quant il m'estuet en tel liu prendre fin?"
Il voit tant barge et dromons et sapins:
De tant de naves s'est Hues esbahis.
"Par foi" dist il "se trestous li pais
Qui onques fussent arrivassent ichi,
S'a il trop barges et dromons entour li.
He, aymans, con tu fais a hair!
Tante persone as ci faite morir".
La nef aproce, pres de l'aymant vint,
Tant aussi pres qu'elle se pot tenir.
Quant ele areste dont pleure Huelins.
"Si m'ait dix!" li maronniers a dit:
Jamais nul jour ne partirons de chi.
Confessons nous, qu'il nous convient morir;
Si nous estait la vitaille partir".

Or est li nave a l'aymant tourne.
Le jour entier ne font el qu'il plorerent
Dusqu'au demain que l'aube aparut clere.
Li maroniers dist Huon sa pense:
"Biax sire Hues, par la vertu nomme,
De no vitaille iert droiture moustre.
Il est droiture parmi la mer sale
Que la moitis est au seignour donne".
"Amis", dis Hues, "c'est bonne destine;
Ja de par moy ne sera refuze".
Li .xiiij. homme la vitaille aporterent;
Dont le partirent, a Huon l'ont livre:
En une nave l'a Huelins pose;
Tant que porr iert sa vie salve.
Dont fu sa terre durement regrette,
Et Esclarmonde qu'il avoit espouze:
"Suer douce amie, ci a grief destine.
Je vous avoie de vo terre jete;
Royne fusses de fin or courone,
En povert vous ai mize et poze.
He, quens Raoul, mal de l'ame ton pere!
Par toi sui jou cacis de ma contre.
Auberon sire, ma fois iert parjure.
A vous devoie aler la tierce ane;
Mais jou voi bien que ma vie iert outre".
Dont se pasma; sa gent pour lui plorerent:
Au redrecier moult bel le conforterent.

Quant Hues fu de pasmisons levs,
Tenrement pleure, ne se puet acesser.
Li maronier l'ont moult reconfort:
"He, Hues sire, que vaut vostres plourers?
Ains pour duel faire ne vi riens conquester,.
"Seignour" dist il, "jou le lairai ester,
Car je voi bien ne le puis amender".
II moys et plus ont iluec sejorn;
Mais a court terme les converra finer,
Car lor vitaille ne puet plus lor durer.
Quant Hues voit ses homes empirer,
Et de famine et morir et enfler,
De sa vitaille lor commence a doner:
Tant lor depart li gentis adoubs
Qu'il n'en a mais qu'a .iiij. jours passer.
Et non pourquant sunt tout mort et outr,
Fors que Huon n'en a plus demor.
L'un aprs l'autre les voit Hues finer;
Dont les commence Hues a regreter:
"He las", fait il, "franc chevalier membr,
O moi venistes par si grant amist;
Or estes mort et a vo fin al;
Or ait Jhesus de vos ames pit".
Dont se perchoit Hues qu'[il] est esseuls,
N'il ne set mais a cui il puist parler.
"He las" dist il, "con poi me doi amer
Quant chi me voi en si grant povert,
Ne je ne pui de cest liu escaper.
Auberon sire, or m'as tu oubli:
Malabron frere, je ne t'os apeler.
En tante painne as pour mon cors est,
Li cuers du ventre me deveroit crever".
Entre ses mors s'est Huelins clins:
N'est hom vivans, s'il l'oist dementer,
Et Esclarmonde sa femme regreter,
Et les barons qu'o lui ot amens,
Que grant merveilles n'en eust grant pit.

Moult parfu Hues li quens en grant freour
Quant il se voit enclos en mer majour.
"Sainte Marie", dist Hues li frans hom,
"Tant ai eu et griets et dolors,
Ains n'en eut tant nus caitis a nul jour.
Oubli m'a li bons roys Auberons,
Et sa maisnie et li preus Malabrons.
Or voi je bien jamais ne me verront.
Mort sunt mi home, dont j'ai au cuer dolour,
Car pour .i. poi que li cuers ne me font.
Pucelle dame, mere au creatour,
Tante miracle a Jhesus fait pour vous;
Je vous reclaimme con uns hom peurous.
Destroit de mort est forment soufraitous;
Vo doulch enfant, cui je tieng a seignor,
Voellies priier qu'il m'oste de dolour,
La ou je sui en si grant tenebrour.
Tres douce dame, tant aves de valour;
Qui vous reclaimme bien doit avoir secours.
Tant crierai apres vous nuit et jour,
Que s'il vous plaist vous en ares tenrour".
Ensi que Hues crioit sa garison,
Une noise ot venir par mer majour,
Et avolant voit venir .i. griffon,
Qui est plus grans c'uns destrier de valour.
Tant a vol par la mer a bandon,
Que pour .i. poi que en l'aigue ne font.
Envers les naves venoit a garison;
Des mors avoit sentu la flairison;
Si les vient querre pour porter ses faons.

Quant li quens Hues voit le griffon venir.
Qui plus est grans c'uns destrier arrabis,
De sor le mast de sa nef est assis;
Tout le conploie du grant branle qu'il fist.
Tant ot vol que moult fu amatis,
Car pour .i. poi qu'en la mer n'est flatis;
Fors de la goule li langue li sali;
Le bec ot lonc bien .ij. pis et demi;
Grans ot les ongles, u mast les enbati,
Tous li plus cours ot bien pit et demi.
Or cuide Hues ce soit uns anemis:
N'est pas mervelle s'il ot paour de lui.
Il le regarde; tous li sans li bouli:
Repus estoit pour le griffon veis:
La mere dieu reclama de cuer fin:
"Trs douce dame, royne genitris,
Je vous aour au soir et au matin,
Et vous reclaimme de vrai cuer enterin,
Secoures moi, s'il est vortres plaisirs,
Que ne m'ocie cis cuivers anemis.
Las, je croi bien qu'il m'a assenti!"
Et li griffons quant son repos ot pris,
Tourne sa teste et regarda son pris:
Moult se hirece; en la nef descendi;
.I. des mors homme a ses ongles saizi,
Sor le mast monte, a voiler s'escuelli.
Hues se saigne, a regarder le prist,
Et li oisiax s'en vola sans detri,
A ses faons lis et joians s'en vint:
Chascun jour va pour les mors Huelin.

Li bons quens Hues forment s'esmerveilla
Pour le griffon qui sa gent emporta.
"Vrais dix" dist Hues, "qui le monde formas,
En a il terre la ou cis oisiax va?"
D'une mervelle quens Hues s'apensa,
Qu'en aventure le cors de lui metra;
A cel oizel son cors abandonra;
S'il plaist a diu a terre le metra.
A dameldiu de cuer se confessa,
Dame Esclarmonde de bon cuer regreta,
Et Clarissette, sa fille qu'engenra:
En plorant dist que mais ne les verra.
Bien s'est arms; .ij. haubers endossa,
Puis chaint l'espe, pres de loi le sacha;
Son hiaume lace, en son cief le ferma;
Entre les mors en plourant se coucha.
Et li griffons par la mer avolla,
Grant bruit demainne, si s'assist sor le mast.
Hues le voit, tous li sans li mua,
Et li oisiax vollentiers l'esgarda,
Ains des armures forment s'esmervilla.
Li oisiax pense cis est et gros et cras,
A ses fons, s'il puet, l'emportera.
Repozs fu, a Huon s'adrecha,
Ses trenchans ongles u haubert li enbat,
Toutes ses armes erramment li percha,
Demie paume li fiert dedens le char.
Hues le sent ne mais crier n'osa,
Les dens estrainst pour l'angoisse qu'il a,
Et li oisiaus a tout lui si s'en va.

Deseur la mer li griffons s'aridele,
De ses .ij. elles moult durement ventele,
Huon as ongles detrence le char bele,
Li sans li foite, entour lui s'aclotele;
Souspirer n'oze, le chief ot desous l'elme,
Ains dist embas: "Sainte Marie belle,
Secoures moi; je croi que jou voi terre".
Une montaigne acoiste moult bele;
Chou est une ille a l'amirant de Perse.
Mais ains nus hom ne monta en la terre
Pour les oisiax qui i font tel moleste;
Iluecques sont et si ont lor repere.
Sains est li lix et la montaigne bele;
Ains n'i vit nuls orage ne tempeste.
La repoza Jhesucris nos salveres;
Si le saigna de sa main digne et bele.
De tous les fruis c'on a veu sor terre
La plent gisant sunt desor l'erbe:
Bel sont li arbre gent et haut et honeste.
En la montaigne ot une fontenele
Que dix i fist quant il alla par terre.
Contre soleil ot une ente moulte bele,
Les brances vont tout entour dusc'a terre;
La est li fruis de jovent par ma teste:
Sous ciel n'a home, pucelle ne ancelle,
Que s'il avoit .m. ans vescu sor terre,
S'ele en mengast ne sainblast jovencele.
Iluec descent li griffons desor l'erbe;
Huon met jus, n'i a fait lonc arreste,
Qu'il avoit pris a l'aymant rubeste.

...
.
...
FINE.
...
.
...
Note al testo.
.
(1)  Veggasi intorno a Gerberto: HOCK, Gerbert oder Papst Sylvester II und sein Jahrundert, Vienna, 1837; OLLERIS. Oeuvres de Gerbert, Clermont, 1867, Introduzione; WERNER, Gerbert von Aurillac, die Kirche und Wissenschaft seiner Zeit, Vienna, 1878. Questi autori discorrono della leggenda in modo affatto insufficiente, e cos ancora il Doellinger, Die Papst-Fabeln des Mittelatters, edizione curata da I. Friedrich. Stoccarda, 1890, pp. 184-8. In questi ultimi anni molto si scrisse intorno a Gerberto, considerato nella politica, nella scienza, nell'insegnamento, nel ministero ecclesiastico. Meritano particolar menzione due pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le lettere di lui, cio la fonte principale per la sua biografia: NICCOL BUBNOW, Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica (in russo), Pietroburgo, 1888 sgg.: Lettres de Gerbert publies avec une introduction et des notes par JULIEN HAVET, Parigi, 1889.
(2)  Magni ingenii ac vivi eloquii vir, gito postmodum tota Gallia acri lucerna ardente, vibrabunda refulsit etc., etc. Historiarum l. IV, ap. PERTZ, Mon. Germ. Hist., SS., t. III, pp. 616-21, 648-53.
(3)  Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli Annales Hildesheimenses, degli Annales Pragenses, degli Annales Augustani, degli Annales Sancti Vincentii Mettensis, ecc.
(4)  BOUQUET, Recueil des historiens des Gaules et de la France, t. X, p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3. La data del 1006  resa pi che probabile dal Mabillon.
(5)  Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da GIOVANNI WOLF, Lectionum memorabilium et reconditarum centenarii XVI, Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5.
(6)  Chronicon, l. I, ap. PERTZ, SS., t. VIII, pp. 366-7.
(7)  Il DOELLINGER (op. cit., p. 185)  d'altra opinione. Egli crede che Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di lenocinii. Certo, nel latino classico, il vocabolo praestigia ebbe anche quel significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro di artifizio magico. 
(8)  Ap. PERTZ, SS., t. VI, p. 353.
(9)  L. I, ap. PERTZ. SS., t. XXVI, pp. 11-2.
(10)  Nella Vita che, dopo il 1042. scrisse di Roberto il Pio; ap. BOUQUET, Rec., t. X, p. 99.
(11)  Chronicon, l. VI, cap. 61. ap. PERTZ, SS., t. III, p. 835.
(12)  Historiarum l. III. ap. PERTZ, SS., t. IV, p. 130.
(13)  Vedi CHASLES, Explication des traits de l'Abacus, et particulierement du Trait de Gerbert, Comptes rendus de sances de l'Academie des sciences, t. XVI, 1843, pp. 156 sgg. MARTIN, Recherches nouvelles concernant les origines de notre systme de numration crite, Revue archologique, t. XIII, parte 2a, pp. 509 sgg., 588 sgg.
(14)  Loc. cit.
(15)  Ep. XVI. ediz. Olleris.
(16)  Op. cit., pp. 186.
(17)  De gestis regum anglorum. l. II. capp. 167, 168. 169, 172, ap. PERTZ, SS., t. X, pp. 461-4. Non traduco alla lettera: in pi luoghi do solamente la sostanza del racconto del benedettino inglese.
(18)  Pubblicato dal MONE, in Anzeiger fr Kunde des deutschen Mittelalters, anno 1833, coll. 188-9.
(19)  De nugis curialium, dist. IV, cap. 11, ap. PERTZ, SS., t. XXVII, pp. 70-2.
(20)  Vedi, in questo volume, lo scritto intitolato Demonologia di Dante, e LIEBRECHT, Zur Volkskunde, Heilbronn. 1879, p. 28.
(21)  Vedi in proposito J. W. WOLF, Beitrge zur deutschen Mythologie, Gottinga, 1857, parte 2a, pp. 235 sgg.
(22)  Cronaca detta di Guglielmo Godell, l. III, ap. PERTZ, SS., t. XXVI. p. 196.
(23)  Weltbuch, in Von DER HAGEN, Gesammtabenteuer. Stoccarda e Tubinga 1850, vol. II, pp. 553-62.
(24)  Negli Annales Parchenses (ap. PERTZ, SS., t. XVI. p. 661), il verso si trova ridotto a met. Ottone fa Gerberto, prima arcivescovo di Ravenna, poi papa: unde dictum est: Scandit ab R. Gerbertus ad R.
(25)  Ap. PERTZ, SS., t. XXIII, p. 89.
(26)  Vedi STEINISCHNEIDER, Apollonius von Thyana (oder Balinas) bei den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenlndischen Gesellscahft, vol. XLV (1891), pp. 439-46.
(27)  Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothque Nationale, t. IV, pp. 118-20. Il libro  analizzato da Silvestro de Sacy.
(28)  Rerum memorandarum l. IV (Recentiores, Innominatus), Opera, Basilea, 1521, p. 436.
(29)  Gesta Romanorum, ed. OESTERLEY, Berlino, 1872, cap. 107; COMPARETTI, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, vol. II, pp. 183-5:
 Die neide, ediz. di Lipsia 1852, col. 255: GRAF, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. I, pp. 161-70; vol. II. p. 241.
(30)  De rebus anglicis sui temporis, ediz. di Parigi 1610, l. V. cap. 6, p. 562.
(31)  Vedi le note del BERNECCER alle Istorie di GIUSTINO, l. XII, c. 2.
(32)  Istorie fiorentine, l. IV, c. 18. Vedi pure ci che il Villani (l. VI, cap. 73) e l'autore degli Annales mediolanenses (ap. MURATORI, Scriptores, t. XIV, coll. 661-2) narrano di Ezzelino da Romano morente, e cf. A. BONARDI, Leggende e storielle su Ezelino da Romano, Padova e Verona, 1892, pp. 70-1.
(33)  SCHEIBLE, Dos Kloster, t. XI, Stoccarda, 1849, p. 529.
(34)  LIEBRECHT, Op. cit., p. 48.
(35)  Op. cit., p. 472.
(36)  Bonum universale de apibus, Duaci, 1627, l. II, cap. 51, num. 5.
(37)  Vedi per esempio LUZEL, Lgendes chrtiennes de la Basse-Bretagne, Parigi, 1881, vol. I, pp. 161, 175.
(38)  Gemma ecclesiastica, ap. PERTZ, SS., t. XXVII, p. 412.
(39)  Ap. MABILLON, Museum Italicum, t. II, p. 568.
(40)  Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii Hoiensis interpolata, ap. PERTZ, SS., t. XXIII, pp. 774, 778.
(41)  Speculum historiale, l. XXV, capp. 98-101.
(42)  Chronique rime, ap. PERTZ, SS., t. XXVI, pp. 727-9
(43)  Chronicon pontificum et imperatorum, ap. PERTZ. SS t. XXII, p. 432.
(44)  Je ne sai pourquoi aucum se scandalisent de voir librement accuser la vie de quelque particulier prelat, quand il est connu et publicq; car ce jour l, et  S. Jean de Latran, et  l'eglise Sainte Croix en Jerusalem, je vis l'histoire escrite au long en lieu tres apparant, du Pape Silvestre second, qui est la plus injurieuse qui se puisse imaginer. D'ANCONA . L'Italia alla fine del secolo XVI. Giornale del viaggio di MICHELE DE MONTAIGNE in Italia nel 1580 e 1581, Citt di Castello, 1889, p. 297.
(45)  Roma, 1750, p. 73.
(46)  Helmstadii, 1592, f. 128 r.
(47)  Lo reca, fra gli altri, il GREGOROVIUS, Le tombe dei papi (trad. dal tedesco), Roma, 1879, pp. 203-4.
(48)  Secondo l'autore di certi Flores temporum, composti negli ultimi anni del secolo XIII, il sepolcro suda o rumoreggia quando il pontefice  morto. Ap. PERTZ, .SS., t. XXIV, p. 245.
(49)  Vedi, per esempio, gli Annales Marbacenses del secolo XIII, PERTZ, SS., t. XVII, p. 154.
(50)  ALBERICO DELLE TRE FONTANE, Op. cit., p. 778.
(51)  Historiarum P. II, tit. XVI, cap. I,  18.
(52)  Chronicon minor, ap. PERTZ, SS., t. XXIV, p. 187.
(53)  Historia pontificum romanorum, ap. MURATORI, SS. t. IX, coll. 172-3.
(54)  Chronica romanorum pontificum, ap. LAMI. Deliciae eruditorum, v. II, pp. 162-3.
(55)  Historia ecclesiastica, l. XVIII, capp. 6-8, ap. MURATORI, SS. t. XI, coll. 1049-50.
(56)  Mare historiarum (in massima parte ancora inedito), l. VIII, cap. 27. Ebbi copia del capitolo ove la leggenda  narrata dalla cortesia del signor A. Salmon, che la trasse dal cod. 4914 della Nazionale di Parigi.
(57)  Il Pungilingua, ediz. di Milano 1837, cap. XXX, pp. 264-5; I frutti della lingua, ediz. di Milano, 1837, cap. XXXVII, pp. 343-4.
(58)  Chronicon venetum, lib. IX, cap. I, part. XXXIV, ap. MURATORI, SS., t. XII, col. 231.
(59)  Flores historiarum, Londra, 1570, pp. 383-5.
(60)  Catalogus pontificum romanorum, ap. MAI, Spicilegium romanorum, t. VI, Roma, 1841, pp. 244-5. Il MAI non riferisce il racconto per intero.
(61)  Opus super sapientiam Salomonis, lect. CLXXXIX, ediz. di Basilea, 1506, f. 172 v.
(62)  Reductorium morale, Parigi, 1521, l. XIV, cap. 62.
(63)  Ap. MURATORI, SS., t. III, P. 2a, col. 336.
(64)  Liber de rebus memorabilioribus, Gottinga, 1859, pp. 86, 91-3.
(65)  Ly myreur des histors, Bruxelles, 1869-80, t. IV, p. 205-6.
(66)  Ap. LABBE, Nova Bibliotheca manuscriptorum librorum, t. I, p. 395.
(67)  Islendzk Aeventyri. Islndische Legenden Novellen und Mrchen herausgegeben von HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, v. I. pp. 47-9; v. II, pp. 32-3.
(68)  Catalogus pontificum Mariani ut videtur, ap. PERTZ, SS., t XIII. p. 78.
(69)  In una parte scritta probabilmente prima del 1150: ap. PERTZ, SS., t. XVI, p. 731.
(70)  Ap. PERTZ, SS., t. V, p. 35.
(71)  ROMUALDO SALERNITANO, gi cit.; Historia Francorun senonensis ap. PERTZ, SS., t. IX, p. 368; Historia regum Francorum monasterii Sancti Dionysii, ibid., p. 403, ecc.
(72)  Annales Kamenzenses, ap. PERTZ, SS., t. XLX, p. 581; Annales Cracovienses compilati, ibid., p. 586; Annales Polonorum, ibid. pp. 618, 619; Annales Sanctae Crucis polonici, ibid., p. 678.
(73)  Pubblicato da C. HORSTMANN nell'Anglia, v. I, 1878, pp. 67-85.
(74)  NIKOLAUS MUFFELS Beschreibuing der Stadt Rom. Bibliothek des litterarischen Vereins in Stuttgart, CXXVIII, Tubinga, 1876, pp. 12-3, 35-6.
(75)  Le grand parangon de nouvelles nouvelles, nov. 37, ediz. di E. MABILLE, Parigi, 1869, pp. 161-3.
(76)  AENEAE SYLVII postea PII II pontificis romani, commentarum historicorum libri III de Concilio Basileensi, Cattopoli, 1667, p. 15.
(77)  Eccolo:

 Ne mirare Magum fatui quod inertia vulgi
 Me (veri minima gnara) fuisse putat,
 Archimedis studium quod eram sophiaeque secutus
 Tum cum magna fuit gloria scire nihil.
 Credebat magicum esse rudes sed busta loquuntur
 Quam pius, integer et religiosus eram.

 Qui si allude alla iscrizione posta da Sergio IV.
(78)  De basilica et patriarchio Lateranensi, Roma, 1656, pp. 75-6.
(79)  Inf., XXIII, 142-4.
(80)  Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto sia stato gi trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante, come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio Fischer, Ferdinando Piper. Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi del poeta che descrive fondo a tutto l'universo. Fr. Hettinger, l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (Die Theologie der gttlichen Komdie des Dante Alighieri in ihren Grundzgen. Erste Vereinschrift der Grres-Gesellschaft fr 1879, Colonia, 1879, pp. 37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o quello dei demonii danteschi, ma sono per la pi parte condotti con criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F. LANCI, Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone attenenti, in Giornale araldico, nuova serie, t. VII; L. C. FERRUCCI, Sul Cerbero di Dante, in Giornale arcadico, t. XXII; G. FRANCIOSI. Il Satana dantesco in Scritti danteschi, Firenze, 1876: 2a ediz., Parma, 1889; P. G. GIOZZA, Iddio e Satana nel poema di Dante, Palermo (s. a.); V. MIAGOSTOVICH, Lucifero nella Divina Commedia di Dante (Programm der Stdtischen Ober-Realschule in Triest). Trieste, 1878; R. FORNACIARI, Il mito delle Furie in Dante, in Nuova Antologia, 15 agosto, 1879; inserito poi nel volume Studi su Dante, Milano, 1883, pp. 47-93. V. DUINA. L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco. Commentar dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886. Cf. nel vol. VI, pte 1a, della Storia della letteratura italiana di ADOLFO BARTOLI, Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente scritto, il capitolo intitolato I Demoni, gli Angeli, le Persone Divine. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi in molte opinioni e conclusioni.
(81)  Tratt. III, c. 13.
(82)  V, 83. Cfr. De vulg. el, I, 2.
(83)  Vv. 46-8.
(84)  Vv. 11-12.
(85)  V, 91.
(86)  Parad., XXIX, 49-51. Cfr. S. TOMMASO, Summa theol., P, I, qu. XLIII, art. 6.
(87)  Conv., III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi annasparono assai.
(88)  Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 2.
(89)  Parad., XXIX, 55-7.
(90)  Parad., XIX, 46.
(91)  Inf., XXXIV, 35.
(92)  Conv., II, 6. Cfr. ALBERTO MAGNO, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 1; S. TOMMASO, Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 7. 9.
(93)  Purgat., XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18,  scritto Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem.
(94)  Inf., XXXIV, 122-6.
(95)  Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo Scartazzini nel suo commento.
(96)  Inf., III, 34-42.
(97)  Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali,  nell'Apocalissi, III, 15, 16: Scio opera tua: quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: - Sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo.
(98)  Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: "Nos sumus de magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo sumus lapsi: set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati, per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina. Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum, qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum". (JUBINAL, La lgende latine de S. Brandaines, Parigi, 1836, p. 16). La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' pi del bisogno, non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non  nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto fondamentale passa in quasi tutte. Vedi JUBINAL Op. cit., pp. 70-71, 121: SCHROEDER, Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsehe Texte, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; FRANCISQUE MICHEL, Les voyages merveilleux de Saint Brandan, Parigi, 1878. pp. 26-7; VILLARI, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, in Annali delle Universit toscane, t. VIII, Pisa. 1866, p. 143; ecc. Nel testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano del secolo XIV, l'uccello dice al santo: "O servo di Dio, noi siamo di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo Lucifero, lo quale  nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono gravemente... Cfr. ALBERTO MAGNO, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, gi notato dall'OZANAM, Dante et la philosophie catholique au treizime sicle. nuova ediz., Parigi, 1845, p. 343, e dal D'ANCONA, I precursori di Dante, Firenze, 1874, p. 52.
(99)  Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti redazione pi antica giunta sino a noi. e contenuta in un codice del Museo Regio di Berlino, gi Hamilton, codice finito di scrivere nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi TOBLER, Die Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne, in Sitzungsb. d. k. preuss. Akad. d. Wiss., phil.-hist Cl., vol. XXVII, 1884):

 Qvant li ber oit soe oraison complie,
 Vn des osiaus qe auech soy stesie
 En l'auernaus lengae le desplie:
 Tu as diex del tron feit proierie,
 Par qui ci somes de sauor en partie:
 Nos le diron: or met bien en oie.
 A yh'u plest qe auqes de ses secrie
 Sauome en part, qe autremant non mie.
 Conois adonqe qe sons de cel regnie,
 Que deualla en l'abis parfondie,
 Que enferne mant homes apellie.
 De celle entente non somes nemie.
 Quant vint le pont de la departie,
 Tot environ le ciel avoit scrolie:
 Angle et archangle, et tot le monarchie,
 Tot de paor aurent tuit fremie,
 Sol a la voi deu per, quant ot parllie.
 Tot li malfer iluech si demostrie;
 Tant defendrent cum aurent uigorie:
 Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;
 Autre remis en aer, autre in terre icie,
 Autre en abisme trauaillent la lor uie.

 Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,
 Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;
 Mes pur il ere la nostre entencions
 Te tenir sempre cum cil qi uencerons.
 Por ce qe deu per conoit nos pensasons,
 En guisse de oisel trasfigura cum sons.
 D'alor auant uenimes a cis mons,
 Maint torment auomes, mais de peior lisons.
 Vne uos en diray, les autres taiserons,
 Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.
 En air et en mer faon nos peschesons,
 Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:
 Pescher sauomes et nulle nen prendrons:
 Ensi estoit nostre destrucions.
 Vn ior de la semaine une remedie auons;
 Ce estoit la domenege, qe enci nos demorons:
 Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;
 Ci aurons hosteler, anuit demorerons;
 Pues domain al aube apres si partirons,
 E sosteromes ce qe destine nos sons.
 Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;
 Enforon nostre uoi, al bien dir qe poisons,
 Tot a los de deu pere, ce bion sauons.

 Par foy, co dit le cont, bele uertue aues,
 Pois qe remedie da deu aues uos troues;
 E deu sor tot soie regracies.
 D'une autre ouse uoil auoir da uos scoutes:
 Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.
 J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.
 Vostre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;
 San la deuine puisance la aler non pore mes.
 Mes bien plait a deu, et si moy ert reuelles,
 Que en ceste este sia del tot aquites;
 Mes auant qe cil auiegne uere meruoille ases:
 Non say plus de ce dir: uostre signor serues:
 Si l'ame de bon quuer, il ert uestre auoes,
 Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;
 Le merit en atent de tot ce cha oures.
 E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.

 Lo stesso si ha, su per gi, nel testo della Nazionale di Torino, cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (ANDREA DA BARBERINO, Storia di Ugone d'Alvernia, Bologna. 1882. Scelta di cur. lett., disp. 188, 190, vol. II. p. 33). Nel testo della Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 32, questa parte manca, come il prof. Crescini mi avverte, e come pu anche rilevarsi dall'analisi che egli ne diede (Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo d'Alvernia, estratto dal Propugnatore, vol. XIII, 1880, p. 96).
(100)  Vedi quanto osserva in proposito il RENIER, La discesa di Ugo d'Alvernia allo Inferno, Bologna, 1883 (Scelta di cur. lett., disp. 194). pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante  del resto gi penetrata nella redazione pi antica, del codice di Berlino.
(101)  Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse in proposito  favola (l. XVI. vv. 341-60). Cfr. BIRCH-HIRSCHFELD, Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in Frankreich und Deutschland im 12. and 13. Jahrhundert, Lipsia, 1877, p. 250.
(102)  Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso principe dei demonii.
(103)  Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'Inferno, e da quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:

 Ma non cinquanta volte fia raccesa
 La faccia della donna che qui regge,
 Che tu saprai quanto quell'arte pesa.
(104)  Per esempio, nell'Hamartigenia di PRUDENZIO, nei Commentarii in Genesim di CLAUDIO MARIO VITTORE, in un inno di RABANO MAURO, nel De imagine mundi di ONORIO D'AUTUN, ecc., ecc. Cfr. MAURY, La magie et l'astrologie dans l'antiquit et au moyen-ge, Parigi, 1877, pp. 168-9. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO biasim (Adv. oppugnat. vitae monasticae, II, 10). quest'assimilazione dell'Inferno cristiano all'Inferno pagano, ma senza frutto.
(105)  Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.
(106)  Anticlaudianus, VIII, 3.
(107)  Cfr. ROSKOFF, Geschichte des Teufels, Lipsia, 1869. vol. II, pp. 2-3.
(108)  SAN GEROLAMO, De vita S. Pauli eremitae. Nella Vita che di Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo, il resto d'asino: a un segno di croce spar.
(109)  Cfr. PIPER, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, l847-51, vol. I, pp. 405-6.
(110)  Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von FELIX LIEBRECHT, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI. Tale credenza era assai antica: cfr. GIOVANNI CASSIANO, Collationes patrum, collat. VIII, c. 32.
(111)  Anecdotes historiques, lgendes et apologues tirs du recueil indit d'Etienne de Bourbon, publis par A. LECOY DE LA MARCHE, Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii, ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi Otia imperialia. ed. cit., p. 145, e GIACOMO GRIMM, Deutsche Mythologie, 4a ediz., Berlino. 1875-8, vol. I, p. 398.
(112)  Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. II, pp. 121-52, 382-406. GIOVANNI NYDER (m. 1438) racconta ancora nel suo Formicarius la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando di penetrare nel Monte di Venere, si trov, allo svegliarsi, in un pantano.
(113)  Chronographia, ad a. 998.
(114)  GERVASIO DA TILBURY, Op. cit., tertia decis., LXI: TOMMASO CANTIPRATENSE, Bonum universale de apibus. Duaci, 1627, l. II, c. 57, num. 5.
(115)  GERVASIO DA TILBURY, Op. cit., tertia decis., LXIV. Anche S. Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda: Brunetto Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici nostri delle origini) non crede pi, e anche Dante sembra ricordarle solo come un mito (Purg., XIX, 19; XXXl, 45; Parad., XII, 8). Cfr. BERGER DE XIVREY, Traditions tratologiques, Parigi, 1836, pp. 25-7, 539; PIPER, Op. cit., pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato in figura di sirena.
(116)  GIACOMO DA VORAGINE, Legenda aurea, ediz. di Th. Grsse, Dresda e Lipsia. 1846; c. III, 5, p. 24; VINCENZO BELLOVACENSE, Speculum historiale, l. XIII, c. 71.
(117)  Vedi Passio S. Symphoriani in RUINART, Acta martyrum sincera, Verona, 1731, p. 71, col. 1a. Circa il diavolo meridiano, vedi GREGORIO DI TOURS, Historia Francorum, l. VIII, c. 33, e De miraculis S. Martini, l. IV, c. 36; Vita S. Rusticulae in MABILLON, Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, saec. II, p. 135, n. c.; CESARIO DI HEISTERBACH, Dialogus miraculorum, ed. dello Strange, 1851, dist. V, cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.
(118)  DU CANGE, Glossarium, s. v. Dianum.
(119)  Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecelesiasticis, ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.
(120)  Libri decretorum collect, l. X. c. 1.
(121)  Decretum, II, 26, quaest. 5, 12,  1.
(122)  XIII, De sortilegis et sortiariis, ap. BALUZE, Capitularia regum Francorum, t. II, col. 365.
(123)  Op. cit., pp. 323-4.
(124)  Sermones discipuli de tempore et de sanctis, serm. 11, Cfr. SOLDAN. Geschichte der Hexenprozesse, ediz. rifatta da Enrico Heppe, Stoccarda, 1880. vol. I, pp. 130-1.
(125)  Vedi G. GRIMM, Op. cit., vol. II, p. 778, n. 2; vol. III. p. 282.
(126)  In D'ACHERY, Spicilegium veterum aliquot scriptorum etc., 1a ediz.. t. V. p. 215. Cfr. CASPARI. Eine Angustin flschlich beilegte Homilia de sacrilegiis, Cristiania, 1886, pp. 18-9.
(127)  Vedi LIUDPRANDO, Liber de rebus gestis Ottonis Magni imperatoris, ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. III. p. 343. Cfr. VOGEL, Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert, Jena. 1854, vol. I, p.284.
(128)  Vedi SCHROEDER, Glaube, und Aberglaube in den altfranzsischen Dichtungen, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.
(129)  DREYER, Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters P. 1a, Rostock, 1884, p. 18.
(130)  Per es., nel Rhytmus de pugna fontanetica, ap. DUEMMLER, Potae latini aevi Carolini, t. II, Berlino, 1883-84. p. 138: nel Liber de fonte vitae di ANDRADO MODICO, id., t. III, P. 1a. 1886. p. 78, ecc., ecc.
(131)  Visio Tnugdali, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11; WAGNER, Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch, Erlangen, 1882, p. 31. Cos pure nelle versioni.
(132)  Kaiserchronik, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia 1849-54, v. 14191.
(133)  In un luogo del Convivio, II, 5, Dante assimila le divinit dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene agli dei falsi e bugiardi ricordati nel I dell'Inferno, i quali non possono essere se non demonii.
(134)  Inf., XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. SCHERILLO, Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella Divina Commedia, Nuova Antologia, serie 3a, vol. XVIII (1888).
(135)  Vedi DILLMANN. Das Buch Henoch, Lipsia. 1853, p. XLII; GFROERER, Geschichte des Urchristenthums, Stoccarda, 1838, vol. I p. 385.
(136)  Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in solamente nel XII secolo. Vedi DUEMMLER, Geschichte des ostfrnkischen Reichs, Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.
(137)  Ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. V, p. 458.
(138)  Vedi SCRHOEDER, Glaube und Aberglaube, ecc., p. 102.
(139)  Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e Conallus, et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut ipsi non sunt inventi: quorum nomina, dice l'angelo a Tundalo, tu bene nosti. Fergusius e probabilmente il Ferracutus, che nella Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed  vinto da lui. (TURPINI, Historia Karoli Magni et Rotholandi, ediz. Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII. pp. 27 sgg., e nota ivi pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili. nell'Entre de Spagne, dove  detto espressamente che l'anima di lui  portata via dai diavoli. Notisi che Fergusius riproduce, non la forma latina del nome, ma la francese, Fergus. Quel Conallus non so chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema latino (ediz. Wagner, v. 985); ma mancano nel racconto che VINCENZO BELLOVACENSE introduce nel suo Speculum historiale, l. XXVIII, c. 91, e che staccatosene, riappare da s, come redazione abbreviata, in molti manoscritti. (Non altro  il testo latino ripubblicato dal VILLARI, Op. cit., pp. 55-74. Vedi MUSSAFIA, Sulla Visione di Tundalo, in Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss., philos.-hist. Cl., t. LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal VILLARI, e che  tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle Vite dei Santi Padri, reca (Op. cit., p. 81) Feragudo e Chinelaco; quella pubblicata da F. CORAZZINI (Visione di Tugdalo. Bologna. 1872, Sc. di cur. lett., disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali; ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal GIULIARI (Il libro di Theodolo o vero la Visione di Tantolo, Bologna, 1870, Sc. di cur. lett., disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata dal BAIST (Zeitschrift fr romanische Philologie, vol. IV, pp. 313 sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione francese, la provenzale ecc., n alcune pubblicazioni, come quelle del TURNBULL (The Vision of Tundale, Londra, 1843) e dello SPRENGER (Albers Tundalus, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere esaminato. Nella Passion del GRESBAN, edita da G. Paris, si ha, v. 33476, un demonio Fergalus.
(140)  Federigo Frezzi, il quale pi di una volta, nel suo poema, si arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e natural condizione (Il Quadriregio, l. II, c. 12).
(141)  De bello judaico, VII, 6, 3.
(142)  Vedi SCHROEDER, Glaube und Aberglaube. ecc., pp. 63 sgg. Per Nerone demonio vedi pi particolarmente il gi citato mio libro, Roma ecc., vol. II, pp. 356-7.
(143)  V, 46, in MUSSAFIA. Monumenti di antichi dialetti italiani Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien, phil.-hist, Cl., vol. XLVI, 1864. Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan. Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora significa opportunamente l'abisso infernale, ora  nome di demonio: non so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi.
(144)  Inf., XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.
(145)  Purgat., XIV, 118. FRA FILIPPO DA SIENA racconta (Gli assempri, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio, notajo, il quale divent, dopo morto, notaio dell'Inferno divent, cio, uno degli officiali del regno di Satanasso.
(146)  Parzival, l. IX, v. 911, ediz. cit.
(147)  Vedi ROSKOFF, Op. cit., vol. I, pp. 233, 268, 290. 300-1, e il mio libro Il Diavolo, Milano, 1889, pp. 39 sgg. SAN TOMMASO, nella XVI delle sue Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus, art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: Dicendum, quod sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant, hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam. Cfr. ALBERTO MAGNO, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. 1.
(148)  Dialog., l. IV, c. 29. II Vida chiama espressamente i demonii rabidum sine corpore vulgus.
(149)  Oratio contro Graecos, Max. biblioth. vet. pat., t. II, p. 27.
(150)  Parad., XXIX, 22 sgg.; Conv., II, 5.
(151)  Purgat., XXV, 79-108.
(152)  Inf., VIII, 27.
(153)  Inf., XXXIV, 28 sgg.
(154)  Parad., XXIX, 57.
(155)  Purgat., II, 79-81.
(156)  Purgat., X, 118 sgg.
(157)  Inf., VI, 34-6.
(158)  Inf., XXXII, 79.
(159)  Purgat., III, 16-21.
(160)  Inf., XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si meraviglia vedendo Dante muovere ci che tocca. Egli dice ai compagni (Inf., XII, 80-2):

 Siete voi accorti
 Che quel di retro move ci ch'ei tocca?
 Cos non soglion fare i pi dei morti.
(161)  Inf., III, 82 sgg. Cfr. Aeneid., VI, 298 sgg.
(162)  Inf., V, 4 sgg.
(163)  Inf., VII, 1 sgg.
(164)  Inf., XVII, 1 sgg.
(165)  Inf., VI, 13-8, 22-33.
(166)  Inf., IX, 37-42.
(167)  Inf., XII, 11-25.
(168)  Inf., XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.
(169)  Inf. XIII, 10-5.
(170)  Inf., XXXI, 19 sgg.
(171)  Inf., XXIII, 131.
(172)  Inf., XXVII, 113.
(173)  Secondo narra PALLADIO nella Historia Lausiaca, c. XXVIII. Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarit del colore non  menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio voltolarglisi ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr. TEODORETO, Historia ecclesiastica, l. V, c. 21. Di un demonio che, sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera, narra SAN GREGORIO, Dialog., l. II. c. 4. Sono innumerevoli le leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma ebbe ancora a vederlo S.Tommaso d'Aquino. I diavoli di GIACOMINO DA VERONA, non solo sono neri. ma cento volte pi neri del carbone, De Babilonia civitate infernali, v. 99, ediz. cit.
(174)  Vedi ROSKOFF, Op. cit., vol. I, p. 283.
(175)  Inf., XVIII, 35.
(176)  Inf., XXI, 121.
(177)  Inf., XXII, 106.
(178)  Inf., XXII, 136-41.
(179)  Inf., XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive CESARIO DI HEISTERBACH, Op. cit., dist. V, cap. 5.
(180)  I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per citare un esempio, cos descritti: Erant enim aspectu truces forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie, lurido vultu, squallida barbe, auribus hispidis, fronte torva, trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo, faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis, buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis, cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus raucisonis. (Acta Sanctorum, Apr., t. I, p. 42). Confronta con questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di rame. (Acta Sanctorum, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione degli AA. SS. da me citata  sempre quella di Venezia). A cominciare dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre pi mostruosa, e raccoglie in s, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme pi disparate e pi repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando spesso nella pi pazza caricatura, e preparando le paurose e in un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii nel medio evo, vedi VON BLOMBERG, Studien zur Kunstgeschichte und Aesthetik, P. I: Der Teufel und scine Gesellen in der bildenden Kunst, Berlino, 1867, pp. 25-53; WESSELY, Die Gestalten des Todes und des Teufels in der darstellenden Kunst, Lipsia, 1876, pp. 75-92; TWINING, Symbols of early christian art, Londra, 1860, tav. LXXV-LXXX; WRIGHT, A History of Caricature and Grotesque in Literature and Art, Londra. 1875, cc. III, IV, XVII e passim.
(181)  Inf., XXXIV, 18.
(182)  Inf., XXXIV, 28 sgg.
(183)  Vedi DIDRON. Iconographie chrtienne, Histoire de Dieu (Collection de documents indits de l'histoire de France), Parigi, 1843, pp. 543-6; DIDRON et DURAND. Manuel d'iconographie chrtienne. Parigi, 1845. p. 78; VIOLLET-LE-DUC. Dictionnaire raisonn de l'architetture, Parigi, 1867-68, s. v. Trinit. Non  dunque il caso di ricordarsi con l'OZANAM, Op. cit., p. 108, di Ecate Triforme, e nemmeno  da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste. Al ricordo di Cerbero  dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove (PIPER, Op. cit., vol. I, p. 403). GIOVANNI WIER dice che il demonio Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto (Pseudomonarchia daemonum, Opera, Amsterdam, 1660, p. 650).
(184)  Vedila riprodotta nella citata opera del WRIGHT, p. 56.
(185)  Inf., III, 5-6.
(186)  CARAVITA, I codici e le arti a Montecassino, Montecassino, 1869 sgg., vol. I, pp. 245 sgg.
(187)  DIDRON et DURAND. Op. cit. p. 78. Se la figurazione in discorso era gi familiare alle arti rappresentative, prima che Dante la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante, o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto. Ci si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri. Quanto all'Orcagna non pu esservi dubbio, perch il Lucifero da lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarit di un serpente che il pittore attorcigli al braccio destro del suo demonio, e di cui non  cenno nel poeta. (Cfr. DOBBERT, Orcagna, nella raccolta del DOHME, Kunst und Knstler des Mittelalters und der Neuzeit, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati, dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova, e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di Giotto in Padova sono anteriori alla Divina Commedia. Ad ogni modo nota in proposito G. G. AMPRE: La tradition veut que le Giotto ait exprim dans ces peintures les ides de Dante; elle ajoute mme que le peintre tait venue  Padoue tout exprs pour y voir le pote. Le premier coup d'oeil donn au Jugement dernier peint par le Gioito sur un des murs de l'Arena, montre l'erreur de cette supposition (Voyage dantesque. La Grce, Rome et Dante, tudes littraires, nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla pi plausibile, del resto, mi sembra l'opinione espressa dal JESSEN, Die Darstellung des Weltgerichts bis auf Michelangelo, Berlino, 1883, pp. 44, 49, che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso  senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il tutto conformemente a figurazioni gi ricevute nell'arte. E pure dice lo stesso AMPRE, Op. cit. p. 239, che questo Lucifero  ritratto da quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. RENIER, Op. cit., p. CIX. Vedi pure THODE, Franz con Assisi und die Anfnge der Kunst der Renaissance in Italien, Berlino. 1885, p. 460.
(188)  Decam., gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in bocca a Bruno: "O me!... maestro, che mi domandate voi? egli  troppo gran segreto quello che voi volete sapere, et  cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri il risapesse ...
(189)  Cos not il Fanfani nella edizion del Decameron, da lui procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello scrittor veneziano, e per non posso dire in quale di essi la notizia si trovi. Nel Ritratto delle pi nobili et famose citt d'Italia, l dove si parla di Firenze, non n' cenno.
(190)  Inf., XXXIV, 22-7.
(191)  Op. cit., dist. V. c. 30.
(192)  Op. cit., l. II, c. 57. num, 38.
(193)  Inf., XIII, 124-9.
(194)  Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg.
(195)  Inf., XXV, 22-5.
(196)  Cap. 14, nel IV volume della Divina Commedia, ediz. del De Romanis. Roma. 1817, p. 120. La Visione si trova anche nelle edizioni della Minerva e del Ciardetti.
(197)  Cf. nel vol. I dei Principles of Sociology dello SPENCER l'istruttivo captolo intitolato Animal-worship.
(198)  Purg., XII, 25-6; Parad., XIX, 47.
(199)  Che strupo stia per stupro, con metatesi della r, ammise recentemente anche lo ZINGARELLI, Parole e forme della Divina Commedia aliene dal dialetto fiorentino, nel fasc. 1 degli Studi di filologia romanza del MONACI, Roma. 1884, p. 158.
(200)  Vedi sopra p. 81.
(201)  Parad., IX, 129. Invidia autem diaboli mors introivit in orbem terrarum (Sap. II, 24). Se la invidia prima cui accenna Virgilio (Inf., I, 109), sia questa stessa invidia di Satana,  cosa che lascer giudicare ad altri. Cfr. POLETTO. Dizionario Dantesco, s. v. Diavolo.
(202)  Lettera VII, 1, ediz. Fraticelli.
(203)  Purgat., XI, 20.
(204)  Inf., XXXIV, 108.
(205)  Purgat., XIV, 145-6.
(206)  Purgat., VIII, 95 sgg.
(207)  Parad., XXVII, 26.
(208)  Inf., XXIII, 144.
(209)  Inf., XXIII, 16; Purgat., V, 112.
(210)  Inf., XXII, 42.
(211)  Inf., III, 84 sgg.
(212)  Inf., XXVII, 126.
(213)  Inf., VII, 9.
(214)  Inf., VIII, 23-4.
(215)  Inf., VIII, 83-4.
(216)  Inf., XII 14-5.
(217)  Inf., XXI, 131-2.
(218)  Inf., XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8.
(219)  Inf. XXI, 123.
(220)  Inf., VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno, conformemente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude Dante in altri due luoghi (Inf., IV, 52-63; VII, 38-9).  noto che molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorit non minore dei libri canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei pi diffusi. Vedi WUELKER, Das Evangeliuum Nicodemi in der abendlndischen Literatur, Paderborn, 1872. Una versione italiana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata da CESARE GUASTI, Il Passio o Vangelo di Nicodemo, Bologna. 1862, Sc. di cur. lett., disp. 12.
(221)  Inf., III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.; IX, 52-4; XXXI, 12 sgg.
(222)  Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle parole di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere la resistenza dei demonii che custodiscono la citt di Dite,  necessario scenda un angelo apposta (Inf., IX, 76-103). Anche qui, come sempre, gli angeli sono i naturali avversarii dei diavoli. Nelle Visioni molto spesso gli angeli vengono in soccorso delle anime che compiono il periglioso viaggio.
(223)  Inf., XXI, 100-2.
(224)  Inf., XXIII, 139-41.
(225)  Inf., XXIII, 34-6.
(226)  Ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. V, p. 458. Un caso consimile si ha nella Visione del cavaliere Owen.
(227)  Historia ecclesiastica, l. V. c. 12.
(228)  Cap. 15.
(229)  Inf., XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella Visio Tnugdali, c. 3.
(230)  Inf., XII, 97-102.
(231)  Inf., XVII, 79 sgg.
(232)  Inf., XXXI, 130 sgg.
(233)  S'intende che opinioni pi o meno disformi da queste non mancarono. Vedi S. TOMMASO, Quaestiones disputatae de potentia Dei, quaest. XVI, art 6, 7, 8: Summa theol., P. I. qu. LXXXVI, art. 4 S. BONAVENTURA, Sententiae, l. II, dist, VII, P. 2a, art. I, qu. 3. Secondo ONORIO AUGUSTODUNENSE i demonii conoscono le male cogitazioni degli uomini, non le buone (Scala coeli, c. 12.): in molte storie d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni rivelarono occultissimi pensamenti degli esorcisti, o di altre persone.
(234)  Conv., III, 13.
(235)  Inf., XXVII, 121-3, In un racconto di CESARIO DI HEISTERBACH il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, semper curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, c. 3: questo demonio curiale  ricordato anche nel c. 35 della stessa distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel contrasto suo con la Vergine, narrato da BONVESIN DA RIVA. Se ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere edotto della sofistica, anzi maestro d'essa; ricordisi la storia di quello scolare di Parigi, che morto e andato a perdizione, apparve al maestro con una cappa tutta piena di sofismi indosso, storia narrata dal PASSAVANTI. Specchio della vera penitenza, dist. III, c. 2. E non dimentichiamo che il demonio disputava assai acremente di teologia con Lutero.
(236)  Inf., III, 88-93, 127-9.
(237)  Inf., VIII, 18. In ben pi grossi errori potevano cadere i demonii. GREGORIO MAGNO racconta (Dialog., l. IV. c. 36) di certo uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente inferm e mor. Condotto dinanzi al giudice infernale, ud questo gridare: "Io ordinai di portar gi Stefano ferrajo e non costui". Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore incontanente Stefano ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice infernale, come in Dante.
(238)  De vulg. el. I, 2.
(239)  Veramente Dante sembra aver conceduto pi scienza alle anime dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro: Ciacco (Inf, V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), Reginaldo degli Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni Pucci (XXIV, 142-51), predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, invece, secondo dice lo stesso Farinata (X, 103-4), ignorare le cose prossime o presenti; ma Ciacco sa la pena di altri dannati (VI, 85-7).
(240)  Purgat., V, 109-29. SAN TOMMASO ammette che il diavolo possa, non naturali cursu, ma artificialiter, produrre pioggia e vento (Comment., in Job., c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici erano pi particolarmente soggetti alla potest del demonio: TOMMASO CANTIPRATENSE attribuiva al demonio le illusioni della fata morgana (Op. cit., l. II, c. 57, n. 29).
(241)  Inf., XXIV, 112-4.
(242)  Inf., XXXIII, 124-32.
(243)  Inf., XXXIII, 134-57.
(244)  Commento, al c. cit., v. 130.
(245)  Op. cit., ed. cit., dist. XII, c. 4.
(246)  Op. cit., ed. cit., l. II, c. 57, num. 5.
(247)  Op. cit., ed. cit., c. CXVIII, p. 504.
(248)  Acta SS, Genn., t. II, p. 792.
(249)  Acta SS., Febbr., t. III, p. 132. La credenza dur a lungo anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di Giovanni Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita da A. STOEBER. Zur Geschichte des Volksaberglaubens im Anfange des XVI Jahrhunderts, 2a ediz., Basilea, 1875, p. 68. Nel secolo XVIII tale credenza non era ancora in tutto dileguata.
(250)  SAN BONAVENTURA. Sententiae, l. II, dist. V, art. Il, qu. 1; ALBERTO MAGNO, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25. m. S. TOMMASO, Summa theol., P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito di ci si trova del resto qualche incertezza.
(251)  Purgat.. VIII, 94-108.
(252)  Vedi BAUTZ, Das Fegfeuer, Magonza, 1888, p. 149.
(253)  Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat, sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi RUSCA. De inferno et statu daemonum ante mundi exitium, Milano. 1621, capp. 31-50.
(254)  Inf., VIII, 126.
(255)  Inf., V, 15.
(256)  Inf., VIII, 84-5.
(257)  Apocalyp., XX, 1-3.
(258)  Nella Visio Tnugdali, c. 14, Lucifero, rappresentato gigantesco, come nella Divina Commedia, e con mille braccia,  legato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. (Cfr. una immagine tolta da un manoscritto contenente poesie dell'anglosassone Caedmon nella citata opera del WRIGHT, p. 55). Un Satana legato  pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni secondo i Catari, e nella Pistis Sophia, apocrifo gnostico. Nella Visione di Alberico (c. 9) un vermis infinitae magnitudinis  legato con una catena dinanzi alla entrata dell'Inferno ed  forse reminiscenza di Cerbero. Di solito Lucifero si pone nel fondo dell'abisso (vedi la Visione di un monaco narrata da BEDA. Hist. eccl., l. V, c. 14; la Visione del fanciullo Guillero, riferita da VINCENZO BELLOVACENSE, Spec. hist., l. XXVIII, c. 84, ecc.). Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir dall'Inferno, cfr. BAUTZ. Die Hlle, Magonza, 1882, p. 135.
(259)  Inf., XXXI, 85-90.
(260)  Inf., XXXI, 101.
(261)  Inf., XXIII, 55-7.
(262)  Summa theol., P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. ALBERTO MAGNO. Summa theol., P. Il, tratt. VI, qu. 26, m. l. Una gerarchia diabolica si ha gi nel Libro d'Enoch, anteriore al cristianesimo. Cfr. BAUTZ, Die Hlle, pp. 135-6. Beelzebub  detto principe dei demonii nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, XI, 15.
(263)  Inf., XXXIV, 1, 28.
(264)  Inf., VII, l.
(265)  Inf., XII, 64 sgg.
(266)  Inf., XXI, 76 sgg.
(267)  Inf., VIII, 13 sgg.
(268)  Inf., XXV, 16 sgg.
(269)  Inf., XXXIV, 55 sgg.
(270)  Inf., XXXIV, 28.
(271)  Inf., IX, 43-4. Meschine nel significato fr. meschines, ancelle.
(272)  Luc., XI, 18; Giov., XII, 31.
(273)  Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea, scrisse Amfilochio. vescovo d'Iconio, in ROSWEY (e non ROSWEYD, come si scrive comunemente) Vitae Patrum, Anversa, 1615, p. 156; GIACOMO DA VORAGINE, Legenda aurea, ed. cit., c. LXVIII, p. 310; Acta SS., Maggio, t. VI, p. 405; GUGLIELMO DI MALMESBURY, De gestis regum Anglorum, ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. X, pp. 471-2.
(274)  De Bab. civ. inf., ediz. cit., vv. 25, 65, 125.
(275)  Inf., XXVII, 112-20.
(276)  Purgat., V, 100-8.
(277)  Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non  cenno nel recente libro di L. SELBACH, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhltniss zu hnlichen Dichtungen anderer Litteraturen, Marburgo. 1886, dove di molte altre specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo ZARNCKE, Ueber das althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. b. d. Verhandl. d. k. schs. Gesellsch. d. Wiss. Philol.-hist. Cl., t. XVIII, 1866. pp. 202-13, e il D'ANCONA, Origini del teatro in Italia, Firenze, 1877, vol. II, pp. 29-36: 2a ediz.. Torino, 1891. pp. 552-60.
(278)  Vedi GIOVANNI CASSIANO (m. poco dopo il 432), Collationes patrum, collat. VIII, c. 17.
(279)  BALUZE, Capitularia, t. II, p. 104.
(280)  Epist. 10, in JAFF. Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ., t. III, Berlino. 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere anche pi largo. L'anonimo visionario si ud accusare dai propri peccati, difendere dalle proprie virt, fatti in certo modo persone: un uomo gi da lui percosso e ferito, compare, tuttoch vivo ancora, ad accusarlo. Abbiamo gi l'embrione di un regolare processo. Angeli e demonii formavano due eserciti sempre in guerra tra loro. Una volta, nel deserto, l'abate Isidoro mostr all'abate Mos, dalla parte di Occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito degli angeli, quello pronto ad assaltare i santi uomini, questo a difenderli: RUFINO DI AQUILEJA, De vitis patrum, l. Il, c. 10.
(281)  Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini narrarono pure una specie di contrasto tra Sammaele, l'angelo della morte, e Mos, che non vuol morire, e lo mette in fuga; poi fra l'anima di Mos, la quale non vuole uscire del corpo, e Dio stesso, che  venuto per prenderla. Vedi EISENMENGER, Entdecktes Judenthum, Knigsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61.
(282)  Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, MAURY, Essai sur les lgendes pieuses du moyen-ge, Parigi, 1843, p. 81. Per la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della credenza cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, vedi GRIMM, Op. cit., vol. I, pp. 349; II, 698-9.
(283)  BOUQUET, Recueil des historiens des Gaules, t. II, p. 593.
(284)  Hist. eccl., l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il diavolo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava per ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben grande: di solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. L'idea di questo libro diabolico fu suggerita. probabilmente, per ragion di contrasto, dal libro della vita, di cui  pi d'una volta menzione nelle Scritture.
(285)  Caratteristico a tale proposito  il racconto riferito da LEONE MARSICANO (m. 1115) nella Chronica Montis Casinensis, all'anno 1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede passare con grande ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano, e avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di venirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de' suoi. Gi era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando di comune accordo fu risoluto di pesare con una bilancia le buone e le male azioni del morto, e decidere cos a chi dovesse appartenerne l'anima. Dato mano all'esperimento, traboccava la bilancia in favor dei demonii quand'ecco accorrere anelante San Lorenzo (semiarsus ille Laurentius) e gettar grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II, c. 47, ap. PERTZ, Mon. Germ., Scrip., t. VII. pp. 658-9. Una storia simile si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino. c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero essere registrate e non sono nell'opuscolo, per pi rispetti manchevole, di C. FRITSCHE, Die lateinischen Visionen des Mittelaters bis zur Mitte des 12. Jahrhunderts, Halle, 1885. La ponderazione delle anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte cristiana in dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra tombe, ecc. ecc. Com' noto, la immaginazione antichissima occorre in Egitto, in India, in Persia, in Grecia, fra' maomettani. fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf. MAURY, Recherches sur l'origine des reprsentations figures de la psychostasie, ou psement des mes et sur les croyances qui s'y rattachent, Revue archologique. anno 1844, pte 1a, pp. 235-49, 291-307; Remarques sur la psychostasie, etc, Rev, arch., anno 1845, pte 2a. pp. 707-17: DE WITTE, Scnes de la psychostasie homrique, Rev. arch.. anno 1844, pte 2a,pp. 647-56.
(286)  Acta SS., Genn., t. II, p. 37.
(287)  Acta SS., Marzo, t. III. pp. 570-1. Gi GREGORIO MAGNO, Dial., IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno, verso il cielo questi.
(288)  Vedi per le origini ROSKOFF, Op. cit., vol. I, p. 230.
(289)  Frutti della lingua, cap. 37.
(290)  Purgat., V, 109-29.
(291)  Inf., XXVII, 121-7.
(292)  Inf., III, 121-6.
(293)  Inf., XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono portati via a furia dai diavoli, Vedi CESARIO DI HEISTERBACH, Dial. Mirac., dist. XII, ec. 7. 8. 9, 13; PASSAVANTI. Sp. d. vera penit., dist. II, c. 6; GIACOMO DA VORAGINE, Leg. aurea ed. cit., c. CXIX. p. 516: PIETRO IL VENERABILE, De miraculis l. I, c. 14; FRA FILIPPO D SIENA, Op. cit., passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che le riusc per altro favorevole (Acta SS., Giugno, t. II, p. 1003).
(294)  Inf., III, 111.
(295)  Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe, che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere diavoli trasformati.
(296)  Inf., VI, 18.
(297)  Inf., VII, 25-30.
(298)  Inf., VIII, 58-60.
(299)  Inf., XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.
(300)  L'anima e gi in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo che si avvicendano:

 Staganto en quel tormento, sovra go ven un cogo,
 o  Baab, de li peor del logo,
 Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,
 En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro
 E po prendo aqua e sal e caluen e vin
 E fel e fort aseo, tosago e venin,
 E s ne faso un solso ke tant  bon e fin,
 Ca ognunca Cristian si guarda el Re divin.

 De Bab. civ. inf., ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte nella Visione di Tundalo, le pi spaventose forse e le pi strane che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se  vero ci che San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito spettacolo agli eletti, Dante mostr di avere del gusto dei santi miglior concetto che non i contemporanei suoi.
(301)  Inf., XII, 73-5.
(302)  Inf., XI, 76-90.
(303)  Inf., XIII, 124-9.
(304)  Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.
(305)  Inf., XIII, 101-2.
(306)  Inf., XVIII, 35-6.
(307)  Inf., XXI, 52-7; XXII, 34-6.
(308)  Inf., XXVIII, 37-8.
(309)  Inf., XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori dei dannati, dice S. TOMMASO, Suppl. qu. LXXXIX. art. 4. L'idea di porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o pi prossimi a lui i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Gi un monaco, di cui BEDA narra la Visione (Hist. eccl. l. V. c. 14), vide Satana immerso nel pi profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri che uccisero Cristo.
(310)  Inf., XXXIV, 53-4.
(311)  Parad., XXVII, 22-7.
(312)  Inf., XXI, 137-9.
(313)  Inf., XXII, 97-123.
(314)  Inf., XXII, 133-51.
(315)  Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e capriole da saltimbanco e da buffone (Acta SS., Apr., t. II, p. 151). San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo passare un luogo fangoso, alz la veste. Una volta il diavolo tenta con una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando di poter cos entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo strillare a sua posta (GIACOMO DA VORAGINE, Legenda aurea, ediz. cit.. c. CXXVIII, p. 580). Esempii si fatti si potrebbero moltiplicare all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni fableaux e contes dvots, ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.
(316)  Vedi COLLIER, The history of english dramatic poetry, Londra. 1831, vol. II, p. 262; ROSKOFF, Op. cit., vol. I. pp. 359 sgg.
(317)  Adam, drame anglo-normand du XIIe sicle, pubblicato la prima volta da V. LUZARCHE, T'ours, 1854. pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione, critica, pubblic L. PALUSTRE, Parigi. 1877. Cfr. PETIT DI JULLEVILLE, Les Mystres, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del dramma (ediz., Luzarche. p. 43) dice cos: Tunc veniet diabolus, et tres vel quator diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt, et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt in infernum. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo, possiamo immaginare facilmente.
(318)  Origini del teatro in Italia, vol. II, p. 13; 2a ediz., vol. I. p. 534.
(319)  Cronica, l. VIII, c. 70.
(320)  Questi nomi sono: Malebranche. nome collettivo, Malacoda, Scarmiglione. Alichino, Calcabrina, Cugnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non arzigogolarono i commentatori? Io non imiter il loro esempio; noter solo che Alichino, anzich derivare dal chinar le ali, come piacque ad alcuno, potrebbe essere l'Hellequin dei Francesi, che gi si trova ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense.
(321)  Vedi MONE, Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger fr Kunde der teutschen Vorzeit, annata 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata 1838, coll. 526 sgg.; DU MRIL, Posies populaires latines du moyen-ge, Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; MASSMANN, Der kaiser und der kunige buoch oder die sogenannte Kaiserchronik, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; CREIZENACH, Legenden und Sagen von Pilatus, nei Beitrge zur Geschichte der deutschen Sprache und Literatur, vol. I (1873), p. 89 sgg.; GRAF, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. I, pp. 345 sgg., 370 sgg. Per la bibliografia della leggenda vedi HERZOG, Theologische Realencyclopdie. Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una recensione che, di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima volta, fece F. TORRACA nella Nuova Antologia, serie 3a, vol. XXV (1890: Rassegna della letteratura italiana). Debbo ad essa alcune correzioni.
(322)  L. III, cap. l. GUGLIELMO CAPELLO, nell'inedito suo commento al poema (ms. della Nazionale di Torino N, l, 5, f. 94 v.) nota solo. Scharioto  una villa de Ascoli ove nacque Juda che fu discipulo di Christo e poi il trad. Di questo Scariotto fa pure ricordo il cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi Novelle inedite di GIOVANNI SERCAMBI tratte dal codice trivulziano CXCIII per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. LVII e 218.
(323)  Domus Pilati, palatium Pilati, anche casa di Crescenzio e casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A Nus, in Val d'Aosta, un castello della seconda met del secolo XII si chiama Chteau de Pilate. "On appelle ces ruines le chteau de Pilate, et ce n'est pas sans une rpugnance manifeste que les habitants du pays prononcent le nom de ce Romain, dtestable complice de la mort de Notre-Seigneur". Cos in un suo libro intitolato La Valle d'Aoste, Parigi, 1860, pp. 163-4, EDOARDO AUBERT, il quale ricorda pure una tradizione, secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato per la Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico. Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre. L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente che, secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia, Giuda e Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa nascere anche in Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friulana indica quale patria di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi nelle Pagine Friulane, anno III (1890), num. 4, una nota intitolata Le leggende intorno a Pilato.
(324)  Io sorpasso a tutto ci molto rapidamente, e senza entrare in disamine e in discussioni che sarebbero, per s, opportune e necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli scritti circa la leggenda citati pi sopra.
(325)  Evangelia apocrypha, Lipsia, 1853, pp. 432-5.
(326)  Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes in aquis movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines in aere terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili tenerentur. Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes, derisionis causa ipsum in Viennam deportaverunt et Rhodani fluvio immerserunt: Vienna enim dicitur quasi via Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. Sed ibi nequam spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines ergo illi tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud maledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam diabolicae machinationes ebullire dicuntur.
(327)  Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta, rec. Th. Graesse, Dresda e Lipsia, 1856, cap. LIII, p. 235.
(328)  Ap. PERTZ, Monumenta Germaniae, Scriptores, t. XXII. p. 71.
(329)  Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il corpo di Pilato in una palude del monte Toritonio. DU MRIL Op. cit., p. 356, n. 7.
(330)  In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca Regia di Monaco, in fine alla storia apocrifa di Pilato si legge: "puteus autem hic vicinus est monti qui vocatur septimus mons, vel quod montibus aliis circumseptus, vel septimus mons tanquam de septem montibus eminentioribus unus". Forse di qui ebbe Corrado a Mure la suggestione a porre la tomba di Pilato sul Septimerpass. Vedi HERSCHEL, Zur Pilatussage, Anzeiger f. Kunde d. deutschen Vorz., neue Folge, vol. XI (1864), col 364.
(331)  In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose Giovanni Rothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu prima gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi gettato in uno stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre miglia da Costanza, presso il Reno, nel territorio del duca d'Austria. Vedi lo scritto test citato del Herschel (coll. 366-9), il quale afferma, senza nessuna ragione, che il monte di cui qui si discorre  quello presso Lucerna, e che il Rothe accenn a Costanza solo perch non conosceva bene i luoghi. Certo la leggenda si leg a pi e diversi luoghi e monti. Il prof. Carlo Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda del Canton Ticino, l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto suscitator di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locarno.
(332)  Ap. TISCHENDORF, Op. Cit., p. 462.
(333)  Roma nella memoria, ecc., vol. I, pp. 346, 381. Nota il Torraca, nello scritto citato, che l'antica Ameria  oggi Amelia, dove un palazzo  tuttavia detto dal popolo palazzo di Pilato.
(334)  MASSMANN, Op. cit., vol. III, pp. 605-6. In una delle redazioni della Vengeance de Vespasien, si dice che Pilato fu inghiottito in Roma da una voragine che gli si apr sotto ai piedi. Ms. L, II, 14 della Nazionale di Torino, f. 102 r.
(335)  De montibus, sylvis, fontibus, etc. Dopo il Boccaccio il lago Scaffajolo fu ricordato da molti: v. DE STEFANI. I laghi dell'Apennino settentrionale. Bollettino del Club Alpino italiano, anno 1883. pp. 100-2. Per altri laghi simili vedi SIMONE MAJOLO. Dies caniculares, Roma, 1597, p. 580: ATANASIO KIRCHER. Mundus subterraneus, Amsterdam, 1678, l. V, cap. 6; GIAN GIACOMO SCHEUCHZER, Itinera per Helvetiae alpinas regiones, Lugduni Batavorum, 1723, pp. 92-3; ANTONIO MATANI. Delle produzioni naturali del territorio pistojese, Pistoja, 1762, p. 99: GRIMM, Deutsche Mythologie, 4a ediz., Berlino. 1875-78, vol. I, p. 496; LIEBRECHT, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, Hannover, 1856, pp. 146-9.
(336)  Vedi REUMONT, II Monte di Venere in Italia, nei Saggi di storia e letteratura, Firenze, 1882, pp. 378-94.
(337)  L. XIV, c. 30.
(338)  Nella stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto errore Noricam. Non  improbabile che il Bersuire abbia scritto Norciam, in luogo di Nursiam, agevolando cos lo scambio.
(339)  "Exemplum terribile esse circa Nursiam Italiae civitatem audivi pro vero et pro centies experto narrari a quodam praelato summe inter alios fide digno. Dicebat enim inter monte isti civitati proximos esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter inhabitatum, ad quem nullus hodie praeter necromanticos potest accedere, quin a daemonibus rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti sunt muri qui a custodibus servantur, ne necromantici pro libris suis consecrandis daemonibus illuc accedere permittantur. Est ergo istud ibi summe terribile, quia civitas illa omni anno unum hominem vivum pro tributo infra ambitum murorum iuxta lacum ad daemones mittit, qui statim visibiliter illum hominem lacerant et consumunt, quod (ut ajunt) nisi civitas faceret, patria tempestatibus deperiret. Civitas ergo annuatim aliquem sceleratum eligit, et pro tributo illuc daemonibus mittit. Istud autem quia alicubi non legi, nullatenus crederem, nisi a tanto episcopo firmiter asseri audivissem".
(340)  Decis. III. LXXVI nella citata edizione del Liebrecht, dov' pure da vedere la nota a pp. 137-40.
(341)  Vedi tutto il libro V.
(342)  RUNGE. Pilatus und St. Dominik. Zurigo. 1859, estratto dal vol. XII delle Mittheilungen der antiquarischen Gesellschaft in Zrich, p, 6.
(343)  "Et certum est, quod quandocumque aliquis homo aliquid quantumcumque parvum mittit in paludem, tunc incontinenti fiunt tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt homines custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne aliquis advena ascendat."
(344)  "Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mons in quo est lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum, illuc corpus eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo deportatum. Ad hunc locum veniunt homines diabolici de propinquis et remotis partibus, et faciunt ibi aras cum tribus circulis, et ponentes se cum oblatione in tertio circulo, vocant demonem nomine quem volunt, legendo librum consecrandum a dyabulo. Qui veniens cum magno strepita et clamore dicit: Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties te invocavero, et pro labore tuo dabo animam meam. Et sic firmato pacto accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam characteres, et deinceps legendo librum dyabolus promptus est ad omnia mala faciendum. Ecce qualiter captivantur illi miseri et dampnati homines. Semel accidit quod quidam. dum vellet modo predicto consecrare librum, stans in circulo ibi ordinato, vocavit quendam demonem, cui datum responsum ibi non adesse, sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos perire faciat gladio de exulibus simul et civibus qui tenent statum, hoc peracto revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille de tali responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante rei veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc manebat sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum pervenisset, exposuit per ordinem omnia gesta, et invenit quod nocte precedenti de exulibus xxx fuerunt suspensi in platea, et de interfectis gladio ex utraque parte strages magna fuit in civitate. Hoc quidem comperto, statuit firmiter superdictus vir... dimittere artem magicam et incantationum, considerans magnam esse artem in dyabulo ad animus capiendas atque perdendas. Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam fratri nostro officio predicatori." - Debbo comunicazione di questo testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse da un manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra Bernardino, e conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella Comunale di Foligno.
(345)  KERVYN DE LETTENHOVE, La dernire Sibylle, nei Bulletins de l'Acadmie royale de Belgique, Lettres, anno 1862, pp. 64-74. citato dal REUMONT, che riporta in succinto il racconto, Op. cit., pp. 387-9.
(346)  Die Pilgerfahrt des Ritters ARNOLD VON HARFF, herausgegeben von Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8. e REUMONT, Op. cit., pp. 390-2.
(347)  Terzadecima Regione. Marca Anconitana. Cito dall'ed di Venezia, 1596, f. 273 r. e v.
(348)  Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi QUETIF ed ECHARD, Scriptores ordinis praedicatorum. t. I, pp. 876-7. L'Alberti attinge sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. BENVENUTO CELLINI racconta nella Vita, l. I, LXV. che un prete siciliano, necromante, con cui ebbe una strana e ridicola ventura nel Colosseo, gli disse che il luogo pi a proposito per la consacrazione dei libri magici era nelle montagne di Norcia. Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne esperimento, prima avesse finite certe medaglie per il papa, intorno alle quali lavorava; ma poi segu caso che lo svolse da quel pensiero. Nemmen egli fa cenno di Pilato.
(349)  "In Piceno ad latus Montis Victoria, quo in Orientem spectat, lacus invenitur fama nobilitatus: Nursinum dicunt. In eo cacodaemones innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam aquae perpetuis motibus salire, et vicissim subsidere cernuntur, equidem non sine ingenti illorum admiratione, qui caussam ignorant." Cosmographia generalis, Amsterdam, 1621, p. 579. Il Merula non  fra gli scrittori citati dal Reumont, che parlarono dell'antro della Sibilla presso Norcia, Reco qui le sue parole, quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano poco da quelle che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. "Est et alius Sibyliae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae Gallicanae, in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi sermo est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam patere aditum; quae regnum intus luculentum atque spaciosum possideat, magnificis aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae gentes versentur, oblectationibus veneriis inter choros puellarum lascivientium, et per ea iucundissima tecta et amoenissimos hortos diffluentes; id vero interdium tantum accidere, noctu enim viros mulieresque pariter atque una Sibyllam ipsam in terribiles mutari dracones, simulque cum teterrimis illis belluis primum opere venerio congredi iis necesse esse, qui intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, ex numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc porro auram inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri, ut felicissimo deinceps toto vitae cursu utantur" ... Qualche altro scrittore che fa menzione dell'antro della Sibilla ricorda il Torraca nello scritto citato.
(350)  Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate de' pi nobili autori del nostro secolo, Venezia, 1686, pp. 67-72.
(351)  Vol. IV. art. 5; vol. XCVII, art. 17. Non ne  cenno neanche nel raro e curioso libro di H. KORNMANN, De Monte Veneris, d. i. die wunderbare una eigentliche Beschreibung der alten heidnischen und neuen Scribenten Meynung von der Gttin Venus, ihrem Ursprunge, Verehrung und kniglichen Wohnung mit deren Gesellschaft, wie auch von der Wasser-, Erde-, Luft- und Feuer- Menschen, Francoforte, 1614.
(352)  Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del Purgatorio, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio corpo. "Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen, bei Arquata im Grnzegebirge gegen Norcia liegt ein belberchtigter See, bei dem der Volksglaube den Eingang zur Hlle zeigt". Dante Alighieri's Gttliche Kmodie, Berlino, 1865, p. 593. Da una lettera, con cui il prof. Vincenzo Ghinassi del R. Liceo di Spoleto gentilmente rispondeva ad alcune mie domande, rilevo che un picciolo stagno presso Norcia serba ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo s' perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, a dir vero. "Quando accadde in Giudea" cos il prof. Ghinassi, "il grande avvenimento della crocifissione di Cristo, i montanari che passavano per quel luogo vedevano deserta la grotta della Sibilla, l'acqua del lago rosseggiante come per sangue, ed inoltre intorno al laghetto, da allora in poi, germogli una pianticella, le cui foglie hanno sembianza di due mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del volgo vede raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme e perforate dai chiodi, argomentando ci da un segno che si scorge nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno delle acque del lago e della circostante vegetazione, avendo impressionato l'animo degli abitanti della montagna questi battezzarono il detto lago col nome di Pilato, che fece eseguire la sentenza di morte contro il Nazareno. Ecco quanto confusamente, ed in varii modi, si narra per le montagne di Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i vecchi montanari affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme stranissime notare nelle acque del famoso laghetto". Questi pesci pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. Cos le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scolorando, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle pi recondite vallate, loro ultimo asilo.
(353)  Boccaccio's Leben und Werke, Lipsia, 1880, p. 371.
(354)  Lezioni di letteratura italiana, 9a ed., 1888, v. I, p. 167.
(355)  "Dante chiude un mondo: il Boccaccio ne apre un altro." Storia della letteratura italiana, 3a ed., 1879, v. 1, p. 302.
(356)  Giovanni Boccaccio, sein Leben und Beine Werke, Stoccarda, 1877, p. 303.
(357)  Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni Boccaccio, Trieste, 1877, pp. 60-1; Studi sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, 1879, p. 254.
(358)  De genealogia Deorum, l. I. c. 31; De casibus virorum illustrium. l. II, c. 7.
(359)  Comento sopra la Commedia di Dante, ed. Milanesi, Firenze, 1863, v. II, p. 19.
(360)  De gen., l. I, c. 10; l. III, c. 22; l. IX, c. 4; Com. v. I, p. 480 sgg.
(361)  Com., v. II, p. 56.
(362)  Com., v. II, p. 166.
(363)  Com., v. I, p. 216, 121.
(364)  Com., v. I, p. 278.
(365)  De gen., l. Il, c. 52.
(366)  Com., v. II, p. 185.
(367)  De cas., l. VIII, c. 19.
(368)  V. specialmente Com., v. II, p. 69.
(369)  Purgat., c. XVI; Parad., c. XXII.
(370)  C. GEIGER, Petrarka, Lipsia, 1874, pp. 87-91; VOIGT, Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, 2a ed., Berlino, 1880-81, v. I, pp. 73-4.
(371)  Vedi BURCKARDT, Die Cultur der Renaissance in Italien, 3a ed., Lipsia. 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di F. GABOTTO, L'astrologia nel Quattrocento, nella Rivista di filosofia scientifica, anno VIII (1889).
(372)  Le lettere edite ed inedite di Giovanni Boccacci tradotte e commentate da F. CORAZZINI, Firenze. 1877, p. 281.
(373)  Op. cit., v. I, p. 287.
(374)  Se ne pu vedere un saggio nella Cronica di Matteo Villani, l. I, c. III, in fine. In molti luoghi fu data colpa del contagio agli Ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solito l'ignoranza e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. HECKER, Die grossen Volkskrankheiten des Mittelalters, Berlino. 1865, p. 57 sgg.
(375)  Vol. II, p. 19.
(376)  Historia Neminis, mitgetheilt von W. WATTENBACH, Anzeiger fr Kunde der deutschen Vorzeit, 1866, col. 381 sgg.
(377)  La novella di Ser Ciappelletto  storica probabilmente; narra cio un fatto realmente avvenuto, o che si credette avvenuto. Fonti non se ne conoscono: per qualche riscontro vedi LANDAU, Die Quellen des Dekameron, 2a ediz., Stoccarda, 1884, p. 250. L'esistenza del buon notajo fu provata da CESARE PAOLI, Documenti di Ser Ciappelletto, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. V (1885), pp. 329 sgg. Cf. MANNI. Istoria del Decamerone, Firenze, 1742, p. 147.
(378)  Pi di un santo ebbe a moltiplicarsi, in tutto o in parte, per far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei preziosi avanzi. San Giorgio e San Pancrazio ebbero trenta corpi ciascuno; Santa Giuliana giunse ad averne venti, con ventisei teste. San Gerolamo ebbe due soli corpi, con quattro teste, ma raccolse in compenso sessantatr dita, ecc., ecc., ecc. Un gesuita savojardo, per nome Giovanni Ferrand, in un suo libraccione sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio pu bene avere moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione della propria potenza e a maggiore edificazion dei credenti. Vedi LALANNE, Curiosits des traditions, des moeurs et des lgendes, Parigi, 1847, pp. 117 sgg.
(379)  Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla a pi riprese SALIMBENE nella sua Chronica, Parma, 1857, pp. 38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha non poca somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di Borbone parla di un ladro venerato per santo, e di un santo il quale fu, in origine, un cane (Anedoctes historiques, lgendes et apologues tirs du recueil indit d'ETIENNE DE BOURBON dominicain du XIIIe sicle, publis par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, pp. 328, 325). Intorno a certe particolarit della credenza religiosa e del culto vedi alcune belle considerazioni di M. GUYAU, L'irrligion de l'avenir, Parigi, 1887, pp. 90 sgg.
(380)  Dialogus miraculorum, ediz. Strange, 1851, dist. X, c. 67.
(381)  Vedi in questo volume lo scritto intitolato La leggenda di un filosofo.
(382)  Firenze, 1818, vol. II, pp. 146 sgg.
(383)   la VI delle sue Lezioni accademiche, Modena, 1839-40, vol. II. Agli autori rammentati in proposito dal Galvani, e a quelli che registra lo CHEVALIER. Rpertoire des sources historiques du moyen-ge, coll. 1316-7, si possono aggiungere i seguenti: LECOINTRE-DUPONT. Mmoires de la Socit des Antiquaires de l'Ouest, t. V (1835); DU MRIL, Histoire de la posie scandinave, Parigi, 1839, p. 345, n. 2; FOGLIETTI. San Giuliano l'Ospitatore, cenni storici, Firenze, 1879. (Vedi anche il Giornale storico della letteratura italiana, vol. VI (1885), p. 419). Circa la persona di San Giuliano mosse ragionevolmente alcuni dubbii lo ZAMBRINI nel Propugnatore, t. V, P. 1a, pp. 169-70. Fra le Istorie e Leggende registrate dallo stesso ZAMBRINI, Opere volgari, ecc., 4a ed. con Appendice, Bologna, 1884, coll. 568, 581, 761, non trovo un poemetto di 32 ottave intitolato: La devotissima e bella istoria di San Giuliano dove s'intende che per inganno del demonio uccise il padre e la madre, Lucca, per Domenico Ciuffetti, 1702. Non lo registra nemmeno il PASSANO ne' suoi Novellieri in verso (Bologna, 1868), e non so se si tratti di cosa antica o moderna.

(384)  PICO LURI DI VASSANO (Ludovico Passarini) nei suoi Modi di dire proverbiali ecc., Roma, 1875, pp. 564-5, cita solamente la novella del Boccaccio, un luogo dell'Orlando innamorato del Berni (c. XXVIII, st. 8), il noto Paternostro e la nota Orazione. Altre indicazioni si possono vedere nei Vocabolarii, sotto Paternostro.
(385)  Cap. VII.
(386)  Nov. 33.
(387)  Giorn. III, nov. l.
(388)  Atto III, sc. 3.
(389)  Atto V, sc. 16.
(390)  Le pistole volgari, Venezia, 1542, f. 157 r.
(391)  La novella 52 di Giovanni Sercambi  la novella stessa del Boccaccio, mutati i nomi e alcune particolarit. Vedi Novelle inedite di GIOVANNI SERCAMBI tratte dal Codice Trivulziano CXCIII per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. 186-90.
(392)  Leu moustiers de Paris, in BARBAZAN-MON, Fabliaux et contes, Parigi, 1808, vol. II. p. 288.
(393)  Fabliaux ou contes du XIIe et du XIIIe siecle, Parigi. 1779-81, vol. III. p. 108. Questi versi, con altri due che precedono, furono riportati anche nel III volume della Chronique des ducs de Normandie di BENOT (Parigi, 1838-44), p. 819.
(394)  DE MONTAIGLON et RAYNAUD, Recueil gnral et complet des fabliaux des XIIIe et XIVe sicles, t. V, Parigi, 1883, p. 57.
(395)  Oeuvres compltes, pubblicazione della Socit des anciens text franais, vol. II, Parigi, 1880, p. 72.
(396)  Ibid., p. 313. Non so se nelle chansons de geste si trovino esempii che possano esser messi accosto a quelli recati di sopra. J. ALTONA, Gebete und Anrufungen in den altfranzsischen Chanson de geste, Marburgo. 1833, p. 9; R. SCHRDER, Glaube und Aberglaube in den altfranzsischen Dichtungen, Erlangen, 1886, pp. 51-2, recano parecchi luoghi di poemi, dove  menzione di San Giuliano, ma nessuno che contenga allusioni a cose d'amore.
(397)  Vedi vol. I, pp. 286 sgg.
(398)  Vedine, per la Francia, le prove in MRAY, La vie au temps des trouevres, Parigi-Lione, 1873, pp. 76-80, e per i paesi germanici in WEINHOLD, Die deutschen Frauen in dem Mittelalter, vol. II, Vienna, 1882, pp. 199-200.
(399)  Canzone: Tart mi veiran mei amic en Tolzan. Vedi PEIRE VIDAL'S Lieder, ed. Bartsch, Berlino, 1857, p. 69.
(400)  Canzone: Bon'aventura don deus als Pizas, ed. cit.. p. 76.
(401)   la canzone che comincia: L'autre jorn m'en pogei el cel. La ripubblicarono ultimamente E. PHILIPPSON, Der Mnch von Montaudon, Halle a. S., 1873, pp. 41-3, e O. KLEIN, Die Dichtungen des Mnchs von Montaudon, Marburgo. 1885. pp. 39-41. Il Galvani ne diede la traduzione nel citato suo scritto.
(402)  Canzone: Ben vuelh, que sapchon li plusor: W. HOLLAND e A. KELLER, Die Lieder Guillems IX, 2a ed., Tubinga, 1850, p. 8.
(403)  Pubblicato da F. H. VON DEN HAGEN, Gesammtabenteuer, Stoccarda e Tubinga, 1850, t. II, pp. 315-31.
(404)  Di questo fabliau ci sono due redazioni diverse, e il verso citato si legge solamente in una. Vedi DE MONTAIGLON et RAYNAUD, Recueil ecc.. t. V, pp. 94, 325.
(405)  Istoria del Decamerone, Firenze, 1742, pp. 197-9.
(406)  Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del Decamerone, in Propugnatore, anno XVI. p. 50.
(407)  Vedile notate dal LANDAU, Beitrge sur Geschichte der italienischen Novelle, Vienna, 1875, pp. 29-30. Cfr. GORRA, Studi di storia letteraria, Bologna, 1892, Il Pecorone.
(408)  Ed. dei Classici italiani, vol. I, p. 255.
(409)  Il DOELLINGER non ne parla nel suo libro Die Papst-Fabeln des Mittelalters, Monaco, 1863; seconda edizione, accresciuta di note da J. Friedrich, Stoccarda, 1890.
(410)  TOSTI, Storia di Bonifacio VIII e de' tuoi tempi, vol. I, pp. 231 sgg.: GREGOROVIUS, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, vol. V. p. 515. Non  esatto il DRUMANN quando, non conoscendo la fonte di cui si dir pi oltre, afferma la storiella essere gi narrata da contemporanei, Geschichte des Bonifacius des Achten, Knigsberg, 1852. parte I, p. 11.
(411)  Lo ripubblic il TOSTI. Op. cit., vol. I. Documento (P), pp. 275-8.
(412)  Nella famosa invettiva che comincia;
 O papa Bonifatio.
 Molto hai jucato al mondo.
(413)  Vedi SELMI. Chiose anonimi alla prima Cantiva della Divina Commedia, Torino, 1865, p. 107.
(414)  Quellen und Forschungen zur ltesten Geschiehte der Stadt Florenz, parte II. Halle, 1880, pp. 221 sgg.
(415)  Ibid., p. 217.
(416)  Ibid., p. 235.
(417)  Cos l'Hartwig: l. che llo.
(418)  D'incanto?
(419)  Acta Sanctorum, t. IV di maggio (1685), p. 523.
(420)  Historia, l. II. ap. MURATORI, Scriptores, t. IX. col. 966; "Ferunt etiam et hunc virum dolusum (sc. Bonifacium) quatenus ad hoc illum (sc. Coelestinum) flagrantins incitaret, dum somno excitatus noctu Deum contenplaretur, per foramen, quod arte fabricaverat, voce tenui saepe dixisse etc." FRANCESCO PIPINO, contemporaneo di Ferreto, non parla (Chronicon, ap. Muratori, t. cit., col. 735) se non di persuasioni fraudolente usate da alcuni cardinali e in ispecie da Benedetto.
(421)  Ap. BHMER. Fontes rerum germanicarum, t. I, p. 334. "Celestinus... resignavit per hunc modum: dum enim quiesceret vox ad eum facta est per tubam, quasi esset angelus domini, per tres vices, ut quantocitius propter mundiales occupationes contemplationi insisteret, curam deponeret. Quo facto Bonifacius octavus succedit eodem anno in vigilia nativitatis domini electus, qui hanc fraudolentiam dicitur procurasse".
(422)  Chronicon, ap. URSTISIUS, Germaniae historicorum p. altera, p. 111: "Hic est Bonifacius, de quo dicitur, quod Caelestino praedecessori suo, viro utique sancto, de quo Curia doluit se in lucris non proficere, per longam cannam loquebatur ad lectum Caelestine cede, Caelestine cede".
(423)  Chronographia, Parigi, 1585, l. IV, p. 659: "Per cannam deceptus est (sc. Coelestinum) voce tanquam coelitus missa insonantem, ut deseret Pontificatum et Bonifacium institueret".
(424)  Chiose anonime, ecc., pp. 18-9. Il Selmi le stim scritte mentre il poeta era ancora in vita; ma vedi, a questo proposito, ROCCA, Di alcuni commenti della Divina Commedia composti nei primi vent'anni dopo la morte di Dante. Firenze, 1891, pp. 108 sgg.
(425)  "E ingegnonno certi cannoni, li quali rispondeano nella sua camera, e per quelli li parlavano di notte, dicendo com'elli erano angeli da Dio messi; e che nel conspetto di Dio era ch'elli non era sufficiente a tanto offizio, e per ch'elli dovesse rifiutare". Jacopo riferisce il dantesco trre a inganno notato di sopra, cos alla simonia come alla frode usata a Celestino.
(426)  "..... alcuni voglion dire che esso us con alcuni suoi segreti servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del predetto papa" ecc.
(427)  "Et oltre a questo ordin un buco, che veniva sopra lo letto del papa, avendosi fatto dare una camera a lato a quella del papa, abitando di d e di notte con lui, perch il papa sopradetto si fidava molto di lui, et a certe ore della notte metteva uno cannone per questo buco e diceva al papa ch'elli era l'agnolo mandato da Dio, e comandavali" ecc.
(428)  Dice ancora alcuno che messer Benedetto Gaetani, essendo papa Cilestrino ancora nella sedia apostolica, per farlo rinunziare, veggendo ch'egli n'avea voglia, misse alcuno fanciullo di notte segretamente nella camera sua, dicendogli la notte ch'egli rinunziasse al papato, et simili inganni facendogli: ma come che le favole si dicano, la verit fu che per consiglio di Papa Bonifazio et per sua arte et inganno et sagacit papa Cilestrino rinunzi il papato".
(429)  De vita solitaria, II, 18.
(430)  Islendzk Aeventyri. Islndische Legenden Novellen und Mrchen herausgegeben von HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, vol. I, pp. 77-80; vol. II. pp. 65-6.
(431)  Vedi intorno a questi racconti BENFEY. Pantschatantra, vol. I,  56, pp. 159-63; G. PARIS, Le rcit Roma dans les Sept Sages, Romania, vol. IV. pp. 125 sgg. A questo gruppo appartengono, un racconto di CESARIO DI HEISTERBACH (Dialog. mirac., dist. II. cap. 24), la novella 2a, giorn. IV del Decamerone, la 69a del MORLINI. la 2a di MASUCCIO SALERNITANO e altre.
(432)  Inf., XX, 115-7.
(433)  Scrive ADOLFO BARTOLI nel VI volume della sua Storia della letteratura italiana, parte 2a, p. 78: "Non molto ci interessano gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci che Dante non prestava fede all'arte magica". In tale giudizio non posso accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore dell'opere tutte dell'Alighieri. Da pi luoghi del poema, e in particolar modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell'Inferno, vv. 22-7, si ricava, parmi, con sicurezza, che Dante non dissentiva, per questo capo, dalla comune credenza de' tempi suoi, credenza che Tommaso d'Aquino aveva, con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. Dante vide nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa alleanza dell'uomo con le potenze infernali; e se pot credere, con altri assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni e frodi del diabolico ingegno, non per credette quell'arte un'arte vana, come oggi s'intende. Gi LATTANZIO aveva detto, parlando dei demonii: "Eorum inventa sunt astrologia, et aruspicina, et auguratio, et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia, et ars magica". (De origine erroris, l. II, cap. 16). Non altrimenti la pens Dante; e s'egli disvilupp Virgilio dalla leggenda magica che gli s'era stretta d'attorno, penso il facesse, non tanto perch tal leggenda gli paresse assurda in s stessa, quanto perch gli premeva purgare da un'accusa gravissima il nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto recente di F. D'OVIDIO, Dante e la magia, nella Nuova Antologia del 16 settembre 1892.
(434)  I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma Scotus, e il DEMPSTER espressamente avverte (Historia ecclesiastica gentis Scotorum, Bologna. 1627, p. 494): "cognomentum etiam Scoti non est familiae sed nationis". Vedi in contrario WUESTENFELD, Die Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische seit dem XI. Jahrhundert, estr. dalle Abhandlungen der kniglichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Gttingen, vol XXII, 1877, p. 99. Gualtiero Scott (v. citazione pi sotto) scrisse Michael Scott.
(435)  E dice l'autore poetando che ne' fianchi  poco, quasi a dire: elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo abito fanno strette vestimenta". Commedia di DANTE DEGLI ALLAGHERII col commento di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese, Milano (1865), p. 93.
(436)  Cos pure il BOCCACCIO (Decam., giorn. VIII, nov. 9a): "...ebbe nome Michele Scotto, perci che di Scozia era". Il Landino, avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese, soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e chi torto: "Ma tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, et gran mago".
(437)  Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia di un contemporaneo del poeta, pubblicate da Francesco Selmi, Torino, 1865, p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo  da collegare, senza dubbio, con una delle interpretazioni di quelle parole del poeta: che ne' fianchi  cos poco, allusive, secondo alcuni, a certa foggia di vestire: "abiti corti e strettisimi usati da Scozzesi, Inglesi e Fiamminghi", dice il Daniello. Altri vuole che quelle parole alludano a forma naturale della persona, o a magrezza prodotta da soverchio studio: dubbio grande, che lasceremo volentieri insoluto.
(438)  Vedi: BALAEUS, Illustrium Majoris Britanniae scriptorum, hoc est Angliae, Cambriae et Scotiae summarium, s. l., 1548, f. 120 r.; PITS, De rebus anglicis, Parigi, 1619, t. I, p. 374; DEMPSTER, Op. cit., l. cit.; LELAND. Commentarii de scriptoribus britannicis, Oxford, 1709, vol. I, p. 254: TANNER. Bibliotheca Britannico-Hibernica. Londra, 1748, p. 525; HUILLARD-BRHOLLES, Historia diplomatica Friderici secundi. Parigi, 1859-61 .t I. pe 1a, Introduzione, p. DXXII; Nouvelle biographie gnrale (1861); WUESTENFELD, Op. cit., l. cit.; HAURAU, Histoire de la philosophie scolastique, Parigi, 1872-80. pe 2a, vol. I, p. 124: Encyclopaedia britannica, s. Scot.
(439)  Biblioteca Napoletana, Napoli, 1678, p. 216. PIER LUIGI CASTELLOMATA avrebbe espresso quella opinione in un suo libro intitolato Amor della patria, libro che a me non venne fatto d ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il NICODEMO, nelle Addizioni alla Biblioteca del TOPPI, Napoli, 1683. p. 174, rimise le cose a posto, dicendo che lo Scotto, da alcuni era stimato scozzese, da altri inglese.
(440)  Il BOCCACCIO, Decam., nov. cit., fa dire a Bruno che Michele fu in un tempo in Firenze, e vi lasci due suoi discepoli; Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono ch'egli fu in Bologna.
(441)  Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche pi tardi; ma vedi in contrario BUDINSZKY. Die Universitt Paris und die Fremden an derselben im Mittelalter, Berlino, 1876, p, 96. Il Pits dice a dirittura: "Claruit anno post incarnatum Dei Verbum 1290, dum Anglicani Regni solio sedebat Edwardus Primus"; e altri soggiungono che Michele fu in molta grazia presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286, una missione importante. Ma poich l'anno della nascita di poco pu essere spostato, recando una delle traduzioni di Michele la data del 1217. si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo un secolo, o pi, sieno poco probabili. L'errore nacque, senza dubbio, da eguaglianza di nomi. RUGGERO BACONE, Opus majus, parte 2a, cap. 8, si scost meno dal vero dicendo Michele apparso annis Domini 1230 transactis.
(442)  Vedi intorno al sapere di Michele Scotto, e al luogo che gli spetta nella storia della filosofia, STCKL, Geschichte der Philosophie des Mittelalters. Magonza. 1864-6, t. II, parte 1a, p. 346: REUTER, Geschichte der religisen Aufklrung im Mittelalter, Berlino. 1875-7, vol. II, pp. 271-2; ma soprattutto HAURAU:, Op. cit., l. cit.
(443)  Physonomia. La qual compil MAESTRO MICHAEL SCOTTO a preghi de Federico Romano Imperatore, huomo de gran scientia. Et  cosa molto notabile e da tener secreta. ecc. Vinegia, Bindoni e Pasini, 1537. Di questo libro ebbe a ricordarsi l'ARETINO, quando, per burlarsi della scienza ond'esso s'intitola, fece dire a messer Biondello medico, nella scena 4a dell'atto III dell'Ipocrito: " studio molto dilettevole e pulcro quel de la fisonomia, e per ho fatto uno opuscolo de cognizione hominum per aspectum secondo Aristotile, Scoto, Cocle, Indagine e la eccellenza di me filosofo moderno, perocch frons magna et cuperata est inditium potatoris, nasus aquilinus testis est majestatis imperatoriae, et facies rugosa testimonium senectutis".
(444)  Fare un elenco esatto, sia delle traduzioni, sia delle opere originali di Michele Scotto non  possibile. Vedi oltre agli autori gi citati, che parlano del filosofo, JOURDAIN, Recherches sur l'ge et l'origine des traductions latines d'Aristote, nuova edizione, Parigi, 1843; HARTWIG, Uebersetzungsliteratur Unteritaliens, 1886, p. 21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche dell'Hain, del Brunet et del Grsse. Qui ricorder ancora sotto il nome di Michele va un Libro della Sfera, in ottava rima, s. l. n a., che io non potei vedere, ma che probabilmente fu desunto dalla versione del trattato di Alpetrongi.
(445)  Vedi l'Appendice, num. 2.
(446)  HUILLARD-BRHOLLES, Op. cit . t. cit. p. DXXIV.
(447)  Chronica, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3.
(448)  In astrologiam. l. XII, c. 7.

(449)  Acta Santorum, t. II di maggio, p. 405.
(450)  COMPARETTI, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, vol. II pp. 96-7.
(451)  Novellino, nov. XXI del testo gualteruzziano.
(452)  D'ANCONA, Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Cl. di sc. mor., stor. e filol. t. V, 1 sem., fase. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anzich a Federico lI,  riferito a Federico Barbarossa. Questo Riccardo miracoloso non fu il solo della sua specie. Da pi cronisti  ricordato certo Giovanni, detto, non senza ragione, de Temporibus, il quale, essendo stato a' servigi di Carlo Magno, mor circa il mezzo del secolo XII, in et di pi che 350 anni. Lo stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche leggenda consimile. Nella Chanson de Roland dice re Marsilio a Ganellone (vv. 537-9, testo di T. Mller):
 Mult me puis marveiller
 De Carlemagne qui est canuz et vielz,
 Mien escientre, dous cenz ans ad e mielz.

 Qui pu essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo pi scrittori del medio evo, visse 1025 anni, e fu tutt'uno con Apollonio Tianeo.  
(453)  Fioretto di croniche degli Imperadori, Lucca, 1858, p. 30.
(454)  L. cit.
(455)  ANONIMO FIORENTINO, Commento alla Divina Commedia stampato a cura di Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, vol. I, p. 452. V l'Appendice, num. 9. Si sa che questo commento  originale soltanto per l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente  tutt'uno con quello di Jacopo della Lana.
(456)  PETRI ALLEGHERII super DANTIS ipsius genitoris Comoediam commentarium, Firenze, 1846, p. 209.
(457)  L'Ottimo Commento della Divina Commedia, Pisa, 1827, vol. I, p. 372.
(458)  FIAMMAZZO, I codici friulani della Divina Commedia, Parte 2a, Il commento pi antico e la pi antica versione latina dell'Inferno dal codice di Sandaniele, Udine, 1892, p. 89.
(459)  L. II. cap. 27.
(460)  Tale distinzione  anche fatta dai musulmani. Vedi MAURY, La magie et l'astrologie dans l'antiquit et au moyen-ge, 4a ediz., Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrit abbia goduto tra' rabbini, e goda tuttavia fra' seguaci di Maometto, Salomone, quale institutore massimo della magia divina.
(461)  Veramente non manc nel medio evo chi il facesse cristiano.
(462)  Alcuno vi fu cui spiacque dirlo mago, e che i prodigi operati da lui ascrisse a solo saper naturale. Nel Rosajo della vita di MATTEO CORSINI (Firenze, 1845, pp. 15-16) si legge: "Troviamo che uno Alberto Magno, el quale fu de' Frati Predicatori, venne a tanta perfezione di senno, che per la sua grande sapienzia fe' una statua di metallo a s fatti corsi di pianeti, e colsela s di ragione, ch'ella favellava: e non fu per arte diabolica n per negromanzia: per che gli grandi intelletti non si dilettano di cioe, perch  cosa da perdere l'anima e 'l corpo; che  vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno frate chiamando frate Alberto alla sua cella, egli non essendogli, la statua rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala ragione, la guast. Tornando frate Alberto, gli disse molto male, e disse che trenta anni ci avea durata fatica, e: Non imparai questa scienza nell'ordine de' Frati. El frate dicea: Male ho fatto; perdonami. Come! non ne potrai fare un'altra? Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni non se ne potrebbe fare un'altra per lui; per che quello pianeto ha fatto il suo corso, e non ritorner mai pi per infino a detto tempo". Questa novella, che ha riscontri assai numerosi, fu, da altri, narrata alquanto diversamente. Confrontisi con ci che FILIPPO VILLANI (Vite di uomini illustri) narra di una statua costruita da Guido Bonatti, non arte magica, ut infamatores sui nominis voluerunt, sed astrologie diligentia et observatione. (BONCOMPAGNI, Della vita e delle opere di Guido Bonatti, astrologo al astronomo del secolo XIII, Roma, 1851, pp. 6-7).
(463)  El mgico prodigioso, giorn. III, in fine.
(464)  I demonografi sono pressoch concordi nel dire che il diavolo non pu essere forzato, e che la sua obbedienza ai maghi  finzione ancor essa; ma la credenza popolare contraddisse in questo, come in altri punti, alla opinione dei trattatisti di professione.
(465)  Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia, in quel tempo, vedi il bel libro del GEBHART, L'Italie mystique. Histoire de la renaissance religieuse au moyen-ge, Parigi, 1890. Vedi pure: Briefe heiliger und gotterfrchtiger Italiener gesammelt und erlutert von ALFRED VON REUMONT, Friburgo, i. B., 1877, Prefazione.
(466)  Cfr. intorno all'argomento GASPARY, Geschichte der italienischen Literatur, vol. I, Lipsia, 1855, pp. 355 sgg.; MAZZATINTI, Un profeta umbro del secolo XIV (Tommasuccio da Foligno) nel Propugnatore, vol. XV (1882), parte 1a.
(467)  Vedi SAN-MARTE (A. SCHULZ), Die Sagen von Merlin. Halle, 1853, pp. 9 sgg., 262 sgg.; HERSART DE LA VILLEMARQU, Myrdhinn ou l'enchanteur Merlin, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il celebre Battista Mantovano (1448-1516), in fine del suo poema in tre libri su Niccol da Tolentino, parla ancora di Merlino come di un uomo singolare, generato dal diavolo e dotato di spirito profetico.
(468)  HERSART DE LA WILLEMARQU, Op. cit., pp. 343 sgg. G. Manni, in una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui pubblicata (Firenze. 1720, p. 93. n. 1) ricorda una Profezia di Merlino, tradotta in toscano da un certo Paulino, contenuta, secondo egli dice, in un manoscritto antico, posseduto allora dall'abate Pier Andrea Andreini.
(469)  P. 29. Il Fioretto  scrittura dei primi anni del sec. XIV.
(470)  Scriptores rerum italicarum, t. VIII, pp. 1177-8. Li riprodusse il SAN-MARTE, Op. cit., pp. 264-5.
(471)  Pp. 176-8.
(472)  Chronicon, ap. MURATORI, Scriptores, t. IX. p. 670. V. l'Appendice, num, l.
(473)  L'HUILLARD-BRHOLLES pubblic alcuni versi che sono, in parte, quelli stessi riportati da Salimbene, ma disposti in altro ordine. Essi trovansi adespoti nel codice onde li trasse; ma un codice di Bruxelles li attribuisce a Michele Scotto (Chronicon placentinum et chronicon de rebus in Italia gestis, Parigi. 1856, Prefazione, pp. XXI-XXII).
(474)  Rerum sicularum libri sex, l. I, cap. 2, ap. MURATORI, Scriptores. t. VIII, coll. 788-9.
(475)  Cronica, l. VI, capp. 36 e 41. Avverte ancora il Villani che nemmeno in Faenza volle mai por piede Federico.
(476)  Historiae, Lione, 1527, parte III, tit. XIX, cap. 6,  2, f. 42 r., col. l.
(477)  Vedi in questo volume a p. 26.
(478)  Vedi CASTELLI, La vita e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, 1892, pp. 47, 155.
(479)  Lo Inferno della Commedia di DANTE ALIGHIERI col comento di GUINIFORTO DELLI BARGIGI, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477.
(480)  Comentum super DANTIS ALDIGHERIJ Comoediam, Firenze. 1887 sgg., vol. II, p. 88.
(481)  JACOPO DELLA LANA, l. cit.; Commento di FRANCESCO DA BUTI sopra la Divina Commedia di DANTE ALLIGHIERI, Pisa, 1858, vol. I. p. 533: ANONIMO FIORENTINO, l. cit.; DANTE con l'espositioni di CRISTOFORO LANDINO et d'ALESSANDRO VELLUTELLO, Venezia, 1596, f. 106 v.
(482)  Lexicon, s. v. ??s??. Di questo Pasete ebbe a parlare anche Apione Grammatico, in un suo libro De mago.
(483)  Contra Celsum, I, 68.
(484)  PLUTARCO, Vitae, Numa, 15: PLINIO. Hist, nat., XXX, 6; FILOSTRATO, De vita Apollonii Thyanaei, III, 27; COMPARETTI, Op. cit., vol. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; Albertus Magnus in Geschichte und Sage, Colonia, 1880, pp. 155-9; GRAESSE. Sagenbuch des preussischen Staats, Glogau, 1868-71. vol. II, pp. 72-3; The famous Historie of Fryer Bacon. Early english Prose Romances, with bibliographical and historical Introductions, edited by WILLIAM J. THOMS. 2a ediz. Londra, 1858, vol. I, p. 195; Historia von Doctor Johann Fausten, in SIMROCK, Die deutschen Volksbcher volume IV, p. 45; SCHEIBLE, Das Kloster. vol. V, Stoccarda, 1847. pp. 169-70; vol. XI, 1849, pp. 1130 sg.; ZAMBRINI, Meraviglie diaboliche, Propugnatore, vol. I, 1868. pp. 238-9.
(485)  Morgante Maggiore, c. XXV, st. 220-1.
(486)  FILIPPO CAMERARIO, Operae horarum subcisivarum, centuria prima, nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX. Il Goethe ebbe a giovarsi di questa novella nella scena della cantina di Auerbach.
(487)  PALERMO. I manoscritti palatini di Firenze, vol. II, Firenze, 1860, p. 252.
(488)  Magnum Chronicon Belgicum, in PISTORIUS, Rerum germanicarum scriptores, ediz. dello STRUVIO, Ratisbona, 1726 sg., t. III, pp. 268-9; TRITHEMIUS, Chronicon Hirsaugiense, ad ann. 1254, ecc. Cfr, la nov. 5 della giorn. X del Decamerone.
(489)  Chiose sopra DANTE, pubblicate a cura di Lord Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8.
(490)  Cronica, cap. 8, ap. MURATORI, Scriptores, t. V, coll. 1076-7 Virgilio fece in Napoli anche una fontana,

 La quale sempre olio si gittava,
 E dal gittare mai non s'astenia.
(491)  Il Paradiso degli Alberti, edito da A. WESSELOFSKY, vol. II, Bologna, 1867, p. 180-217 (Sc. di cur. lett., disp. 86-7).
(492)  Nov. cit. Questa novella, che  la XX del testo borghiniano, pu vedersi pure, segnata col n. XXVIII, fra le Novelle antiche dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193, edite a cura di GUIDO BIAGI, Firenze, 1880, pp. 36-8.
(493)  Vedi, a questo riguardo. D'ANCONA, Le fonti del Novellino, in Studj di critica e storia letteraria, Bologna, 1880, pp. 310-12. La novella trovasi pure fra quelle suppositizie che Gaetano Cioni mise sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda edizione, Amsterdam (Firenze) 1819, sta a pp. 183-98. Basta darle un'occhiata per farsi certo che il Cioni conobbe il romanzo di Giovanni da Prato.
(494)  V. l'Appendice, num. 10.
(495)  Queste navi, le quali, alcuna volta, anzich sull'acqua, correvan per l'aria, servivano ai maghi, sia per sottrarsi a particolari nemici, sia per sottrarsi alla giustizia. Spesso si vedono i maghi, sia buoni, sia malvagi, deludere i giudici, uscire miracolosamente di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema di racconti di cui  facile riconoscere il carattere affatto popolare. Non citer esempii, essendovene in grandissimo numero. (Vedi COMPARETTI, Op. cit., vol. II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6, 277-9, 292, 296, 300-1; CAMERARIO, Op. e l. cit.). Bens possono essere ricordate a questo proposito le navi aeree di cui si servivano i malvagi incantatori per trasportare nel paese di Magonia le messi rubate, (Cf. Des GERVASIUS VON TILBURY, Otia imperialia in einer Auswahl, neu herausgegeben und mit Anmerkungen begleitet von FELIX LIEBRECHT, Hannover, 1856, pp. 2-3, 62, 261). Intorno a Pietro Barliario vedi D'ANCONA, Un filosofo e un mago, in Variet storiche e letterarie, Milano, 1883-5, vol. I, pp. 15-38.
(496)  La saggia pazzia, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, regina de' belli humori. Pavia, 1607, l. II, pp. 53-4. Questo libro ebbe la poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'autore ricorda pure un altro Scotto, pi moderno, del quale dicevasi che ajutato da spiriti facesse "giuochi d'importanza" e facesse "stravedere alle persone". Di quest'altro Scotto non so nulla. Di Michele si fa beffe anche il GARZONI, nella Piazza universale di tutte le professioni del mondo, disc. XL.
(497)  The Lay of the last Minstrel, note 11. 13, 14 al canto II. Non tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che le hanno le han per intero: esse si possono vedere, tradotte, anche nel commento di Filalete (DANTE ALIGHIERI'S Gttliche Comdie metrisch bertragen und mit kritischen und historischen Eluterungen versehen von PIHLALETES, Lipsia, 1865-6).
(498)  Vedi LANDAU, La novella di mescer Torello (Decam., X 9) e le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. II (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario ascolt in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Giacomo di Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa notte, in Londra, in Parigi, in Salerno (TORRACA, A proposito di Pietro Barliario, Rassegna settimanale, 19 decembre 1880). Il dottore Torralva, che nel primo quarto del secolo XVI ebbe grande riputazione di mago, compi parecchi di questi viaggi miracolosi (WRIGHT, Narratives of sorcery and magic. Londra. 1851 vol. Il, pp. 5 sgg.).
(499)  Vedi il mio libro II Diavolo, Milano, 1889, pp. 299 sgg.
(500)  I versi inglesi propriamente dicono:

 Maister Michael Scott's man
 Sought meat and gate nane.
(501)  Vedi MAURY, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; C. MEYER, Der Aberglaube des Mittelalters, Basilea, 1884. pp. 367-8.
(502)  Vedi HERTZ. Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte, Stoccarda, 1862; LEUBUSCHER, Ueber die Wehrwlfe und Thierwandlungen im Mittelalter, Berlino, 1850.
(503)  Dice GERVASIO DA TILBURY, parlando delle streghe (Otia imperialia, decis. III, c. 93): "Scimus quasdam in forma cattarum a furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in crastino vulnera truncationesque membrorum ostendisse" ROSKOFF. Geschichte des Teufels. Lipsia, 1869. vol. I, pp. 305-6.
(504)  Negli Assempri di Fra FILIPPO DA SIENA (Siena, 1864),  un capitolo (il 51) intitolato: Come le bestie e gli animali bruti guardano le feste.
(505)  Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente. Quel tanto che se n' scritto sinora  poco, rispetto alla vastit del tema. Cito: MAURY, Essai sur les lgendes pieuses du moyen-ge, Parigi, 1843; CAHIER et MARTIN. Mlanges d'archologie, d'histoire et de littrature sur le moyen-ge. Parigi, 1847-56; vol. II, pp. 106-228; vol. III, pp. 203-83; KOLLOF, Die sagenhafte und symbolische Thiergeschichte des Mittelalters, in RAUMER, Historisches Taschenbuch, serie IV, vol. VII, 1867; CAHIER, Nouveaux mlanges, etc., Parigi, 1874. pp. 106-64: MASCI, La leggenda degli animali, Napoli, 1888; MENABREA, De l'origine, de la forme et de l'esprit des jugements rendus au moyen-ge contre les animaux. Chambry, 1854; AGNEL, Curiosits judiciaires et historiques. Procs contre les animaux, Parigi, 1858; PERTILE, Gli animali in giudizio, Atti del R. Istituto Veneto, serie VI, t. IV: HAROU, Procs contre les animaux, La Tradition, anni 1891-2; D'ADDOSIO, Bestie delinquenti, Napoli, 1892.
(506)  Ap. MURATORI, Scriptores. t. IX, col. 670. Vedi l'Appendice, num. 4.
(507)  RICCOBALDO DA FERRARA, Historia imperatorum, ap. MURATORI, Scriptores, t. IX, col. 128; Annales caesenates, MURAT., t. XIV, col. 1095. Per un curioso errore GIOVANNI DA SERRAVALLE (Translatio et comentum totius libri DANTIS ALDIGHERII, Prato, 1891) narra che Michele predisse cotal morte a Federico II. Il NAUD (Apologie pour tous les grands personnages qui ont est souponnez de magie, La Haye, 1653, p. 497), ricordato come, secondo la leggenda, Michele avesse preveduto di dover morire in una chiesa soggiunge: "comme il y estoit un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de Jesus-Christ, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit tomber un pierre sur sa teste qui le coursa mort au mesme lieu ou il fust enterr". Non so d'onde il Naud togliesse questi particolari; ma dal libro del Naud probabilmente pass nel Grand Dictionnaire universel du XIXe sicle del LAROUSSE la notizia che Michele fu "cras dans une glise par la chute d'une pierre".
(508)  Op. e l. cit.
(509)  Before their eyes the wizard lay,
 As if he had not dead a day.
 His hoary beard in Silver roll'd,
 He seem'd some seventy winters old;
 A palmer's amice wrapp'd him round,
 With a wrought Spanish baldric bound,
 Like a pilgrim from beyond the sea;
 His left hand held his book of might;
 A silver cross was in his right;
 The lamp was placed beside his knee;
 High and majestic was his look,
 At which the fellest fiends had shook,
 And all unruffied was his face;
 They trusted his soul had gotten grace.
(510)  Vedi l'Appendice, num. 11.
(511)  De Michaele Scoto, veneficii injuste damnato, Lipsia, 1739.
(512)  Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda Pietro d'Abano, di cui, tra l'altro, si narr, come di Virgilio, che avesse preparato il bisognevole per risuscitare, ma non risuscit, per colpa di un servitore che non seppe osservare i suoi ordini. Il MAZZUCHELLI fa memoria di una "celebre popolare commedia". che traeva argomento dalla vita di Pietro, e rappresentata circa il mezzo del secolo XVIIl (Notizie storiche e critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano, nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici del CALOGER, vol. XXIII, Venezia, 1741, p. III). La leggenda era ancor viva negli ultimi anni di quel secolo, quando FRANCESCO MARIA COLLE scriveva la Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova (Padova, 1824. vol. II, p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il VEDOVA (Scrittori padovani) e il RONZONI (Della vita e delle opere di Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza, Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche, vol. II, 1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo.
(513)  Explanatio in prophetias Merlini. l. III, c. 26.
(514)  Vedi DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, ediz. Henschel, s. v. Arturum expectare.
(515)  Vedi RAYNOUARD, Choix des posies originales des troubadours, Parigi, 1816-21, t. II, p. 129, col. 2a; p. 255, col. 2a; BIRCH-HIRSCHFELD, Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII. und XIII. Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe, Halle a. S.. 1878, pp. 53-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, AG. THIERRY. Histoire de la conqute de l'Angleterre par les Normands, 3a ediz.. Parigi, 1830, vol. I, p. 22; DE LA RUE, Essais historiques sur les bardes, les jongleurs et les trouvres normands et anglo-normands, Caen, 1834, t. I, p. 73; SAN-MARTE, Gottfried's von Monmouth Historia regum Britanniae, ecc. Halle. 1854, pp. 417 sgg.
(516)  Arrighetto, ovvero trattato contro all'avversit della Fortuna, edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23.
(517)  Ap. PERTZ, Scriptores rerum germanicarum, t. XVIII, p. 796.
(518)  Vedi SAN-MARTE, Op. cit., pp. 423 sgg. Descrizioni dell'isola si hanno, per esempio, nella Bataille Loquifer e in una delle rame dell'Ogier.
(519)  Ecco le parole stesse di Gervasio, le quali, date le fiorettature di cui si dilettava, troppo pi del bisogno, l'autore, difficilmente, e con danno del senso, si potrebbero tradurre alla lettera: "In Sicilia est mons Aetna, cujus exustu sulphurea fiunt incendia, in cujus confinio est civitas Catanensis, in qua gloriosissimi corporis B. Agathae virginis ac martyris thesaurus ostenditur, suo beneficio civitatem illam servans ab incendio. Hunc autem montem vulgares Mongibel appellant. In hujus deserto narrant indigenae Arturum Magnum nostris temporibus apparuisse. Cum enim uno aliquo die custos palefredi episcopi Catanensis commissum sibi equum depulveraret, subito impetu lascivae pinguedinis equus exiliens ac in propriam se recipiens libertatem, fugit. Ab insequente ministro per montis ardua praecipitiaque quaesitus nec inventus, timore pedissequo succrescente, circa montis opaca perquiritur. Quid plura? arctissima semita sed plana est inventa; puer in spatiosissimam planitiem jucundam omnibusque deliciis plenam venit, ibique in palatio miro opere constructo reperit Arturum in strato regii apparatus recubantem. Cumque ab advena et peregrino causam sui adventus percontaretur, agnita causa itineris, statim palefridum episcopi facit adduci, ipsumque praesuli reddendum, ministro commendat, adjiciens, se illic antiquitus in bello, cum Modredo nepote suo et Childerico duce Saxonum pridem commisso, vulneribus quotannis recrudescentibus, saucium diu mansisse, quinimo, ut ab indigenis accepi, xenia sua ad antistitem illum destinavit, quae a multis visa et a pluribus fabulosa novitate admirata sunt". Otia imperialia, secunda decisio, ap. LEIBNITZ Scriptores rerum brunsvicensium, t. I. p. 921; LIEBRECHT Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, Hannover, 1856. pp. 12-13. A questo racconto accenn G. PARIS in un suo scritto intitolato La Sicile, dans la littrature franaise, in Romania, t V, p. 110, e lo ricord di nuovo il PITR, Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia, in Romania, t. XIII, p. 391.
(520)  Per la vita di Gervasio vedi la prefazione del Leibnitz nel volume citato; WRIGHT, Biographia britannica literaria, parte 2a, Londra, 1846, pp. 283-90; WATTENBACH, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter. Berlino, 4a ediz., 1877-8. vol. II, p. 375.
(521)  Pagg. 921-2: "Sed et in sylvis Britanniae majoris aut minoris consimilia contigisse referuntur, narrantibus nemorum custodibus, quos forestarios, quasi indaginum ac vivariorum ferinorum aut regiorum nemorum, vulgus nominat, se alternis diebus circa horam meridianam et in primo noctium conticinio sub plenilunio luna lucente, saepissime videre militum copiam venantium et canuum et cornuum strepitum, qui sciscitantibus, se de societate et familia Arturi esse dicunt".  questa la leggenda del wilde Jger, della mesnie Hellequin ecc., sparsa pressoch per tutta Europa, e nella quale compariscono, oltre Art, anche Teodorico, Carlo Magno ed altri. In Iscozia essa era ancor viva nella seconda met del secolo scorso, ed  forse tuttavia.
(522)  Pag. 937.
(523)  "Eo tempore quo Henricus imperator subiugavit sibi Syciliam, in Ecclesia Palernensi quidam erat Decanus, natione ut puto Theutonicus. Hic cum die quadam suum qui optimus erat perdidisset palefredum, servum suum ad diversa loca misit ad investigandum illum. Cui homo senex occurens, ait: Quo vadis, aut quid quaeris? Dicente illo, equum domini mei quaero; subiunxit homo: Ego novi ubi sit. Et ubi est? inquit. Respondit: In monte Gyber; ibi eum habet dominus meus Rex Arcturus. Idem mons flammas evomit sicut Vulcanus. Stupente servo ad verba illius, subiunxit: Dic domino tuo ut ad dies quatuordecim illuc veniat ad curiam eius sollemnem. Quod si ei dicere omiseris, graviter punieris. Reversus servus, quae audivit domino suo exposuit cum timore tamen. Decanus ad curiam Arcturi se invitatum audiens et irridens, infirmatus die praefixa mortuus est". Dialogus miraculorum, ediz. Strange, Colonia, Bonn e Bruxelles. 1851, dist. XII, cap. 12. Il racconto di Cesario fu noto a OTTAVIO GAETANI, siracusano (1566-1620). che Io ricorda nella sua Isagoge ad historiam siculam illustrandam, cap. XII. ap. GRAEVIUS, Thesaurus antiquitatum Siciliae, t. II. col. 52.
(524)  KAUFMANN, Caesarius von Heisterbach, Ein Beitrag sur Kulturgeschichte des zwlften und dreizehnten Jahrhunderts, Colonia. 1850, p. 46.
(525)  BRUNETTO LATINI scrive (Li Livre dou Tresor, ediz. Chabaille, Parigi, 1863, p. 64): mont Gibel, qui tozjors giete feu ecc.
(526)  Per errore, nel testo: prope civitatem Cathenam.
(527)  Parole aggiunte in margine nel manoscritto.
(528)  "Item audivi a quodam fratre Apulo, Johanne dicto, qui hoc dicebat in partibus suis accidisse, quod, cum quidam monte juxta Vulcanum, ubi dicitur locus purgatorii, prope civitatem Cathenam, quereret equum domini sui, inveniret, ut sibi visum est, civitatem quamdam, cujus erat hostiolum ferreum, et quesivit a portitore de equo quem querebat: qui respondit quod iret usque ad aulam domini sui. qui vel redderet eum vel doceret; et adjuratus ab eo portitor per Deum quod diceret ei quid ageret, dixit ei portitor quod caveret ne comoderet de aliquo ferculo quod ei daretur. Videbatur ei quod videbat per vicos illius civitatis tot homines quot sunt in mundo, de omni gente et artificio. Transiens per multas aulas, venit in quamdam, ubi videt principem suis circumvallatum; offerunt ei multa fercula: non vult de eis gustare: ostenduntur ei quatuor lecti, et dicitur ei quod unus eorum erat domino suo paratus, et alii tres trium feneratorum. Et dicit ei princeps ille quod assignabat diem domino suo talem peremptoriam et tribus dictis feneratoribus, alioquin venirent inviti; et dedit ei ciphum aureum, coopertum cooperculo aureo. Dicit ei ne illum discooperiret, sed illum in hujus rei intersignum presentaret domino suo, ut biberet de potu suo. Equus suus ei redditur; reddit, implet jussa: cifus aperitur, flamma ebullit, in mari cum cifo proicitur mare inflammatur. Hi quatuor, licet confessi fuissent (ex timore solo, et non vere penitentes) die sibi assignata, rapiuntur super quatuor equos nigros". (Anedoctes historiques, lgendes et apologues tirs du recueil indit d'tienne de Bourbon dominicain du XIIIe sicle, publis par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, p. 32).

(529)  Pubblicato da Francisque Michel pel Roxburghe Club, Edimburgo, 1873. Non fu posto in commercio, ma se ne ha un'analisi abbastanza minuta nell'Histoire littraire de la France, t. XXVIII. pp. 139-79. Di essa mi giovo.
(530)  Da T. CASINI nel Propugnatore, vol. XV, parte 2a, pp. 335-9. La ramment il Pitr, nello scritto citato, p. 392.
(531)  Questo scetticismo italiano da taluni si esagera, specie in riguardo al medio evo, ma non pu essere negato, e ad in parte si deve la scarsezza della nostra produzione leggendaria. Chi ha qualche dimestichezza con le croniche non con le forastiere sa quanto il meraviglioso sia pi abbondante in queste che in quelle, e come in molte di quelle, o manchi affatto, o si lasci scorgere appena. Il primo ad avvertire ci fu il MURATORI, il quale dice nella dissertazione XLIV (Antiquitates italicae medii aevi, t. III, col. 963): "Temperatiora vero in ejusmodi studio inani fuisse Italicorum ingenia, mihi persuadeo, quum raros hanc in rem foetus ab eorum calamo profectos Bibliothecae nobis offerant. Immo Guilielmus Ventura Historicus in Chronica Astensi, dum postremas tabulas Anno MCCCX, conderet, inter alia monita liberis suis relicta, hoc etiam protulit. Tomo XI, pag. 228. Rer. Italicarum: Fabulas scriptas in Libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui".
(532)  Li horrendi et spaventosi prodigi et fuochi aparsi in Sicilia nel Monte de Ethna o vero Mongibello ecc., s. l. ed a. Cfr. PRAETORIUS. Anthropodemus plutonicus, Magdeburgo, 1666, vol. I, p, 266.
(533)  Dialogorum l. IV, cc. 30, 35.
(534)  Historia Francorum, l. IV, cap. 34. Vedi inoltre il mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. II, pp. 360-2.
(535)  Dist. XII, cap. 13.
(536)  Cf. GERVASIO. Otia, decis. III, pp. 965-6.
(537)  Etymologiarum l. XIV. cap. 8. VINCENZO BELLOVACENSE ripete. Speculum naturale, l. VII, cap. 22.
(538)  "Plures etiam in confinibus montis a daemonibus, qui tunc diversa corpora sumentes in ara terribilia mendacia praedicabant, arrepti sunt". Historiae, l. VIII, cap. 2, ap. MURATORI, Scriptores, t. X, col. 1079. Anche in monti non vulcanici, del resto, si misero ad abitare i diavoli. Veggasi, per esempio, ci che del monte Cavagum, o Convagum, nel cui interno era un palazzo popolato di demonii, dice GERVASIO, Otia, decis. III, pp. 982-3.
(539)  A questo proposito dice il BEMBO nel suo dialogo De Aetna: "Hic amoenissima loca circumquaque, hic fluvii personantes, hic obstrepentes rivi, hic gelidissimae fontium perennitates, hic prata in floribus semper et omni verna die, ut facile quilibet puellam Proserpinam hinc fuisse raptam putet, hic arborum multijugae species, et ad umbram crescentium, et ad foecunditatem; in qua etiam tantum excellunt caeteras omnes arbores, ut mihi quidem magis huic loco convenire videantur ea, quae de Alcinoi hortis finxit Homerus quam ipsi Feaciae".
(540)  Molte notizie circa il fatto reca I'USSERIUS, Britannicarum ecclesiarum antiquitates, seconda edizione, Londra, 1687, pp. 61 sgg.
(541)  Ap. LEYSER, Historia poetarum et poematum medii aevii, Halae Magdeb., 1721, p. 459.
(542)  Lohengrin, ein altteutsches Gedichy ecc., Eidelberga, 1813, p. 179:

 hoch ein gebirge lit
 In Indern Yndia, daz ist niht wit,
 Den gral mit all den helden ez besleuzzet,
 Die Artus praht mit im dar.

 Non ho potuto riscontrare l'edizione critica e pi recente del RUECKERT, Quedlimburgo e Lipsia, 1858.

 Felicia, Sibillen kint,
 und Iuno, die mit Artus in dem berge sint,
 die haben vleisch, sam wir, unde ouch gebeine
 Die vraget'ich, wie der knik lebe,
 Ecc.

 VON DER HAGEN, Minnesinger, Lipsia, 1838, parte III, p. 182.
(543)  Vedi J. GRIMM, Deutsche Mythologie, 4a edizione, Berlino, 1875-8, cap. XXXII (vol. II, pp. 794 sgg.).
(544)  E non Federico Barbarossa, come fu immaginato e scritto pi tardi.
(545)  GRIMM. Op. cit., pp. 794-5.
(546)  Cap. 2, in Acta Sanctorum, 15 aprile.
(547)  Vedi il bello e succoso scritto del RAJNA, Un'iscrizione nepesina del 1131, nell'Archivio storico italiano, t. XIX (1887), scrtto pieno di fatti e d'induzioni ingegnose.
(548)  Che prima di Pietro Vidal facesse dimora in Italia Bernardo di Ventadorn, asserirono, anche ultimamente, parecchi; ma non pare sia vero. Vedi CARDUCCI, Un poeta d'amore del secolo XII, in Nuova Antologia, serie 2a, vol. XXV (1881), pp. 15-6. Che un altro trovator di Provenza, Uggero del Viennese, sia stato in Italia sino dal 1154.  semplice supposizione dell'immaginoso Fauriel, non suffragata da prova alcuna.
(549)  La canzone Atressi cum lo camel; la sestina En tal dezir mos cors intra. Vedi MIL LEVY, Der Troubadour Bertolome Zorzi, Halle, 1883. pp. 44, 68.
(550)  Vedi in proposito le preziose notizie procurate dal RAJNA Gli eroi brettoni nell'onomastica italiana del secolo XII, nella Romania, t. XVII, 1888, pp. 161-85, 355-65.
(551)  Cf. G. PARIS, La littrature franaise au moyen-ge, 2a edizione, Parigi, 1890.  54, pp. 88-90.
(552)  Vedi il citato scritto del Pitr, pp. 380-3, 391-2. Intorno al ciclo brettone, in Italia, si lavora molto di fantasia; ma non si pu dire che esso metta radici in terra nostra e dia fuori nuove propaggini, fatta eccezione per quel tanto che si  veduto di Art, e che, volendo, si potrebbe veder di Merlino. Nell'Appendice II do notizia di alcun'altra immaginazione, ove si scorge il desiderio di legare in qualche modo leggende brettoni con tradizioni nostrane.
(553)  Lo prova uno scrittore siciliano del secolo XVII, PLACIDO REYNA, con le seguenti parole: "Haec vero de sirenibus fabula aliam vulgi de saga quadam cui nomen Morgana, narrationem aeque fabulosam in memoriam mihi revocat, quoniam et haec ad delicias tractus Peloritani declarandas inventa videtur. Formosissimam hanc esse sagam narrant, quae terram nostram incolat ac saepennumero, qua potentia praedita sit, admirabili ratione demonstrat" (Ad notitiam historicam urbis Messanae Introductio, col. 36, ap. GRAEVIUS, Thesaurus, t. IX). Non sembra del resto che il Reyna sapesse altro intorno alla fata Morgana. Questo, e il ricordo che, come ho notato innanzi, Ottavio Gaetani fa della leggenda narrata da Cesario, sono i soli accenni a leggende brettoni che io abbia potuto trovare nei molti ed eruditi illustratori della storia e della topografia della Sicilia.
(554)  Vedi G. PARIS, La Sicile dans la littrature franaise,, gi cit., pp. 110, 112.
(555)  Vedi indietro, pp. 303-4.
(556)  Arrighetto, ecc. ediz. cit., p. 6.
(557)  Quando non indico altrimenti s'intende che cito secondo la lezione del cod. Vaticano 3793, edito a cura del D'ANCONA e del COMPARETTI, Le antiche rime volgari ecc., Bologna, 1875-88.
(558)  NANNUCCI, Manuale, 3a ed., vol. I, p. 310. Non tengo conto dei dubbii sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perch credo che il Novati sia riuscito a dissiparli.
(559)  CASINI, Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881 (Sc. di cur. lett., disp. CLXXXV), p. 167.
(560)  NANNUCCI, Manuale, vol. I. p. 150.
(561)  TRUCCHI, Poesie italiane inedite di dugento autori, Prato, 1846-7, vol. II, p. 358.
(562)  Liriche edite ed inedite di FAZIO DEGLI UBERTI per cura di R. Renier, Firenze, 1883, p. 233.
(563)  TRUCCHI, Op. cit., vol. II, p. 29.
(564)  Id., vol. II, p. 134.
(565)  SARTESCHI, Poesie minori del secolo XIV, Bologna, 1867 (Sc. di cur. lett., disp. LXXVII), p. 46.
(566)  CARDUCCI, Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 108.
(567)   la canzonetta che sguita alla nov. 2a della giorn. VII.
(568)  Le rime di GUITTONE D'AREZZO, ed. Valeriani, Firenze, 1828, vol. II, p. 86.
(569)  NAVONE, Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la Chitarra, Bologna, 1880 (Sc. di cur. lett., disp. CLXXII), p. 3. Nel verso che immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato il re Dano, padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni; secondo il testo di queIla del Navone  ricordato il re Priano, cio Priamo.
(570)  Propugnatore, vol. XV, parte 2a, p. 339.
(571)  VALERIANI, Poeti del primo secolo, Firenze, 1816, vol. II, p. 434.
(572)  CASINI, Le rime ecc., p. 125.
(573)  Liriche, ediz. cit., p. 193.
(574)  Liriche, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. CCXC.
(575)  Lib. IV, cap. 24, ed. dell'Antonelli, Venezia, 1835. V. anche l. II, cap. 15.
(576)  Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui l'attenzione del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana test citata, e l'altra veneziana dell'Andreola (Parnaso italiano, voll. IX-XI, 1820) leggono a questo modo (non curando alcune differenze di niun rilievo) la terzina 34 del cap. 22, l. IV:

 Intanto ivi udii contar allora
 D'un'ellera che dello avello uscia
 L dove il corpo di Tristan dimora.

 Quell'Intanto ivi  certamente un errore, nato dal non sapere intendere ci che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il primo verso dal terzetto si legge cos:

 Intintoil udii contare alhora.

 Similmente nel Cod. N. 1, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e codici non posso ora consultare):

 Intintoil udi contar allora,
 e senza dubbio si vuole scrivere:
 In Tintagoil udii contar allora;
 oppure, senza mutar nulla:
 In Tintoil udii contar allora.

 Tintaguel, Tintagel, Tintajoil in francese (v. FRANCISQUE MICHEL, Tristan, Recueil de ce qui resta des pomes relatifs  ses aventures, Londra, 1835, vol. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale, Tintajoele in tedesco (GOTTFRIED VON STRASBOURG, Tristan and Isolde, Breslavia, 1823, V, 476 ecc.), era il nome della residenza del re Marc, dove appunto sorgevano le tombe dei due amanti. Nel Roman de Brut  il castello in cui  rinchiusa Igierna, madre di Art. Nel Roman de Flamenca, edito da P. Meyer, Parigi, 1865, si ricorda, vv. 591-2, un lais de Tintagoil:

 L'uns viola [1] lais del Cabrefoil
 E l'autre cel de Tintagoil.

  questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del Dittamondo richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare una curiosa nota che Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che dice cos: "Questa parte di questo capitolo, signor mio marchese, non chioso, pero che de queste historie francesi sono ignorante quasi, e pochi libri francesi ho veduti non che lecti, E per lo simile in la 2a. cantica supra, ove fa mentione di vterpendragon, lasciai a chiosare; et anchora perch voi, signore, site copioso e docto delle diete histoie, porite intendere e chiosare a uostro modo". Il Capello compose il suo commento ad instanza di un marchese di Ferrara, che non so propriamente quale si fosse. (Vedi per quanto concerne il Capello e il codice di Torino, RENIER, Op. cit., p, CLI n). La nota di lui pu servire d'illustrazione all'inventario dei codici francesi posseduti dagli Estensi nel sec. XV, pubblicato dal RAJNA nella Romania, vol. II.
(577)  Liriche, ediz. cit., p. 121.
(578)  MUSSAFIA, Monumenti antichi di dialetti italiani, in Sitzungsberichte der k. Ahademie der Wissenschaften, philos.-hist. Cl., vol. XVI, Vienna, 1864, p. 162.
(579)  De Babilonia civitate infernali, ap. MUSSAFIA, Op. cit,,p. 158; TOBLER, Das Bach des Uguon da Laodho. verso 197, Abhandl. d. k. Preuss. Akad. d. Wiss. zu Berlin, philos.-hist. Cl., 1884; La passione e Resurrezione, poemetto veronese del secolo XIII, pubblicato integralmente per la prima volta da L, BIADENE in Studj di filologia romanza, fasc. 2. 1884, p. 243.
(580)  MUSSAFIA, Op. cit., pp. 194-5.
(581)  Archivio glottologico italiano, vol. II, p. 231.
(582)  Der welhische Gast, pubblicato dal RUECKERT, Quedlimburgo e Lipsia, 1852. Intorno al poema vedi pi particolarmente GERVINUS, Geschichte der deutschen Dichtung, 5a ed., vol. II, pp. 9 sgg.
(583)  Vv. 77-8, 1033, 1041 sgg., 3535, 3530, 6325 sgg.
(584)  Vv. 1041-78.
(585)  Verso 1033. Certamente la Enide de' cui casi fece un poema Cristiano da Troyes, il quale dice di s stesso nel primo verso del Cligs (pubblicato per la prima volta da W. FOERSTER, Christian von Troyes smtliche Werke vol. I, Halle, 1884):

 Cil qui fist d'Erec et d'Enide.

 Un'altra Enide (Inida) si ha nell'Ugone d'Alvernia, ma il perduto originale di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a Tommasino.
(586)  Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno, la quale non d troppo buon esempio di s nel Garin de Monglane, ma l'altra, che figura nel Roman de Fregus et Galienne, o Roman du Chevalier au bel escu, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi un'analisi di questo poema in DE LA RUE, Op. cit., t. III, p. 13-7.
(587)  Soredamors, sorella di Gauvain nel Cligs cit., v. 445 ecc. Come si vede, in fatto di educazione femminile, Tommasino avevo criterii molto pi larghi e pi liberali che non Francesco da Barberino, il quale nel libro suo Del reggimento e costumi di donna, cos dice della fanciulla, la quale abbia passata l'et del maritaggio (e a maggior ragione si deve intendere di ogni altra):
 Fugga d'udir[e] tutti libri e novelle,
 Canzoni, ed anchor trattati d'amore:
 Ch'elgli  agievole a vincier la torre,
 C'a dentro dass l[o] nimico mortale.
 Onde colei che el nimico cacciar
 Non pu dass, almen[o] nolgli de' dare
 Tal nodrimento che 'l faccia ingrassare.

 Parte III, ed. di C. Baudi di Vesme (Collezione di opere inedite e rare), Bologna, 1875, p. 83.
(588)  Vv. 1131-4:

 sint die ventiur niht wr,
 si bezeichent doch vil gar
 waz ein ieglch man tuon sol
 der nach vrmkeit wil leben wol.
(589)  Vv. 1173-5:

 als ich hn hie vor geseit
 an mm buoch von der hffcheit
 daz ich welhschen hn gemacht.

 Due libri dice Tommasino di aver composto prima del Wlsche Gast, l'uno Della Cortesia, gi citato, l'altro Della Falsit. In che lingua erano composti questi due libri? Dice il Rckert nella Prefazione al poema, p. IX: "Merkwrdig ist es, dass er, der sich ausdrcklich auch als Dichter in wlscher Sprache, d. h. in nordfranzsischer, auffhrt, doch keine grssoren Einwirkungen der Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie berhaupt die ganze damalige deutsche Poesie in den hfischen Reimpaaren aufweist", Ma che ragion c' di credere che quei libri fossero scritti in francese? Tommasino usa welhsch sempre in significato d'italiano e non di francese. Egli si chiama da s stesso welhsche gast, cio ospite italiano; egli dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole della sua lingua (welhische worte) nella lingua del suo poema. Quei libri erano certamente scritti in italiano, e per sarebbero tra i pi antichi monumenti della nostra letteratura volgare. Del libro Della Cortesia non s' potuto sin qui trovar traccia; ma potrebbero forse avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di BONVESIN DA RIVA, De quinquaginta curialitatibus ad mensam, e l'anonima di affine argomento pubblicata dal BARTSCH, Rivista di filologia romanza, v. II, p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne frammento alcuni versi volgari pubblicati dal MUSSAFIA, Analecta aux der Marcusbibliothek Jahrbuch fr romanische und englische Litteratur, v. VIII (1867), p. 211 (GRION, Frdanc, in Zeitschrift fr deutsche Philologie, v. II [1870], p. 432). Questa congettura, o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto infondato al Barstch (AUGUST KOBERSTEIN'S Grundriss der Geschichte der deutschen Nationalliteratur, fnfte umgearbeitete Auflage von Karl Bartsch, Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, d'onde lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette lungo tempo perduto; ma, com' noto, esso riapparve, non ha molto, fra i manoscritti della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il prof. Tobler ha gi pubblicato di su quel codice una versione veneta dei Disticha Catonis, il libro di Uguccione da Lodi gi citato, il libro di Girardo Pateg, e certi Proverbia que dicuntur super natura feminarum, ove quei versi per lo appunto ricorrono. L'autore di questi Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente Tommasino de' Cerchiari (Zeitschrift fr romanische Philologie, vol. IX [1885], p. 288).
(590)  Vv. 1135-7.
(591)  Nota il Foerster nella Introduzione al Cligs cit. p. xxv, che le allusioni che nel Wlsche Gast si trovano fatte a questo romanzo, riferisconsi al poema francese, essendo posteriori di tempo i rifacimenti tedeschi.
(592)  Vedi intorno ad esso TIRABOSCHI, Storia della lett. ital., ed. dei Classici, t. V, pp. 877 sgg. Il VEDOVA, nella sua Biografia degli Scrittori Padovani, non ne registra nemmeno il nome.
(593)  BANDINI, Catalogus codicum latinorum etc., t. II, col. 19.
(594)  St. 287-8, 294.
(595)  Ap. STRUVIO, Scriptores, t. II, parte 2a, pp. 357 sgg.; MURATORI, Scriptores, t. VII, coll. 469 sgg.
(596)  Vedi PERTZ, Scriptores, t. XXIII. p. 669.
(597)  Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie des Mittelalters, Gottinga, 1863, pp. 73-5.
(598)  Deutschtlands Geschichtsquellen im Mittelalter, 4a ed., Berlino. 1877-8, vol. Il, p. 228.
(599)  Ap. PERTZ, Scriptores, t. XX1I, p. 8. Circa una Historia Britannica pretesa intermediaria, secondo il DE LA BORDERIE (L'Historia Britonum attribu  Nennius etc., Parigi, 1883) fra la Historia Britonum di Nennio e l'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, v. G. PARIS, in Romania, vol. XII, p. 371-5.
(600)  Nella prefazione al Carmen de gestis Friderici I, da lu edito, Innsbruck, 1853.
(601)  Op. cit., vol. II, p. 223.
(602)  Op. cit., pp. 4 sgg.
(603)  Ap. MURATORI, Scriptores, t. XII, coll. 1027-8. Questo racconto fu gi riferito altre due volte, prima da GUALTIERO SCOTT, Sir Tristrem, ed. 1819 p. 298, poi dal MICHEL, Tristan, gi cit., vol. II, pp. 163-4. Cfr. anche DE CASTRO, La storia nella poesia pop. mil., Milano, 1879, p. 32.
(604)  Vedi GHIRON, Bibliografia lombarda. Catalogo dei manoscritti intorno alla storia della Lombardia esistenti nella Biblioteca Nazionale di Brera, Milano, 1884 (estratto dall'Arch. stor. lomb.), p. 29.
(605)  Ap. MURATORI, Scriptores, t. XI, col. 654.
(606)  Vedi per le insegne dell'impero e per la importanza che loro si attribuiva, il gi citato mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, vol. II, pp. 456 sgg.
(607)  Di ritrovamenti cos fatti ci sono nel medio evo esempii assai antichi. Narra PAOLO DIACONO (Historia Langobardorum, l. II, c. 28), come Giselperto, duca di Verona, aprisse la tomba di Alboino e ne togliesse la spada e altre cose di valore: qui se ob hanc causam vanitate solita apud indoctos homines Albuinum se vidisse jactabat.
(608)  Cos si narra in un curioso documento conservato nella torre di Londra e che, dopo altri, pubblic il MICHEL, Op. cit., vol. II, pp. 164-5.
(609)  Segnato CCIV, 189.
(610)  Debbo questa indicazione, e alcuno altre in proposito, al chiarissimo prof. Carlo Cipolla, il quale ebbe la gentilezza di trascrivere per me l'aneddoto.
(611)  Relazione d'un manoscritto dell'istoria manoscritta di Giovanni Diacono Veronese, nel t. XVIII della Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici del CALOGER, Venezia, 1738, pp. 137-8.
(612)  TARTAROTTI, scritto cit., p, 138.
(613)  Segnato CCVI, 194.
(614)  I due vocaboli sono d'incerta lettura; nella trascrizione rimaneggiata di cui s' fatto test parola si legge a questo luogo: in huius autem rotunditate etc.
(615)  V. NOVATI, Sulla composizione del Filocolo, in Giornale di filologia romanza, t. III, p. 162-3, dove si hanno circa quel nome altro testimonianze, e SGULMERO, Sulla corografia del Filocolo, in Rivista minima, XII, 7.
(616)  Ed. dei Classici, Milano, 1825-6, t. V, p. 140.
(617)  Inedita. Vedi intorno ad essa e al suo autore, Archivio veneto, t. III, parte I.
(618)  Vedi NOVATI, scritto cit., p. 85.
(619)  Historia naturalis, l. II, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi, 1827-32): "Duo sunt montes juxta flumen Indum: alteri natura est, ut ferrum omne teneat, alteri ut respuat. Itaque si sint clavi in calceamento, vestigia avelli in altero non posse, in altero sisti". Nel l. XXXVI, cap. 25, lo stesso Plinio, parlando della calamita, dice: "Magnes appellatus est abinventore (ut auctor est Nicander) in Ida repertus: namque et passim invenitur, ut in Hispania quoque. Invenisse autem fertur, clavis crepidarum et baculi cuspide haerentibus, quum armenta pasceret". Pu nascer dubbio se questa seconda notizia non si riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni codici della Historia recano in India anzich in Ida, e in India deve aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel l. XVI. cap. 4 delle Etymologiae scrisse: "Magnes, lapis indicus, ab inventore vocatus. Fuit autem in India ita primum repertus: clavis crepidarum, baculique cuspidi haerens, quum armenta idem Magnes pasceret: postea et passim inventus". I versi di Nicandro, che potrebbero sciogliere il dubbio, andarono perduti; ma notisi che nei lapidarii, e in altri trattati la calamita  comunemente ricordata come pietra dell'India.
(620)  Geographia, l. VII, cap. 2.
(621)  Versione latina: "Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi falsum est quod fertur) isti insulae (Taprobanae) circumjacent, quas Mare rubrum interfluit: ibique, in insulis quae vocantur Maniolae, magnes lapis nascitur, ferri attractor, apud quas siqua navis ferreis armata clavis advenerit, virtute lapidis illico adducitur et in cursu sistitur. Ideoque in Taprobanem profecturi, navigiis in eum specialiter usum clavis ligneis compactis utuntur". PALLADIUS, De gentibus Indiae et Bragmanibus; S. AMBROSIUS, De moribus Brachmanorum; ANONYMUS, De Bragmanibus, Londra, 1665, p. 4.
(622)  "Hic ille, quem Magnetem appellant, reperitur lapis, qui ferri naturam ad se vi sua trahere dicitur. Cum ergo navis aliqua clavos habens ferreos illic applicuerit, illico retinetur, nec quoquam ire permittitur, vi nescio quadam lapidis occulta impediente, ob id naves ibi ligneis clavis construi dicebat" ., P. 59. Ci si dice a proposito delle isole Maniole, trasformate, forse per error di scrittura, in Mammole, e sulla fede di Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in India.
(623)  L. III, cap. 7, ediz. di Carlo Mller, Parigi, 1846, p. 103.
(624)  Liber de gradibus, De tertio gradu, Opera, Basilea, 1536, p. 378: "Aristot. dixit esse lapidem in ripa maris Indiae inventum. Cuius natura cal. et sic. in 3. gradu. Dixit etiam in libro de lapidibus quod nautae non audent transire cum naves ferreos clavos habentes, aut aliquod artificium ferri in ea ducere. Navi etiam illis montanis appropinquante, omnes clavi, et quicquid ex ferro aeditum a montanis attrahitur cum proprietate quam habet".
(625)  De lapidibus nominatis et eorum virtutibus: "Magnes sive magnetes lapis est ferruginei coloris, qui secundum plurimum in mari Indico invenitur, et intantum abundare dicitur, quod periculosum est in eo navigare navibus quae superiores clavos habent".
(626)  Speculum naturale, l. VII, cap. 25. Egli dice pure, n so d'onde attinga: "Magnes gignitur circa litus oceani, apud Trogloditas magnas habens virtutes...". Nel Liber lapidum attribuito a MARBODO.  19, si legge:

 Magnetes lapis est inventus apud Troglodytas,
 Quem lapidum genetrix nihilominus India mittit.

 Ediz. di Giovanni Beckmann, Gottinga, 1799, p. 42. Le testimonianze di Plinio, di Tolomeo, dello Pseudo Sant'Ambrogio, d'Isidoro da Siviglia, di Costantino, di Vincenzo Bellovacense, sono ricordate dal KLAPROTH, Lettre  M. le baron de Humboldt sur l'invention de la boussole, Parigi, 1834, ma assai in confuso, e non senza qualche errore.
(627)  I viaggi di GIOVANNI DA MANDAVILLA, volgarizzamento antico toscano, Bologna, 1870 (Sc. di cur. lett., disp. CXIII-CXIV), vol. II, pp. 31, 151-2. I passi corrispondenti della redazione latina e della inglese mi provano la fedelt della versione italiana. Del rimanente gli  noto che il testo del Mandeville fu rimaneggiato e interpolato in pi modi, e che parecchie versioni presentano, col testo originale e fra loro, diversit di rilievo.
(628)  PIETRO BERCHORIO, Reductorium morale, Venezia. 1575. l. XI, cap. 94, p. 482 (per errore 484): "In aliquibus partis maris sunt montes et scopuli de lapidibus magnetis, et ideo tanto impetu naves attrahunt propter ferrum quod ibi est, quod contra eos franguntur, et penitus dissolvuntur, secundum Isido. et Diosc.". Non so se il Berchorio sia debitore ad altri di questa assai poco opportuna citazione d'Isidoro e di Dioscoride. FELICE FABER, Evagatorium in Terrae Sanctae, Arabia, et Aegypti peregrinationem, vol. II, Stoccarda, 1843 (Bibl.,d. litter. Ver.), pp. 469-70, parlando del porto di Thor, detto gi Beronice, o Ardech, nel Mar Rosso: "Ille enim est ultimus Orientis portus nobis notus, in quo semper sunt multae et magnae naves indianae, quae tamen ita compactae et fabricatae sunt, ut nullum ferrum in eis sit, nec audent habere anchoras ferreas nec secures nec bipennes nec aliquod ferreum instrumentum. Ratio autem huius, est quia in littore maris indici sunt scopuli et montes lapidosi de lapidibus magnetum, per quos naves in Arabiam ire volentes transire oportet. Si ergo navis ferramenta aliqua continens ibi veniret, statim magnes propter ferrum navem attraheret et illideretur navis in scopulos et frangeretur. Est enim magnes mirabilis raptor ferri. Si cui placet legere, videat in Spec. Nat. L. X. C. 20".
(629)  Dies caniculares, Roma, 1597, p. 729: "Narrant nautae nostrates in ima India esse maritimas cautes magneticas, quae medio cursu navigia, si quid sit in eis ferri, vel clavus unus, sistant, detineant, attrahant. Idcirco qui illac sunt praeternavigaturi, postes navium ligneis clavis solites compingere".
(630)  Peregrinatio (ZARNCKE, Der Priester Johannes, Abhandl. d. philol-hist. Cl. d. k. Schsischen Gesellschaft d. Wiss., vol. VIII, 1876, p. 164): "Et mare iecoreum est talis naturae quod attraihit naves in profundum propter ferrum in navibus, quia fundus illius maris dicitur quod sit lapideus de lapide adamante, qui est attractivus".
(631)  JOHANNIS DE PLANO CARPINI Antivariensis Archiepiscopi Historia Mongolorum quos nos Tartaros appellamus, in Recueil de voyages et de mmoires publi par la Socit de Gographie, t. VI, Parigi, 1839, p. 659: "Chingis can etiam, eodem tempore quo divisit alios exercitus, ivit in expeditione contra Orientem per terram Kergis, quo bello non vicit: et ut nobis dicebatur ibidem usque ad Caspios montes pervenit; montes autem in ea parte ad quam applicuerunt, sunt de lapide adamantino: unde eorum sagittas et arma ferrea ad se traxerunt" Per la confusione tra il diamante e la calamita cfr. DIEZ, Etymologisches Wrterbuch der romanischen Sprachen, terza edizione, Bonn. 1869-70, s. v. diamante. Strano che Giovanni ponga i Monti Caspii all'oriente dei Tartari mentre sono a occidente. (Vedi l'osservazione del D'Avezac, pp. 565-61). Cfr. MAJOLO, Op. cit., p. 780.
(632)  KLAPROTH. Lettera cit., pp. 116-7
(633)  Id., ibid., pp. 121-2.
(634)  Gographie d'EDRISI, traduite de l'arabe en franais d'aprs deux manuscrits de la Bibliothque du roi et accompagne de notes par P. Amde Jaubert, Parigi, 1836-40, vol. I, p. 57 (Recuil de voyages et de mmoires publi par la Socit de Gographie). Il traduttore nota: "L'auteur veut probablement parler des courants qui peuvent porter sur la cte (Voy. D'HERBELOT, Bibl. or. au mot aguird); peut-tre aussi fait-il allusion aux prtendues montagnes d'aimant (HARTMANN, Edris. Afr., pag. 101)". Questa seconda supposizione sembra a me essere la vera. Avverto che non in tutte le edizioni della Bibliothque orientale si trova il passo qui citato.
(635)  Canzone: Madonna il fine amore ch'eo vi porto.
(636)  Pubblicato dal Bartsch. Stoccarda, 1871 (Bibl. d. liter. Ver.).
(637)  Pubblicata primamente dallo Zingerle nella Germania del Pfeiffer, vol. V, pp. 369 sgg.; riprodotta dal COMPARETTI in appendice al vol. II della sua opera Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, pp. 221-4.
(638)  Edizione di Carlo Simrock. Stoccarda ed Augusta, 1858, pp. 195, 201, 209. Quivi  detto, tra l'altro, che Aristotele ebbe contezza del Monte della Calamita.
(639)  DUNLOP-LIEBRECHT, Geschichte des Prosadichtungen, Berlino, 1851, pp. 128-9, 532-3.
(640)  Del secolo XIV, inedito. Codice della Nazionale di Parigi num. 2985, p. 633:

 Tant ala le Danois dont je fais mencion
 Que l'aiamant sacha tellement son dromon
 Que les maronniers virent le plus noble doongon
 Qui onques feust veuz en nulle region.
 Ils ont dit a Ogier: Ves la noble maison
 Qu'onques mais n'en veismes nul de telle faon,
 Ne savons a qui s'est, ne coment a a non.
 Mouit en fu lies Ogier qui cuer ot de lion.
 Mais droit a uno roche d'aimant tout en son
 Arriva li vaissel dont je fai menon,
 En aussi bien s'atacha la endroit, ce dit on,
 Qu'il y feust joins acol entour et emmon.

 Di questo poema diede particolare notizia il RENIER, Ricerche intorno alla leggenda di Uggeri il Danese in Francia, Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie II. t. XLI (1891).
(641)  La description forme et histoire du noble chevalier Berinus, et du vaillant et trs-chevalereux champion Aigres de l'Aimant son fils, etc., Parigi, per Giovanni Bonfons, s. a. Vedine una minuta analisi nella parte V, sez. 2a (Romans du seizime sicle) dei Mlanges tirs d'une grande bibliothque, Parigi, 1780, pp. 225-77 In questo romanzo sono molte fantasie e novelle tratte di qua e di l, alcune dal Libro dei Sette Savii.
(642)  L. cit. In quel Deendor incognito  forse un ricordo della biblica maga d'Endor?
(643)  ALBERTO MAGNO, Op. cit.: "In magicis autem traditur, quod phantasias mirabiliter commovet, principaliter seu precipue, si consecratus obsecratione et caractere sit, sicut docetur in magicis".
(644)  "Sire, dist le Chevalier, au dessus de l'aiement, en la valle, y a un chasteau nompareil qu'on appelle Fa, parceque Artus et les Fayes y habitent, abondance y a de vivres qui y pourrait entrer: mais avant que parvenir  l'entre il convient durement combatre, non pas  deux ny  trois escuyers, mais  quinze ou vingt meilleurs Chevaliers du monde, qui par Farie ont l est mis pour garder ledict chasteau Fa". GRAESSE. Lehrbuch einer allgemeinen Literrgeschichte, Dresda e Lipsia, 1837 sgg., divis. III, parte 1a, p. 339.
(645)  Kudrun, Avventura XXII, st. 1126 sgg. Vedi lo scritto che a questo precede, intitolato Art nell'Etna.
(646)  Itinerarium, Anversa, 1575, pp. 97-8.
(647)  Vedi, intorno al Mare coagulato, il vol. I, p. 106.
(648)  Vedi la prefazione del BARTSCH all'edizione da lui curata del Herzog Ernst, Vienna, 1869, pp. CXLVII-CXLVIII, e SCHROEDER, Sanct Brandan, Erlangen, 1871, p. 111. Cf. il passo gi citato di Giovanni di Hese.
(649)  Intorno al Mar tenebroso vedi il vol. I, p. 106.
(650)  Edizione citata del Bartsch, vv. 3883-4481.
(651)  Vedi il testo in appendice, e l'analisi del romanzo in prosa in DUNLOP-LIEBRECHT, Op. e l. cit.
(652)  Testo pubblicato da Maurizio Haupt, nella Zeitschrift fr deutsches Alterhum, vol. VII (1849), p. 223.
(653)  Museum fr altdeutsche Literatur und Kunst, vol. I (1809), p. 298. R. SCHROEDER, riportando alcuni versi del Gui de Bourgogne, dove si parla di acque che cavalieri armati non possono attraversare perch impediti da pietre di calamita, dice (Glaube und Aberglaube in den allfranzsischen Dichtungen, Erlangen, 1886, p. 124) che la favola del Monte della Calamita non si trova nella letteratura francese del medio evo, perch i Francesi, in quel tempo, si curaron poco del navigare. Lasciando stare la ragione al tutto immaginaria da lui recata, si vede che la opinion sua  molto lungi dal vero. Chi fosse vago di qualche altra notizia e citazione intorno a questa favola, vegga, oltre alla prefazione del Bartsch e al luogo del Graesse gi ricordati, DUNLOP-LIEBRECHT, Op. cit., p. 477, n. 208.
(654)  Vedi vol. I, pp. 253-4.
...
.
...
FINE.